mercoledì, 02 luglio 2008
La giustizia graziò ingiustamente il giustiziato, lo guardò ingiustificatamente come se non ne avesse diritto, lo fissò diritto negli occhi, lui che di diritti a detta di tutti ne aveva tanti e troppi.

La legge sentenziò illegittima la condanna e legiferò la sua libertà incondizionata, previo pagamento sottobanco ma alla luce del sole, leggendo ad alta voce la sentenza che lo condannava alla felicità.

La vittima non fece del vittimismo la sua bandiera, perché era come gridare al vento o ventilare una blanda minaccia, ma camminò pur sempre vittoriosa a testa alta, perché la vera vittima era il colpevole, vittima di se stesso vittima di una strumentalizzazione a suo carico, senza possibilità d'essere discolpato, braccato dal senso di colpa seppur di plastilina filigrana e broccato che lo perseguitava. O semplicemente vittima della propria incoscienza studiata a tavolino da un'anima latitante da che era lattante.

Il processo non fu processato perché protetto l'imputato e tutto l'ambaradan dal segreto di stato, ci furono manifestazioni, lacrime zuccherose, solenni discorsi e roghi di piazza, caccia alle streghe a sconti stracciati, offerte speciali di amnistie liquida tutto, ideologie a buon mercato, tribunali in disuso. Processioni in nome di Caino, Abele fu linciato per tutto quello che fino a quel momento aveva rappresentato e gli si diede il resto, a piacere si aprirono filiali, si coniarono monete, si battezzarono Onlus. Si processarono per direttissima gli innocenti e i colpevoli furono tra i giurati in corte d'assise assiepati. Fortunatamente con la cassazione si giunse al massimo della pena senza colpo ferire, un moderato numero d'ergastoli tanto per gradire. Non ci fu più ingiusto tra gli ingiusti. Le coppole gaudiose si levarono al cielo in gesto di giubilo e strinsero mani baciandole, abiti talari misero all'asta indulgenze plenarie dietro preventivo personalizzato.

La spia spossata spiò dallo spioncino con la coda dell'occhio monitorato e non ci furono segreti per nessuno, neanche ad andarli a cercare col lanternino, l'anonimato ebbe un nome e un cognome, l'innominato rimase pur sempre tale, a cui fu garantita copertura eterna, benché lo conoscessero fino ad arrivare al patronimico e all'albero genealogico.

Infine si celebrò un grande funerale ecumenico, con tanto di fuochi pirotecnici, si prese carta e penna e si riscrisse la storia per filo e per segno, si appose qualche fiocco, si decurtò di episodi spiacevoli. I notiziari fecero di tutto per abbellirsi, incipriandosi il naso di ottimismo nuovo di zecca e profumato di bucato, che giungeva direttamente dalla fabbrica dell'Estetica della Propaganda.

Si guardò con clemenza l'assassino, e con simpatia il bandito, e si additarono il morto e il derubato dalla vita, li si guardò torvi perché ebbero la pretesa con la loro stessa presenza di portare a galla certe strane faccende di cui trafficoni, braccia armate e faccendieri, così come la gente comune proprio non voleva più saperne. Erano da poco state messe in ordine le carte nell'armadio e nessuno voleva farne soqquadro.

Fissarono senza interpellanza parlamentare date e destinazioni di vacanza, pagarono con ritardo le rate dell'automobile e regalarono a moglie, padrino, prete ed amante lo stesso anello, di oro vecchio fuso.

E tutto il resto fu ottimo contorno, soddisfatti o rimborsati, tutti gli altri, i ritardatari, pagano il conto.

