Mettennose maschera de giusta
ingenua opera pia e perseverata
n'durgenza....
...e porta a casa...
...ànnanno avanti sempre
cò lì stessi n'censi...facenno
da dama bianca pe n'gioco
che dè...de scacchi...e che te utile
pe diventà n'segna punti...
...pe l'artri...
trascinanno n'stesso loco...pe forza...
pecora lupo e n'fine er poro
...broccolo...
e der resto se sà che coccio...
senza braccia...percore angolo
superanno er novanta de corte...
cò n'obbliqua strada che s'allunga pe
poi stancasse a uffa ...sconnessa...
sarterella sballata...sbarella....
ritrovannose apposta in'aperto...
spazio dò nun esiste...
...gnente pe cui contà
e pe esse solo nò strazio...
aridiventanno n'antra vorta inizio...
trascinannose appresso foji...secchi
stracci e breccole...e presentannole
cò irritante ingenua pia strafottenza...
pe nun ammette stesso sbajo...
e continuà a decide pe pochi...
...pe fà ...come se dice...
..da...inutile mucchio....
spacciannetelo pe argento...nà vorta
dù vorte ...tre vorte e alla fine der
conto...se rompe e se vede...
...n'giro de n'mare de malafede...
...associata da n'copione dò
se recita ogniuno parte assegnata
...tutta...sur groppone der
Popolo...Vacca...e de traverso
de sguincio n'der sopra e n'der
sotto...pe nun fatte...se credeno loro...
capì gnente...e soprattutto pe fermatte
dar pericolo de ...scoprì da nun essece
rimasto n'pezzetto...sano
e perciò se dovrebbe solo che
rifonnà Tutto.
Propio pe questo...godemosela...
e lassamoli soli a fà stà
teatrata ...che quante ne avemo
viste e quante ancora ne vedremo...
uscimo...pe diventà muro vero
...dò nun passa nisuno!
¡No Pasarán!
MAFIA: LEFT, UN "REBUS GIURIDICO" TUTELA I BENI DEI BOSS
(AGI) - Roma, 12 giu. - Ogni giorno "200 milioni di euro passano dalle mani degli imprenditori a quelle dei mafiosi". Ma questi ultimi "possono continuare a dormire sonni tranquilli", perche' "un rebus di carattere giuridico rischia seriamente di vanificare ogni azione dello Stato contro il patrimonio" dei boss. A denunciarlo e' un articolo ("Tutti i trucchi per tutelare la mafia") pubblicato sul numero di "Left" in edicola da venerdi'. Nel nuovo ddl sulla sicurezza, sostiene il settimanale, "la questione della completa separazione tra misure di prevenzione personali e patrimoniali non e' stata risolta", anzi due articoli "rischiano di rendere la faccenda ancora piu' ingarbugliata": il governo, a fronte dell'affermazione di principio contenuta nell'articolo 12 ("le misure di prevenzione personali e patrimoniali si applicano, congiuntamente o disgiuntamente, anche in caso di morte del soggetto"), avrebbe infatti "mantenuto inalterato il precedente impianto normativo, per cui la misura patrimoniale resta in posizione subordinata e accessoria rispetto a quella personale". Morale: le attivita' economiche, i patrimoni immobiliari e le ingentissime risorse finanziarie gestite dai boss "continuano a essere protetti da una normativa che invece di prendere in considerazione i precedenti specifici dell'indiziato o di verificare con quali redditi ha formato il suo patrimonio (quindi la pericolosita' passata), prende in considerazione soltanto la pericolosita' attuale, effettuando un colpo di spugna, una vera e propria sanatoria, sui patrimoni accumulati dall'indiziato nel corso degli anni". "Non sembra un caso - conclude Left - che i sequestri e le confische dei patrimoni mafiosi abbiamo subito negli ultimi anni un crollo verticale, anche in province ad alta densita' mafiosa": complessivamente, meno del 15% degli immobili sottoposti a sequestro arrivano alla confisca. (AGI)
Maccheroni Football Club
di Gianluca Di Feo e Vittorio Malagutti
Volevano comprare la Roma. Sono a un passo dall'acquisto del Bologna. Ma nella misteriosa cordata italo-americana c'è il manager dei Follieri, più immobili, scandali e cardinali Alfredo Cazzola
la demokrazia a 4 milioni di euro dei Grillini
Joe Tacopina lo ripete spesso: "Il calcio in Italia è una religione". Frase non proprio originale, ma senz'altro vera. E lui, avvocato penalista di Brooklyn con il pallino degli affari e un'ambizione smisurata, lo ha capito da subito. Ha capito che il pallone, per chi ci sa fare, può diventare un'occasione di business. Oppure, se il denaro contante scarseggia, un'impagabile occasione per mettersi in mostrae, magari, guadagnarci comunque qualcosa. Sarà per questo che nelle settimane scorse il nome di Tacopina è spuntato più volte nel mazzo dei possibili (ma a volte improbabili) acquirenti della Roma. E adesso che quell'affare sembra sfumato, l'avvocato fa rotta su Bologna, dove la squadra locale ha appena riconquistato la serie A. Ma dietro la misteriosa cordata americana che punta sul club rossoblu fa capolino una traccia che porta al più spericolato dei finanzieri cattolici, il giovane Raffaello Follieri. Un enfant prodige che di sicuro non ha perso tempo: è sbarcato da Foggia a New York, ha creato un colosso immobiliare, si è fidanzato con l'attrice più carina di Hollywood, ha fatto amicizia con i Clinton ed è passato indenne da una raffica di scandali. Il tutto a meno di trent'anni.
