La legge sentenziò illegittima la condanna e legiferò la sua libertà incondizionata, previo pagamento sottobanco ma alla luce del sole, leggendo ad alta voce la sentenza che lo condannava alla felicità.
La vittima non fece del vittimismo la sua bandiera, perché era come gridare al vento o ventilare una blanda minaccia, ma camminò pur sempre vittoriosa a testa alta, perché la vera vittima era il colpevole, vittima di se stesso vittima di una strumentalizzazione a suo carico, senza possibilità d'essere discolpato, braccato dal senso di colpa seppur di plastilina filigrana e broccato che lo perseguitava. O semplicemente vittima della propria incoscienza studiata a tavolino da un'anima latitante da che era lattante.
Il processo non fu processato perché protetto l'imputato e tutto l'ambaradan dal segreto di stato, ci furono manifestazioni, lacrime zuccherose, solenni discorsi e roghi di piazza, caccia alle streghe a sconti stracciati, offerte speciali di amnistie liquida tutto, ideologie a buon mercato, tribunali in disuso. Processioni in nome di Caino, Abele fu linciato per tutto quello che fino a quel momento aveva rappresentato e gli si diede il resto, a piacere si aprirono filiali, si coniarono monete, si battezzarono Onlus. Si processarono per direttissima gli innocenti e i colpevoli furono tra i giurati in corte d'assise assiepati. Fortunatamente con la cassazione si giunse al massimo della pena senza colpo ferire, un moderato numero d'ergastoli tanto per gradire. Non ci fu più ingiusto tra gli ingiusti. Le coppole gaudiose si levarono al cielo in gesto di giubilo e strinsero mani baciandole, abiti talari misero all'asta indulgenze plenarie dietro preventivo personalizzato.
La spia spossata spiò dallo spioncino con la coda dell'occhio monitorato e non ci furono segreti per nessuno, neanche ad andarli a cercare col lanternino, l'anonimato ebbe un nome e un cognome, l'innominato rimase pur sempre tale, a cui fu garantita copertura eterna, benché lo conoscessero fino ad arrivare al patronimico e all'albero genealogico.
Infine si celebrò un grande funerale ecumenico, con tanto di fuochi pirotecnici, si prese carta e penna e si riscrisse la storia per filo e per segno, si appose qualche fiocco, si decurtò di episodi spiacevoli. I notiziari fecero di tutto per abbellirsi, incipriandosi il naso di ottimismo nuovo di zecca e profumato di bucato, che giungeva direttamente dalla fabbrica dell'Estetica della Propaganda.
Si guardò con clemenza l'assassino, e con simpatia il bandito, e si additarono il morto e il derubato dalla vita, li si guardò torvi perché ebbero la pretesa con la loro stessa presenza di portare a galla certe strane faccende di cui trafficoni, braccia armate e faccendieri, così come la gente comune proprio non voleva più saperne. Erano da poco state messe in ordine le carte nell'armadio e nessuno voleva farne soqquadro.
Fissarono senza interpellanza parlamentare date e destinazioni di vacanza, pagarono con ritardo le rate dell'automobile e regalarono a moglie, padrino, prete ed amante lo stesso anello, di oro vecchio fuso.
E tutto il resto fu ottimo contorno, soddisfatti o rimborsati, tutti gli altri, i ritardatari, pagano il conto.