X



Bologna 2 Agosto: 'Ricordo la nuvola nera e la stanza piena di giochi'

«Della strage alla stazione mi sono rimaste impresse due immagini: la polvere nera che copriva ogni cosa e una stanza d' ospedale piena di giochi». Parole di Alessandra, che aveva solo quattro anni il 2 agosto 1980, quando una bomba esplose, a pochi metri da lei, all' interno della sala d' attesa di seconda classe della stazione di Bologna. Un' intera ala dell' edificio crollò, seppellendo centinaia di persone. Alessandra si trovava lì con tutta la famiglia: padre, madre, sorellina di due anni, zii, cugini e nonni. Avevano preso il treno da Bari con l' auto al seguito, perché non volevano rischiare incidenti in autostrada. Una volta giunti a Bologna avrebbero dovuto proseguire per l' Appennino. «Mia nonna e mia zia si erano allontanate da noi per comprare in edicola un biglietto della lotteria - prosegue Alessandra - mia madre con me, mia sorella Simona e le mie due cugine, Patrizia e Sonia, stava comprando delle caramelle. Era incinta e aveva un' insolita voglia di dolci». All' improvviso l' esplosione: Patrizia, diciotto anni, venne investita e morì sul colpo. Sonia, sette anni, venne colpita alla testa da un masso. La zia e la nonna restarono illese, salvate dal desiderio di una vincita alla lotteria. Cominciarono così a cercare le nipotine. Trovarono prima Patrizia, sotto il treno in sosta al primo binario, poi Sonia che estrassero dalle macerie ancora in vita. Le pulirono il viso dai vetri e la fecero caricare su una barella. Morì dopo due giorni di agonia. Poco dopo arrivarono gli uomini, che erano andati a ritirare l' auto da un' altra parte della stazione. Trovarono anche Silvana, la mamma di Alessandra, che riconobbero unicamente dagli abiti. Era stata investita dalla fiammata, per proteggere, con il suo corpo, le due bambine. «Fu mio padre ad estrarci dalle macerie. L' immagine della polvere nera che copre ogni cosa risale a quel momento. Molti avvenimenti mi sono stati raccontati successivamente, ma quella polvere nera non l' ho mai dimenticata. Mia madre morì il sei agosto per le ustioni, le avevano già dovuto amputare una gamba. Io e mia sorella avevamo ferite su tutto il corpo, restammo nel reparto ustionati dell' ospedale Maggiore di Bologna per un mese. In quei giorni ricevemmo giocattoli e cartoline da ogni parte d' Italia, anche questo non l' ho dimenticato. Ho bene in mente la stanza piena di giochi, ho anche conservato la cartolina inviatami da una bambina che si chiamava come me. Mi hanno detto che venne a trovarci anche Pertini, ma purtroppo questo l' ho dimenticato. Mio nonno, subito dopo l' esplosione, vagò per le strade di Bologna. Fu soccorso da un cittadino bolognese che lo ospitò in casa sua, e gli offrì da mangiare. Nonostante le ricerche non siamo mai riusciti a rintracciare quest' uomo. Mio nonno, che aveva fatto la guerra, aveva compreso subito, dall' odore e dal rumore dell' esplosione, che era stata una bomba». In effetti molti dei testimoni percepirono immediatamente le cause dell' esplosione. Le radio e le televisioni, in un primo momento, parlarono invece dello scoppio di una caldaia. Comprensibile che non si volesse diffondere il panico, meno comprensibile che anche le forze dell' ordine, che non potevano non aver compreso la natura dell' esplosione, non abbiano effettuato un solo posto di blocco nella giornata del 2 agosto perdendo ore preziose nel far partire le indagini. D' altra parte oltre a Francesca Mambro e a Giuseppe Valerio Fioravanti, condannati all' ergastolo come esecutori della strage, sono stati condannati per depistaggio due alti ufficiali dei servizi segreti militari: Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte. Erano morte 85 persone e 200 erano rimaste ferite, ma una parte delle istituzioni non voleva che venissero individuati i colpevoli. Oggi a ventidue anni di distanza, sono ancora 17, le persone che devono sottoporsi a cure a causa dell' attentato del 2 agosto. Tra queste, naturalmente Alessandra e Simona. «Fino a che non termina il periodo dello sviluppo certe operazioni di chirurgia estetica non si possono fare e poi, nonostante quello che ci veniva detto quando eravamo bambine, certe cicatrici non svaniranno mai. L' ultima operazione l' abbiamo subita lo scorso novembre, forse ne dovremo fare altre, ma il peggio è passato. Per anni abbiamo dovuto portare bende, cerotti e fasciature molto strette che, soprattutto d' estate, erano insopportabili». Alessandra e la sua famiglia non hanno però smesso di vivere da quel primo sabato di agosto del 1980. «Mio padre si è risposato, con un' infermiera bolognese che ci aveva accudito e ora abbiamo un' altra sorella. Mia zia, che perse entrambe le figlie nella strage, ha avuto un altro figlio, che ha chiamato Silvano, in onore di mia mamma». Ma rimangono i ricordi: «Fino a che ero bambina ho sofferto molto a causa delle ferite che portavo addosso, soprattutto psicologicamente. I bambini chiedevano continuamente cosa fossero quei segni. Da una decina di anni non è più così, io e mia sorella abbiamo una vita normalissima, non soffro di depressioni e ho imparato da mia zia Lia, che ha sopportato con grande forza il dolore della perdita delle due figlie, a non farmi abbattere. Poi sono molto soddisfatta della mia vita e non ho rinunciato ai miei sogni». Alessandra ora lavora al Comune di Bari, «l' Associazione familiari delle vittime del due agosto, ci ha aiutato a trovare un' occupazione. Una legge agevola le vittime degli attentati terroristici, noi non ne eravamo a conoscenza, l' aiuto dell' Associazione è stato fondamentale. Il lavoro mi piace ma, in futuro, se posso dirlo, mi piacerebbe fare la giornalista». -