Joe Tacopina (foto presa dal sito lecca culo www.forza-roMa-rione.com)
L'offerta per il neopromosso Bologna, messo in vendita dal patron Alberto Cazzola, arriva da una sigla misteriosa: Tag Partners. Gli acquirenti hanno mandato in avanscoperta i consulenti della Inner Circle, una banca d'affari statunitense specializzata in operazioni sportive. Sono gli stessi che un paio di anni fa hanno gestito la vendita del Liverpool ai due finanzieri Malcolm Glazer e Paul Gillette. In Italia però si sono fatti notare per la prima volta a febbraio. Erano quelli di Inner Circle, guidati dal numero uno Steven Horowitz, a condurre le danze dei compratori attorno alla Roma della famiglia Sensi. Nella capitale si era dapprima fatto avanti Follieri.
Ma gli advisor dei Sensi, visto e considerato il movimentato curriculum del finanziere, ne hanno subito respinto le avances. A questo punto, siamo ormai a marzo, è spuntato dal nulla Tacopina, che non si è molto curato della riservatezza. Anzi, ha sbandierato ai quattro venti il suo interesse. Solo che da quelle parti incrociava un altro pretendente con credenziali ben più solide. Nientemeno che George Soros.
Se apre gabbia e cò segnale...
deciso se fà partì pòra bestia...
che nun cià motivo de faticà ....
ne causa nobbile de ideale...
....da portà n'avanti...
...ma solo istinto....de annà...
a trovà praticello pe fà bbisogno....
guadambiannose de arivà ....
a fine cariera a bbona pensione...
cò quarche mollica de biscotto...
messa ar pizzo...
Bassotto cò lingua sudata che
penzola de fori più a destra...che
a manca...core alla ricerca de nà
vincita...nun guardannose...attorno
ne gradinata piena che incita
mostranno bijetto de scommessa...
ne....vicino de pista...che je scoda...
e pìa a stessa sorte...
...pe nun accalappià
mai straccetto tirato da filo che
smulinella senza sosta ....
pe fà d'abbocco a
n'amo da pesca...che je sventola
sur muso preda de n'magro n'mpasto...
fatto de plastica...lucida che sbrillocca...
che fà da urtima parola...e che nisuno....
tocca.... pe esse carota n'seguita...
tajanno traguardo cò n'acrobatico...
sarto triplo e che dopo tutto stò
sforzo...se fà applauso se riscote
puntata de bijetto... se torna a casa
e se scorda tutto e se ricomincia ...la
prossima vorta cò nà nova serata de
corsa e cò n'antro bassotto cò aria da levriero
...che se presta
a esse galoppato inutirmente e a n'dossasse
n'fratino che je stà stretto...
cò n'ber nummero
chiaro sur dorso...pe fa da schiavo corenno
senza meta sua...da tonto... e
rinchiuso drento n'circo che è bbono pe
...n'ideale preso n'mprestitito e che serve ....
pe trovà sicuro...er mejo profitto.
Se lì simbboli sò n'mportanti
già er posto che se sceje
te dice tutto. Chi core appresso a nò
straccetto senza nà meta e chi dopo la corsa...
rimette er canetto drento cuccia allisciato dar padrone
co n'ber dorcetto.
(ASCA) - Roma, 29 mag - Arresto a Roma uno dei boss del clan Casamonica, Nicandro di anni 47, per detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti.