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Bologna 2 Agosto: 'Ricordo la nuvola nera e la stanza piena di giochi'
«Della strage alla stazione mi sono rimaste impresse due immagini: la polvere nera che copriva ogni cosa e una stanza d' ospedale piena di giochi». Parole di Alessandra, che aveva solo quattro anni il 2 agosto 1980, quando una bomba esplose, a pochi metri da lei, all' interno della sala d' attesa di seconda classe della stazione di Bologna. Un' intera ala dell' edificio crollò, seppellendo centinaia di persone. Alessandra si trovava lì con tutta la famiglia: padre, madre, sorellina di due anni, zii, cugini e nonni. Avevano preso il treno da Bari con l' auto al seguito, perché non volevano rischiare incidenti in autostrada. Una volta giunti a Bologna avrebbero dovuto proseguire per l' Appennino. «Mia nonna e mia zia si erano allontanate da noi per comprare in edicola un biglietto della lotteria - prosegue Alessandra - mia madre con me, mia sorella Simona e le mie due cugine, Patrizia e Sonia, stava comprando delle caramelle. Era incinta e aveva un' insolita voglia di dolci». All' improvviso l' esplosione: Patrizia, diciotto anni, venne investita e morì sul colpo. Sonia, sette anni, venne colpita alla testa da un masso. La zia e la nonna restarono illese, salvate dal desiderio di una vincita alla lotteria. Cominciarono così a cercare le nipotine. Trovarono prima Patrizia, sotto il treno in sosta al primo binario, poi Sonia che estrassero dalle macerie ancora in vita. Le pulirono il viso dai vetri e la fecero caricare su una barella. Morì dopo due giorni di agonia. Poco dopo arrivarono gli uomini, che erano andati a ritirare l' auto da un' altra parte della stazione. Trovarono anche Silvana, la mamma di Alessandra, che riconobbero unicamente dagli abiti. Era stata investita dalla fiammata, per proteggere, con il suo corpo, le due bambine. «Fu mio padre ad estrarci dalle macerie. L' immagine della polvere nera che copre ogni cosa risale a quel momento. Molti avvenimenti mi sono stati raccontati successivamente, ma quella polvere nera non l' ho mai dimenticata. Mia madre morì il sei agosto per le ustioni, le avevano già dovuto amputare una gamba. Io e mia sorella avevamo ferite su tutto il corpo, restammo nel reparto ustionati dell' ospedale Maggiore di Bologna per un mese. In quei giorni ricevemmo giocattoli e cartoline da ogni parte d' Italia, anche questo non l' ho dimenticato. Ho bene in mente la stanza piena di giochi, ho anche conservato la cartolina inviatami da una bambina che si chiamava come me. Mi hanno detto che venne a trovarci anche Pertini, ma purtroppo questo l' ho dimenticato. Mio nonno, subito dopo l' esplosione, vagò per le strade di Bologna. Fu soccorso da un cittadino bolognese che lo ospitò in casa sua, e gli offrì da mangiare. Nonostante le ricerche non siamo mai riusciti a rintracciare quest' uomo. Mio nonno, che aveva fatto la guerra, aveva compreso subito, dall' odore e dal rumore dell' esplosione, che era stata una bomba». In effetti molti dei testimoni percepirono immediatamente le cause dell' esplosione. Le radio e le televisioni, in un primo momento, parlarono invece dello scoppio di una caldaia. Comprensibile che non si volesse diffondere il panico, meno comprensibile che anche le forze dell' ordine, che non potevano non aver compreso la natura dell' esplosione, non abbiano effettuato un solo posto di blocco nella giornata del 2 agosto perdendo ore preziose nel far partire le indagini. D' altra parte oltre a Francesca Mambro e a Giuseppe Valerio Fioravanti, condannati all' ergastolo come esecutori della strage, sono stati condannati per depistaggio due alti ufficiali dei servizi segreti militari: Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte. Erano morte 85 persone e 200 erano rimaste ferite, ma una parte delle istituzioni non voleva che venissero individuati i colpevoli. Oggi a ventidue anni di distanza, sono ancora 17, le persone che devono sottoporsi a cure a causa dell' attentato del 2 agosto. Tra queste, naturalmente Alessandra e Simona. «Fino a che non termina il periodo dello sviluppo certe operazioni di chirurgia estetica non si possono fare e poi, nonostante quello che ci veniva detto quando eravamo bambine, certe cicatrici non svaniranno mai. L' ultima operazione l' abbiamo subita lo scorso novembre, forse ne dovremo fare altre, ma il peggio è passato. Per anni abbiamo dovuto portare bende, cerotti e fasciature molto strette che, soprattutto d' estate, erano insopportabili». Alessandra e la sua famiglia non hanno però smesso di vivere da quel primo sabato di agosto del 1980. «Mio padre si è risposato, con un' infermiera bolognese che ci aveva accudito e ora abbiamo un' altra sorella. Mia zia, che perse entrambe le figlie nella strage, ha avuto un altro figlio, che ha chiamato Silvano, in onore di mia mamma». Ma rimangono i ricordi: «Fino a che ero bambina ho sofferto molto a causa delle ferite che portavo addosso, soprattutto psicologicamente. I bambini chiedevano continuamente cosa fossero quei segni. Da una decina di anni non è più così, io e mia sorella abbiamo una vita normalissima, non soffro di depressioni e ho imparato da mia zia Lia, che ha sopportato con grande forza il dolore della perdita delle due figlie, a non farmi abbattere. Poi sono molto soddisfatta della mia vita e non ho rinunciato ai miei sogni». Alessandra ora lavora al Comune di Bari, «l' Associazione familiari delle vittime del due agosto, ci ha aiutato a trovare un' occupazione. Una legge agevola le vittime degli attentati terroristici, noi non ne eravamo a conoscenza, l' aiuto dell' Associazione è stato fondamentale. Il lavoro mi piace ma, in futuro, se posso dirlo, mi piacerebbe fare la giornalista». -
MASSIMILIANO BOSCHI, Repubblica — 01 agosto 2002 pagina 7 sezione: BARI

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