MASSIMILIANO BOSCHI, Repubblica — 01 agosto 2002 pagina 7 sezione: BARI


lunedì, 31 marzo 2008

Come faccio a spiegarti,

che non è quello visto dalla cortina

di tende socchiuse come bacio

a punta di labbra sfiorato

il mondo che credi essere vero.

Che i suoi colori sicuri

a pennellate larghe,

vivaci e rozzi, che s’aggrappano alla tela,

a forza di spasmi e unghiate

tirandola giù come sipario strappato,

come faccio a spiegartelo.

Che quello non è l’universo,

fatto di stelle fisse e comete,

di sole che brucia, di raggi a fendere le nuvole

smistando polvere di confetti e farina di mandorle.

Ti sei contentato di sorvolare a bassa quota

Distese d’oro che credetti grano

E spighe da tenere tra i denti,

con un sorriso a serramanico

per legittima difesa.

Rasoterra diversa è la visione,

e nella razione quotidiana

è quel che alla fine conta e basta.

Ce la misi proprio tutta

E il fiato mi riempì a dovere i polmoni,

per raccontarti il nulla, a voce alta,

che c’è dentro e fuori.

Un vuoto affollato, un’area senza misura

Chiusa in cima stretta da uno spago;

come un’ape intrappolata,

nel suo più eterno momento,

in una bolla di sapone

confezionata su misura.  

 

X

ferro

 

Ucciso dalla ragion di stato

Il rapimento di Aldo Moro e il suo tragico epilogo in un'accurata ricostruzione di Andrea Colombo per Cairo Editore. Lo statista prigioniero delle Brigate Rosse lasciato morire in nome della conservazione dei rapporti di forza nel sistema politico