Personale della Polizia di Stato del Commissariato Romanina diretto nel corso di un servizio di prevenzione e repressione contro il fenomeno dello spaccio di droga nel quartiere Romanina ha proceduto all'arresto del Casamonica.
Gli agenti del Commissariato sono giunti al boss dopo un sequestro di varie dosi di droga ad alcuni tossicodipendenti che lo hanno indicato come l'autore dello spaccio.
Dopo un lungo appostamento i poliziotti hanno effettuato una perquisizione nella lussuosa villa del Casamonica dove hanno sequestrato quasi 8 mila provento dell'attivita' illecita. L'arresto e' stato convalidato dal Tribunale di Roma ed il Casamonica e' stato tradotto presso la casa circordariale di Regina Coeli.
Atti di vandalismo sono stati compiuti a Pignataro Maggiore (Caserta) nel terreno confiscato al clan Ligato, dove è attualmente in corso un finanziamento da parte della Regione Campania per ristrutturare l'edificio e sviluppare attività produttive. Sconosciuti sono penetrati nell'area distruggendo circa 150 alberi di pesco. L'intera proprietà, che si estende su una superficie di circa tre ettari di terreno e comprende anche l'ex villa bunker - oggi ridotta a rudere - dei Ligato, è gestita dalla cooperativa agricola Icaro, impegnata in un progetto per produrre e vendere confetture di pesca. L'episodio è avvenuto nella notte tra domenica e lunedì, ma soltanto oggi la notizia é stata resa nota. L'episodio di devastazione della notte scorsa fa seguito a una serie di intimidazioni che i componenti della cooperativa Icaro avevano già subito e denunciato nelle scorse settimane. Il clan Ligato era noto per essere, negli anni '80, il braccio armato del potente clan camorristico dei Nuvoletta, alleato della mafia siciliana di Toto' Riina. In particolare Raffaele Antonio Ligato è stato condannato come esecutore materiale dell'omicidio del sindacalista Francesco Imposimato. L'omicidio è stato considerato una ritorsione per le indagini che Ferdinando Imposimato, fratello di Francesco, stava conducendo sulla banda della Magliana e su altri importanti fronti. "Ci troviamo di fronte ad un atto di chiaro stampo camorristico teso a colpire le forze sane del territorio che da anni stanno lavorando per recuperare i beni confiscati alla malavita". Lo sostiene Giorgio Magliocca, sindaco di Pignataro Maggiore (Caserta), a seguito della devastazione degli alberi nel terreno confiscato al clan Ligato. "Gli agronomi ci hanno spiegato che la tecnica utilizzata per devastare il pescheto - aggiunge Magliocca - è stata quella di danneggiare gli alberi per distruggerli in modo definitivo. E questo rende il gesto ancora più barbaro perché compromette un lavoro di molti anni". "Ho dato mandato al comandante della polizia municipale di fare un rapporto accurato sullo stato dei luoghi danneggiati e domani sporgerò anch'io denuncia presso il comando dei carabinieri. E' necessario - conclude Magliocca - che tutte le istituzioni e gli operatori impegnati sul territorio uniscano le forze per far in modo che questa nuova stagione all'insegna della legalità non venga fermata da questi gesti balordi". (20 maggio 2008)
LA DETENZIONE DI MINE ANTICARRO DA PARTE DELLA CELLULA DI ORDINE NUOVO DI VENEZIA
L'episodio, costituito dalla disponibilità da parte del dr. MAGGI di mine anticarro, è uno dei primi di cui Carlo DIGILIO ha parlato nei suoi interrogatori in una fase di collaborazione non ancora completa e caratterizzata da una disponibilità ancora incerta, ma progressiva a fare chiarezza e dalla scelta di aggiungere e mettere man mano a fuoco particolari in merito a ciascun fatto cui aveva partecipato o assistito.
La vicenda delle mine anticarro, appunto uno dei primi episodi progressivamente messi a fuoco, è un episodio molto importante perché Carlo DIGILIO, riferendolo sin dall'autunno 1993, ha aperto con esso un primo spiraglio per far comprendere la pericolosità e la potenzialità militare del gruppo mestrino/veneziano che sino a quel momento nessuna indagine sull'eversione di destra aveva avuto la possibilità di inquadrare nella sua vera portata.