Marco Bascetta

Si potrebbe iniziare dalla fine, da quella cerimonia «cupa e grottesca», che si celebrò il 13 maggio del 1978 nella basilica di San Giovanni intorno a una bara vuota. Lì l'intero mondo politico, che la famiglia di Aldo Moro aveva diffidato dal commemorare in forma pubblica e ufficiale la memoria del Presidente della Dc, ucciso dalle Brigate rosse pochi giorni prima, il 9 maggio, era schierato, grave e compunto, di fronte al pontefice in persona, che celebrava una messa in suffragio destinata a sostituire le esequie interdette.
Quelle immagini - scrive Andrea Colombo nella sua impeccabile ricostruzione dei tragici 55 giorni del sequestro Moro (Un affare di stato, Cairo editore, pp. 287, euro 16) - «si sono viste poco e sempre meno col passare del tempo». Men che meno saranno riproposte in questo trentennale. Sono state lasciate scivolare nell'oblio perché in quella messa in scena funebre «all'insegna della menzogna e del senso di colpa» è contenuta ed esibita tutta la semplice, agghiacciante verità del caso Moro: una verità cinica e meschina, ammantata di grandi principi: «l'ultima, macroscopica, dichiarata bugia in una storia che di bugie è infarcita». Di bugie, non di impenetrabili misteri, labirintici retroscena, e segreti, diabolici, burattinai. È appunto questa mortifera banalità, questa incapacità di uscire dagli schemi, questa nullità in attesa del nulla, che caratterizzò tutti i protagonisti della vicenda tranne uno, Aldo Moro, il prigioniero, la vittima, a costituire l'oggetto principale del racconto di Colombo.
La politica armata
Può sembrare un paradosso, ma in quei 55 giorni, l'unica persona libera, lucida, vera, perché impegnata in qualcosa di inequivocabilmente reale, salvare la propria vita, e dimostrare al tempo stesso che questo non avrebbe significato, come effettivamente non significava, la catastrofe della democrazia, fu proprio lui, il prigioniero sottoposto a «un dominio assoluto e incontrastato», recluso in un soffocante loculo, armato di carta e penna, Aldo Moro. Le sue lettere, le lettere di un «pazzo», di un disperato affetto dalla «Sindrome di Stoccolma» (la complicità tra il sequestrato e i propri sequestratori), come il coro unanime della grande stampa e delle segreterie di partito cercarono di farlo passare, rappresentarono l'unico elemento di ragione politica e umana in una vicenda vissuta all'insegna della più desolante ottusità. Quella dei partiti in gara per rappresentare, a proprio immediato vantaggio, la fedeltà alla ragion di stato da una parte, le Brigate rosse, alla ricerca di un'autorevole conferma ai rigidi schemi della politica armata e dell'antimperialismo, dall'altra.
Gli interrogatori del prigioniero furono una delusione per i brigatisti alla ricerca di chissà quali insondabili segreti del potere. Da scambiare non si trovarono, alla fine, in mano che la sola vita di Aldo Moro. Che per il suo partito non valeva un (improbabile) rischio elettorale e ancor meno quello di veder passare nelle mani del Pci, e del suo «governo ombra», lo scettro del cosiddetto «senso dello stato». Fu proprio il partito comunista ad essere il più inflessibile guardiano della fermezza, acconciato da salvatore della patria e della democrazia. Ancora ignaro che la sua parte in commedia, la grinta statalista, sarebbe stata sbaragliata, in un breve volgere di anni, dalla spregiudicatezza craxiana.
Per le Brigate rosse, l'interesse di partito, il «fatturato politico» dell'azienda armata non ebbe peso minore. Con le armi facevano politica e dalle armi si attendevano risultati politici. In primo luogo il riconoscimento da parte dell'avversario. Della conflittualità diffusa nel paese, degli scontri di piazza, delle pratiche illegali di massa, dell'insubordinazione sociale non la pensavano molto diversamente dai Bufalini e dai Pecchioli. Dei quali condividevano, in buona parte, forma mentis e cultura politica. Che i movimenti si facessero rappresentare dal partito armato e ne applaudissero l'«efficienza» o che andassero al diavolo! Che il sequestro e l'assassinio di Moro avrebbe reso irrespirabile l'aria per i movimenti non era un problema delle Br, qualora non lo considerassero addirittura un vantaggio. Ben lo sapevano, invece, quelle teste politiche più vicine ai movimenti, come Franco Piperno e Lanfranco Pace, che tentarono, su sollecitazione del Psi, di evitare un esito sanguinoso della vicenda, tramite l'intercessione dell'ala più «movimentista» delle Brigate rosse: Valerio Morucci e Adriana Faranda, di lì a poco in rotta con l'organizzazione.
La rigidità di questi due schemi contrapposti, accomunati dall'idea dell'autonomia del politico, autonomia, fra l'altro, da ogni ragione umanitaria, segnò la sorte di Moro. La Democrazia cristiana scartò, una dopo l'altra, le diverse ipotesi di concessioni che potessero non apparire come un cedimento (graziare un detenuto per motivi di salute, chiudere il supercarcere dell'Asinara). Furono lasciate cadere perché in questione non era un principio di legalità o l'autorevolezza dell'ordinamento democratico, ma il rapporto di forza tra i partiti e nei partiti. Pilatescamente la Dc lasciò che il tempo e l'immobilismo determinassero il tragico esito della vicenda.
Le Brigate rosse, pur consapevoli della sconfitta, contenuta probabilmente già nella strage di via Fani e nell'emozione che aveva suscitato, non potevano uscire di scena con un «nulla di fatto». Che da lì sarebbe iniziata la parabola discendente, sia pur sempre più infestata di omicidi e ferimenti, non era difficile capirlo. L'assassinio del prigioniero non fu, a quel punto, che un meschino, grottesco punto d'onore.
L'unico ad agire liberamente, sia pure con il solo strumento della sue lettere, fuori dagli schemi e, paradossalmente, dai ricatti è proprio Aldo Moro dalla sua prigione. Modula le sue argomentazioni secondo i diversi interlocutori che ben conosce, suggerisce le mosse, ragiona sul senso possibile di questo o quell'atteggiamento. E il fatto di farlo per salvare la propria vita, non priverà affatto di valore e lucidità le sue argomentazioni. Le circostanze della prigionia permettono, inoltre, a Moro di capire il fenomeno brigatista, di rendersi conto di cosa sono le Br, di cosa rappresentano e come si autorappresentano, del linguaggio che parlano e delle risposte che possono intendere. Con un cinismo estremo, ammantato di nobili principi, il mondo politico destituirà di ogni fondamento le lettere di Moro.