In un percorso obbligato, ma nel contempo quasi per caso, la verità incontrò la storia, e quasi ebbero sorpresa di se stesse, stentando di riconoscersi, facendo capolino al punto di voler fare dietrofront e fingendo di non essersi nemmeno viste. La storia era elegante e sicura di sé quel giorno, e dire che ne aveva passati di momenti difficili. Indossava un copricapo nero e un velo che le copriva il viso, semmai per sbaglio e debolezza le fosse scivolata una lacrima lungo il viso, che la leggenda aveva sempre descritto impassibile come di marmo. La verità invece se ne andava spavalda e procedeva a larghi passi come a ballonzolare a un ritmo a volte sincopato a volte dilatato nei tempi. Girava a testa alta e vestiva come sempre, senza troppo far caso agli abbinamenti di colori e stili. Portava i capelli sulle spalle e se li faceva pettinare dal vento. La storia continuò a camminare come niente fosse, giacché si sentiva in una posizione di evidente superiorità e rispetto, quelle conferite dai secoli e dagli uomini valorosi che l'avevano amata, perciò non si sarebbe fermata per nessuna ragione, a farlo non c'erano riuscite stragi né guerre. Guardava tutto da sotto le falde di quel cappello fuori moda. La verità che tutto sommato e malgrado traversie d'ogni sorta era rimasta giovanile e di bell'aspetto le si avvicinò con quella timidezza che contraddistingue le grandi personalità, un po' vera un po' camuffata di imbarazzo, che ci sta sempre a pennello. Fece un gesto allungando il braccio come per stringerle le mano o la spalla, a seconda di quanto l'altra si sarebbe avvicinata. Mentre la storia fece come in uno scatto improvviso un piccolo e impercettibile passo indietro che comunicò per intero le sue intenzioni. La verità le si fece ancora più vicina quasi a sussurrarle qualcosa proprio direttamente nell'orecchio, qualcosa che non c'è modo né maniera di trascrivere perché la sua voce era talmente flebile che solo la storia poté ascoltare. E lo fece sì, ma con aria un po' svagata, con gli occhi semichiusi, come se la verità in persona si stesse confessando segretamente. A quel punto l'altra sempre ammantata come se si stesse recando a un ballo di gala sbottò con un sonoro NO, ché quello che lei, l'altra chiedeva, eppure non era così sprovveduta di esigere una cosa simile, mai avrebbe avuto luogo, come la vita e le precedenti esperienze le avevano insegnato. Cosa credeva? Che in un istante sarebbe cambiato tutto? Le abitudini incancrenite degli uomini, le costanti ostinazioni dei governi, le istanze della politica, le comode stratificazioni della memoria? No davvero, questo proprio non poteva chiederglielo. Ma la verità rispose che non era per sé che lo faceva, che a certi giochi corrotti c'era ormai abituata da un pezzo, che lo avrebbe fatto come eccezione alla regola per quel ragazzo morto per un ideale, per quei giovani che al cambiamento credevano, alla faccia dei tempi impastati nel fango e nel falso. La storia si impuntò è s'irrigidì in tutte le membra come sempre faceva quando non capiva: le disse: “Ho capito, se proprio desideri, posso organizzarti una guerra, una strage o un colpo di stato, dimmi”. La verità rimase sorpresa come quando piove ed esce il sole, ma continua a scendere acqua a secchi. Lasciò la presa del braccio che s'era guardata bene di sciogliere durante tutta quella conversazione e per l'ennesima volta si sentì non solo frustrata ma d'essere quel che era e che rappresentava, pensando a tutti quelli che in lei e nel suo positivo potere avevano fino a quel momento creduto. Girò tacchi e spalle e si allontanò, lasciando la storia immobile e imperterrita in mezzo alla strada, ché ancora non aveva capito bene quel che era successo e forse aveva già pronto il suo articolo e il suo capitolo da redarre su carta stampata o in video o in radio. La verità era talmente rammaricata che nella testa durante tutto il percorso che le rimaneva da fare le rimbombò l'unica perenne domanda che avrebbe di certo posto la giustizia una volta che si sarebbero incontrate. E davvero stavolta non sarebbe stato per caso.
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Nel paese della bugia, la verità una malattia (Gianni Rodari)
L’intervista del leader unico del Partito democratico al quotidiano spagnolo El Pais, da l’Unità del 2 marzo 2008
«Somos reformistas, no de izquierdas». El Pais, principale quotidiano spagnolo, intervista Walter Veltroni. Uno sguardo a tutto tondo sul suo tour elettorale, un parallelo italo-spagnolo su due paesi al voto, ma soprattutto domande secche sulla novità del Pd. Il titolo parte proprio da lì: «Veltroni ringiovanisce la politica italiana». Ma non si tratta solo di candidature, è il programma a segnare la svolta. E Veltroni usa parole chiare per definirla: «Siamo riformisti, non di sinistra».