foto_alva

lunedì, 25 febbraio 2008

E’ nel mucchio che si pesca,

tirando a sorte,

chiudendo stretti gli occhi,

per non vedere se è uno stagno

di letame e fogliame

o un ruscello di acque cristalline.

Si tira su di peso,

e si strappa alla vita.

Quante volte lo si è guardato,

ma non è legittimo, convulso si dibatte,  

non è uno spettacolo o un’abile manovra

perché sia il direttore della giostra

a stabilire il prezzo del biglietto,

e gli astanti con agli occhi

lacrime artificiali e d’applausi fragorosi

allenano i palmi, tanto da bruciare.

E’ nel mucchio che si colpisce,

senza prendere giusta la mira,

perché non importa

se è silenziato lo sparo,

se è a salve, o d’ipocriti sorrisi la munizione.

E’ pur sempre contemplato dal più macabro

ragioniere, la resa dei conti che fa pari e patta.

E’ nel mucchio che si coglie,

quello che è funzionale allo scopo,

con i tacchi calpestandolo, con cura e dovizia,

tanto da dimenticare che dietro a quelle fattezze

c’è ancora un uomo che,

dalla teca di cristallo

ha appena estratto il proprio cuore

e non ce lo richiuderà a breve.

E’ nel mucchio che si pesca.  

 

X

 

Segavano i rami sui quali erano seduti e si scambiavano a gran voce le loro esperienza di come segare più in fretta, e precipitarono con uno schianto, e quelli che li videro scossero la testa segando e continuarono a segare. (Brecht da Esilio)

 