Una frase che, in questi giorni in cui la parola Veltrusconi riecheggia in tutti i discorsi di chi sfida i leader dei due maggiori partiti – Casini su tutti – fa riagitare lo spauracchio delle larghe intese. Veltroni mette in chiaro subito che «riforme istituzionali, sì, accordi di governo, no». Uno slogan che riassume quello che da giorni va dicendo a chi, da Fini a Bertinotti, lo accusa di aver “copiato” il programma del Pdl: «Se è vero che il nostro programma è copiato dal suo, allora vorrà dire che potrà votare, fin da subito, alcuni punti del nostro programma». Ma, aggiunge, «non collaborerò mai con Berlusconi ad un governo».
Tra i due programmi, comunque, c’è sicuramente un punto dirimente: la questione energetica. Berlusconi ha rilanciato nel programma presentato venerdì il nucleare come panacea di tutti i mali, Veltroni ora replica spiegando che quello di cui abbiamo bisogno è «un'operazione di gigantesca riconversione del nostro sistema produttivo, possibile grazie alle grandi scoperte della tecnologia, che ci permette di ricavare energia dalla natura, a cominciare dal sole».
Sottolinea le differenze anche il ministro del Lavoro Cesare Damiano: «Il programma del Popolo delle libertà mi pare piuttosto avaro sui temi del lavoro, tutto il contrario del Partito democratico che ha un programma robusto e preciso». Nel Pdl «si parla di detassazione degli straordinari e sgravi sulla tredicesima. Il Pd – prosegue Damiano – invece deve agire con molta più forza intervenendo sulla revisione al basso delle aliquote, con incentivi sui salari di produttività, sulla revisione del modello contrattuale con un miglioramento retributivo soprattutto per il lavoro discontinuo, si tratta dei famosi 1000-1100 euro per i contratti a progetto».
Intanto, in una lettera a Famiglia Cristiana, il segretario del Pd ricuce sul fronte dei temi etici: il settimanale cattolico lo aveva duramente attaccato per aver siglato l’accordo con i Radicali, ora Veltroni rassicura che «non c'è ragione di temere che nel Pd i cattolici siano mortificati. Al contrario, è di tutta evidenza come essi rappresentino una delle colonne portanti del partito: non solo sul piano quantitativo, ma anche sul piano della qualità e dell'autorevolezza delle idee».
Non piace la svolta “riformista” ai Socialisti. Boselli: «Raccontare agli italiani che non è mai stato comunista, è una bugia ed anche un errore. Il nuovo – aggiunge – non passa cancellando la storia di ciascuno di noi». Ma nell’intervista a El Pais, Veltroni sostiene che «gli italiani sono stanchi del passato». «L'Italia – prosegue – ha diritto di scegliere tra una proposta riformista ed una conservatrice. Si potrà dire quel che si vuole – ammette – ma Reagan ha cambiato l'America; Mitterrand ha cambiato la Francia e altrettanto farà Sarkozy, così come la Thatcher e Blair hanno cambiato l'Inghilterra».
C’era una volta, come sempre ci sarà, un’aquila padrona delle vallate e di una collina, la vetta più alta in tanti chilometri di pianura, l’invidia di tutto il paese, l’orgoglio di tutti i suoi abitanti. Ma per salirci oltre che pagare un pedaggio era pericoloso, visto che era regno unico e incontrastato dell’aquila e di quelle come lei che passavano le giornate di sole a girovagarci spavalde mirando chi avesse avuto l’ardire di salire fin lissù e unendo l’utile al dilettevole, procurando perciò anche un buon cibo da mettere sotto i denti senza fare troppa fatica visto che a destinazione c’era giunto da sé con le proprie gambette. E forse anche avrebbe opposto meno resistenza visto che la salita era costata tante energie.
La valle era abitata da un’antica stirpe di topolini, unica nella zonagiacché fra epidemie e stermini d’ogni sortaerano rimasti una manciatina, ma capaci di sopportare ogni avversità del destino, tante ne avevano viste da quelle parti. Avevano costruito un sistema infallibile di cunicoli e tane sotterranee tali da potersi rifugiare nei momenti di minaccia più brutti. Un giorno, dopo un inverno particolarmente rigido e funesto per una serie di interminabili giornate di pioggia, vento, neve e burrasca, dopo un consulto che li coinvolse tutti con voto che decretò a stragrande maggioranza l’impossibilità della missione tanto sarebbe stata rischiosa per chi, misero, l’avrebbe messa in atto, un topolino decise di ignorare il veto a fin di bene e salì sulla collina dell’aquila. C’era nebbia e i rapaci diventati un po’ miopi per la cattiva visibilità non riuscirono proprio a vederlo. Così lui entrò nei nidi e nei depositi delle sue acerrime nemiche e sottrasse quanto più poté portare a spalla, piccolo com’era. Non saccheggiò più di tanto, perché nella sua morale anche le aquile avrebbero mangiato comunque e sarebbero sopravvissute al freddo e al gelo. Scese a valle morto e stremato ma tutti gli fecero festa e gli diedero tante pacche sulle spalle che più volte cadde a terra dalla fiacca e si dovette rialzare ripetutamente dopo quegli eccessi di gioia. Lo abbracciarono le mamme, gli strinsero la zampetta i papà, gli saltarono in groppa i più piccini. Però gli anziani gli ricordarono il monito e gli fecero giurare di stare attento e d’essere cauto, che non si sale così sulla collina, che è roba da incoscienti e da folli, sì dissero soprattutto questo: pazzi e sconsiderati.
Dopo qualche mese arrivò col caldo la siccità c’era un sole che spaccava le pietre e molti vecchi del villaggio ci rimisero la pelle tanto era difficile sopportare quella situazione climatica. Tutto il raccolto si bruciò in una sola giornata, tutte le mamme piansero di fronte ai figli che non avevano di che vivere. Il topolino coraggioso decise stavolta senza chiedere a nessuno autorizzazione o permesso plebiscitario, decise di compiere di nuovo la missione pericolosa. Con le gocce di sudore che gli scendevano giù dalla fronte e gli bruciavano negli occhi salì pian piano, ma stavolta era più complicato, le gambe si facevano pesanti eppoi doveva valutare di potersi nascondere dietro a ogni cespuglio, perché stavolta le aquile lo avrebbero visto eccome. Arrivò malgrado tutto al rifugio dell’aquila reale. Raccolse tutto quel che poteva e i pesi piegavano la fascina che aveva sulle spalle e il caldo li rese ancora più insopportabili da portarsi appresso. Scese pian piano a volte sdrucciolò e rotolò lungo il dorsale della roccia. L’aquila dall’alto vide come un barlume, un riflesso di un piccolo specchio, era il bianco del topolino mentre ruzzolava. Frattanto il bottino era miracolosamente salvo. L’aquila scese in picchiata, con fare un po’ divertito, per l’eccessivo coraggio che quel piccolo insolente sfoggiava. Quando fu vicina il topolino vide un’ombra enorme togliergli il sole e allora capì che era quasi finita.
“Eccoti, tu! Che ci fai qui dalle mie parti?”
“Lo sai che qui non ci puoi venire, piccolo incosciente? E che cosa credi che io dovrei farti adesso? Considera pure che è ora di colazione, piccolo caro…”
Il topolino se la guardò dritto negli occhi gonfio di rabbia, pensò alle mamme che piangevano e ai suoi nonni morti dalla fame.
“fai quel che vuoi , non sono io a doverti dare un’idea…” rispose tutto piccato con voce forte.
L’aquila reale colpita da tanto carattere temerario gli disse:
“anche se quella è roba mia io ti lascerò andare”, “tanto uno come te lo trovo sempre”
“ora vattene, altrimenti ci ripenso”.
Il topolino riprese lesto la discesa ed era arrivato quasi alle pendici della collina che sentì una botta proprio dietro la testa, vide un lampo blu e svenne, credendo a giusta ragione che era venuto il suo momento. Era passata un’aquila che non s’era fatta troppo scrupolo vedendolo e lo aveva fatto fuori come madre natura suggerisce da millenni.
I sacchetti con le fascine, i semi e tutto quanto aveva sottratto, persino pezzetti di grana, scesero di corsa rotolando a valle che gli altri topolini si misero a raccoglierli in fretta e furia.
E fu come la manna dal cielo. Qualcuno fece scivolare una lacrima lungo i baffi perché capì che il topolino non sarebbe sceso a breve da lissù.