“Il fascismo piaceva agli italiani, forse piace tuttora, perché era intransigente a parole, ma permissivista, complice dei nostri vizi nei fatti. È per questo che si sente puzza di fascismo perenne nella retorica permissivista della Repubblica per cui chiunque faccia il suo dovere è un eroe, qualsiasi morto va applaudito al passar del feretro, anche il mercenario che faceva la guerra per soldi al servizio di coloro che con la guerra fanno affari, salutato da fanfare e capi di Stato dolenti.
Ci siamo abituati nella Resistenza ai morti insepolti, che un nemico feroce lasciava appesi al cappio della impiccagione o in qualche fossa comune. Diffidavamo anche dei funerali familiari. Il nemico feroce li usava per fotografare i presenti. La democrazia non è intransigente come le dittature, ma una democrazia che non sappia difendersi ha breve vita. E quando una democrazia come la nostra è fondata sulla Resistenza e sul patto resistenziale che esclude il ritorno del fascismo, coloro che stanno nelle "stanze alte" dello Stato devono intervenire in difesa dello Stato e non di chi ne minaccia l'esistenza.
La differenza fra un'opinione pubblica democratica e una filo-fascista, filo-autoritaria non è una questione di vaghe idee come si ama far credere, ma di seri comportamenti, di rispetto delle leggi e non della loro violazione sistematica. Assistiamo a una fioritura di fascisti inconsapevoli o fascisticamente tracotanti: uomini politici che essendo a capo del governo invitano i cittadini a non pagare le tasse e a non accettare le decisioni della magistratura, a definire i giudici assassini e i giornalisti onesti terroristi, sindaci che pur sapendo che l'apologia di fascismo è un reato vogliono intitolare una via a Pavolini, il capo delle brigate nere, la teppaglia arruolata dal fascismo morente: l'esercito nero che, venuta meno la protezione dei tedeschi, si sciolse, scappò, non ebbe il coraggio di opporsi a quella insurrezione che non fu una bugia, ma liberò le città e presentò agli alleati vincitori un paese che poteva autogovernarsi, che meritava di rientrare fra le nazioni civili, che ricostruiva il paese distrutto, che arrivava a un più civile rapporto fra le classi sociali.
È a questo patrimonio di sacrifici e di opere dobbiamo rinunciare, questi meriti dobbiamo abbandonare alla diffamazione solo perché è di moda parlar male dei padri, diffamando quella grande occasione dai diffamatori perduta, quella occasione di mostrarci al mondo come un paese coraggioso e civile? Il revisionismo è accettabile anche come menzogna?
Guardavo un servizio sull'attentato di via Rasella di una televisione, manco a dirlo revisionista: sosteneva che i partigiani avevano attaccato una colonna di pacifici altoatesini, bravi figli di mamma capitati per caso nella Roma della Resistenza. In realtà trattavasi del famigerato battaglione Bozen, specializzato nella repressione di partigiani, più nazista dei nazisti. Manca solo che le stragi di Marzabotto come di Sant'Anna di Stazzema siano rievocate come delle liete scampagnate delle brave SS del colonnello Reder.
La revisione della storia è una funzione culturale indispensabile, ma forse lo è di più, e prima, la conoscenza della storia: sapere, anche se a grandi linee, come è avvenuto che l'Italia sia diventato uno Stato unico e indivisibile.”

Da L'INTRANSIGENZA MAESTRA DI VITA di Giorgio Bocca

 

mercoledì, 06 febbraio 2008
Cò la mejo anima...
...der commercio...
cè sò Pappa...e briganti
che ciànno avuto occhio bbono...
a vedè che ce se guadambia
ner mischiasse n'der
sotto der dissenso...
arabbattannose a campà
der sordo dell'altri...
e de questo...cìanno
fatto ...sgobbo cor pezzo
unènno disgrazia cor
marchio e...tanto Bravi
n'stò mestiere che se sò
spesso portati avanti
er lavoro mannanno
parecchi ar campo santo...
...prima però
de nun avè preso stecca
...e perciò
nun se lascieno scappà...
l'occasione de nò stacchetto...
che je riempie la tasca...
puro cor morto...

e da principio
se sò offerti...
e che ormai sò passati
così tant'anni che manco
loro se ricordeno
da esse solo sordatini
de piombo..
e che cianno avuto valore
d'oro.....e che questo
de certo nun se scordeno
e che..ancora 
se pagheno a peso
pe ogni grammo de ...
silenzio...e ogni tanto
strippano e se ripresenteno
ar distretto pe sbircià
se ancora ce stànno
n'Lista ar servizio
de er comanno...e se er nome loro
nun sè sbiancato cor
...mar tempo ...facennoje
perde n'pò de peso...
ner complesso der bilancio...

...pe chi CIA' e tiene conto
...e cò raggionata
je fà er prezzo...

...de stì sordartini de piombo ...
che ormai peseno e basta solo
sur groppone der ...
micco che a stò parassita
ancora paga...a pepita
nà robba puzzolente  che
è ormai sà che è fusa e straUSAta.