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“Noi abbiamo combattuto per quelli che c’erano, per quelli che non c’erano e anche per chi era contro…” Arrigo Boldrini, Comandante Bulow
AA. VV., La prima volta che ho visto i fascisti Progetto di narrazione collettiva promosso e coordinato da Wu Ming.
Quarantasei testimonianze raccoltra tra il 21 marzo e il 25 aprile 2005.
Quel che segue è un eterogeneo insieme di testimonianze: pagine di diario, frammenti, racconti, reminiscenze, visioni febbrili. Testi curati o tenuti per anni in un cassetto della mente, rovesciati sulla pagina d'istinto, di getto, senza preoccupazioni di estetica o di stile. Persone dai diciotto ai sessant'anni ci narrano storie, esperienze d'infanzia, ustioni e abrasioni della pubertà o della tarda adolescenza, primi incontri con la violenza, col "fascismo-sostantivo" (il fascismo storico) o col "fascismo-aggettivo" (epiteto da usare lato sensu), col "vetero-", col "neo-", col "post-" e col "cripto-"fascismo, col "microfascismo" quotidiano (insidiosa logica della prevaricazione), col fascismo trauma personale e familiare, stanza privata dei cimeli e degli orrori, refolo d'aria viziata.
Variabili e costanti: Roma, Trieste e Latina consueti focolai di fascismo; l'Emilia-Romagna e la Toscana "rosse"; il liceo, porta-finestra spalancata sulla vita "là fuori"; manifestazioni, attacchinaggi, "strappinaggi", cariche di celere, agguati dietro gli angoli; padri, madri, nonni, bis-nonni, soprattutto nonne, nonne che non vogliono vedere i nipoti vestiti di nero.
La selezione da parte nostra è stata minima, l'editing quasi esiziale, l'ordine dei racconti è quello in cui li abbiamo ricevuti. Ve n'è di molto belli, e di sgraziati. In alcuni di essi non vi è traccia di buon gusto, e il loro impatto "inelegante" è antidoto al veleno del "nuovo senso comune post-antifascista". In luogo del buon gusto, un pugno di piccole, disturbanti verità, una delle quali è: non c'è "memoria condivisa". La memoria della vittima non è la stessa del carnefice, e occorre impedire ai carnefici di spacciarsi per vittime, come da troppo tempo accade: non più torturatori e delatori, bensì vittime dei partigiani del "triangolo rosso"; non più collaborazionisti e miliziani, bensì vittime delle "foibe titine"; il Duce e Claretta vittime a Piazzale Loreto etc.
L'ineleganza di questi testi, a ben vedere, è la stessa di Piazzale Loreto. Non bisogna distogliere lo sguardo quando si passa di là, perché si tratta di un memento: per quanto potenti, i tiranni cadono, prima o dopo. Sic transit.
Memento duro? Certo. Come duro fu il cingolo della "gloria mundi" fascista sulla cassa toracica di chi venne travolto, come dura è la nascita dei popoli.
Non cadiamo nelle trappole: questo Paese ha cominciato a imbarazzarsi per Piazzale Loreto piuttosto di recente, col graduale "sdoganamento" del punto di vista di chi vi fu appeso per i piedi. La condanna di quell'episodio si è fatta strada da destra, ha attraversato gli schieramenti, e oggi arriva anche a "sinistra". Si tratta quasi sempre di una condanna che astrae dal contesto.
Oltre a quello del "sadismo sulle povere spoglie", c'è un altro argomento magico, introdotto a suo tempo da "terzisti" ante litteram: a infierire sul corpo del tiranno vi sarebbe stata la stessa gente che l'aveva applaudito un mese prima. Episodio di "gattopardismo militante", insomma, azione finalizzata a un lesto riciclaggio sotto le nuove bandiere.
Fanfaluche. Piazzale Loreto fu scelto perché un anno prima, dieci agosto del '44, vi si era consumato un eccidio di quindici partigiani. I corpi distrutti dalle raffiche erano rimasti a terra per tutto il giorno per esser visti dai passanti. Montavano la guardia militi fascisti, a impedire che chiunque rendesse omaggio, deponesse un fiore, dicesse una preghiera.
Il ventotto aprile del '45, in quel piazzale convennero soprattutto persone che ricordavano l'oltraggio, e prima e dopo quel giorno avevano subito lutti, coprifuoco, bombardamenti, retate, propaganda reiterata, esposizioni di cadaveri di antifascisti.
Di fronte a quel distributore di benzina, la guerra tornava a boomerang a devastare i corpi di chi i corpi li aveva fatti sorvegliare, rinchiudere, devastare (Carlo e Nello Rosselli, squartati con decine e decine di pugnalate), profanare, li aveva spediti in guerra a decine di migliaia, ad affrontare l'inverno russo con stivali di cartone pressato.
Piazzale Loreto non è solo barbarie, è anche speranza. I potenti cadono, e più erano saliti in alto, più chiasso fa il tonfo, e più a lungo ne rimane l'eco nelle orecchie. Ancora oggi se ne sente il riverbero, lo testimoniano questi racconti.
-Ah, ma continuate a occuparvi di cose di sessant'anni fa, quando passerà questo passato di ideologie, quando lascerete vivere in pace questa nazione?
Al contrario, noi ci occupiamo del presente. Dell'assalto alla costituzione formale per portare a termine l'arrembaggio a quella materiale, ai diritti civili e collettivi, all'eredità positiva di lotte sociali e sindacali che l'antifascismo l'avevano nella carne e nei nervi.
Negli ultimi trent'anni si è andato creando e imponendo un nuovo senso comune "anti-antifascista", nutrito di banalizzazioni, minimizzazioni, luoghi comuni, riscritture storiche, clichés reiterati prima in nicchie di discorso e poi sul piano generale.
E' in corso una riabilitazione del fascismo che va oltre la contingenza, oltre l'immediata attualità, oltre la sopravvivenza di questa o quella compagine di governo. E' un'operazione partita molto prima di B********, e proseguirà anche dopo.
Certo, solo nel periodo 2001-2005 la RAI poteva mandare in onda la cerimonia di consegna del premio Almirante.
Solo un governo come quello di B******** poteva pensare di tagliare i fondi all'ANPI in vista del Sessantennale della Liberazione e, al contempo, proporre la pensione di guerra a repubblichini e reduci italiani delle SS.
Solo B******** poteva equiparare il confino degli antifascisti a una "villeggiatura".
Solo nel clima posteriore allo "sdoganamento" del neofascismo si potevano definire "incidente di percorso" le leggi razziali del '38, e arrivare a dire che "Almirante salvava gli ebrei".
Solo l'ansia revanscista degli "sdoganati" poteva intitolare vie e piazze di diverse città a gerarchi e capimanipolo.
Solo nel paesaggio mediale deturpato dagli ecomostri di sottogoverno potevano affacciarsi sceneggiati televisivi in cui il nazifascismo scompare del tutto lasciando il posto a generici "italiani".
Tuttavia, questo non è che l'apice di un processo iniziato fin dal Dopoguerra, movimento che prima di confluire nel grande fiume democristiano ebbe come prima, rudimentale espressione politica l'Uomo Qualunque di Guglielmo Giannini, dopodiché prese forma su certi rotocalchi popolari a larghissima tiratura, pregni di languori monarchici e nostalgia piccolo-borghese, laboratori ideologici di un'Italietta che presto si sarebbe definita "maggioranza silenziosa", ostile al movimento operaio, al conflitto, al pluralismo, al "culturame" (celebre neologismo scelbiano), alla stessa Costituzione. Una parte d'Italia mai stata antifascista, che consumava le opere di divulgazione pseudo-storica di autori come Montanelli, Cervi, Gervaso, Petacco, e pian piano creava mito revanscista sulle foibe, sull'esodo istriano-dalmata, sui regolamenti di conti dell'immediato Dopoguerra, in attesa di tornare a esprimersi senza pudori né ipocrisie, fuori dal ghetto del neofascismo (chi c'era rimasto) e fuori dalla - mai accettata - cultura della mediazione, dalla gabbia di ferro dei linguaggi "dorotei", "morotei", delle "convergenze parallele" etc.
Insomma, siamo molto oltre il "revisionismo storico", di fronte a un'operazione ideologica a vasto raggio, pluridecennale, vero e proprio "rastrellamento del pensiero". Questa non è stata soltanto la lunga premessa culturale alla situazione che stiamo vivendo, bensì la sua base strutturale, il reale presupposto di tutta la propaganda a seguire. I partigiani? Tutti comunisti pronti all'insurrezione, e tutti assassini. Nel '45 hanno preso il potere e lo hanno mantenuto fino alla rivoluzione democratica del 2001, quando B******** e i suoi alleati han vinto le elezioni, con l'intento di cambiare la Costituzione "bolscevica" ("che limita la libertà d'impresa", ipse dixit).