...de stì tempi
...ce crisi pe tutti...troppe
spese nun se pònno più fà
e certa merce và carcolata pe
quella che è ...Merda
o merd a Parì o shit
a Londò...scejete voi
da quale cesso
ve volete buttà




Forleo: accusata di interferenza nell'attività della procura

05/02/2008 - Ha compiuto un'"interferenza" nell'attività della procura di Milano, impegnata nell'inchiesta sulle scalate bancarie. È questa la nuova pesante accusa che la Prima Commissione del Csm formula a carico del gip di Milano Clementina Forleo.
L'accusa si riferisce a più colloqui e in particolare a una telefonata che il gip Forleo ebbe con uno dei pm titolare dell'indagine Luigi Orsi. Contatti in cui il gip milanese manifestò allarme per quello che riteneva un rallentamento dell'indagine, perchè non aveva ancora ricevuto delle richieste di provvedimenti cautelari reali che le erano stati genericamente preannunciati; e soprattutto insinuò il sospetto che si volesse insabbiare l'inchiesta. Un comportamento che al Csm appare come  interferenza" nell'attività della procura, e non consono alla terzietà di un gip che si doveva pronunciare proprio sulle richieste della procura milanese.
"Nella gestione del processo sulle scalate bancarie la dottoressa Forleo non è mai andata fuori dalle regole, non ha mai esorbitato dal suo ruolo. E il suo rapporto con la procura è stato lineare e corretto". Il neo procuratore di Asti Maurizio Laudi, "difensore" davanti al Csm di Clementina Forleo, afferma perciò la propria e la "tranquillità" della sua assistita rispetto alla nuova contestazione che le ha mosso il Csm. "Aspettiamo di sapere quali sono le circostanze di fatto per cui viene formulato questo nuovo addebito; ma riteniamo, e lo dico senza arroganza, che non dobbiamo temere nulla. Perchè - spiega Laudi -  nella vicenda di quel processo non è accaduto nulla di irregolare. La dottoressa Forleo ha fatto fronte alle incombenze del suo ufficio senza mai esorbitare dai limiti delle sue competenze. E niente può legittimare ipotesi di scorrettezza nei rapporti con la procura". "Quando un pm è titolare di un'inchiesta importante, è fisiologico che preannunci le sue richieste al gip", sottolinea ancora Laudi; come pure non c'è nulla di strano se poi il gip si informi di provvedimenti che gli erano stati annunciati ma che non sono stati richiesti: "se anticipo a un amico che andrò a fargli visita e poi non gliela faccio, mi sembra assolutamente normale che lui me ne chieda conto".

Fausto Bertinotti sta chiedendo consiglio a donna Assunta Almirante
se mettere il Che nei Manifesti in Campagna elettorale



Gli Antfascisti Futuristi di Via dei Volsci

http://italy.indymedia.org
   

Sull'incredibile modello di convivenza tra curvaioli neofascisti e compagni nella non più mitica Via dei Volsci

Sabato pomeriggio, qualche ora prima dell'inizio della notte bianca. Capito a San Lorenzo e faccio due passi per le strade del quartiere, un quartiere che ho sempre amato perchè indissolubilmente legato, nel mio immaginario, alle memorie della resistenza, dell'antifascismo militante e a quello straordinario e irripetibile movimento che fu il '77. Ne avevo già letto, ma devo dire che quanto ho potuto constatare di persona va aldilà di ogni immaginazione. Staziono per una decina di minuti proprio all'incrocio tra Via dei Volsci e Via degli Equi. Alla mia sinistra, la sede dei fascistissimi Boys Roma, quelli del gladio e delle celtiche, gli amici di Casa Pound e Casa Montag, alla mia destra il mitico "32" sede storica (quasi da tutelare come monumento) del movimento antagonista romano. In serata ci sarà un festa e cosè i compagni del 32 stanno chiudendo con transenne Via dei Volsci. Nei pressi delle transenne, indisturbato, un manipolo di fascistelli strafatti, bardati con magliette dei Boys Roma e pieni zeppi di tatuaggi assortiti di gladi e scudetti smozzicati della decina Mas, mentre è impegnato a "trafficare" (che te serve?) con qualche loro cliente, presta supporto nel far rispettare la chiusura della strada. Sono evidentemente orfani dei loro fratelloni che in quel momento saranno allo stadio (siamo in prossimità di Roma-Livorno)a esibire celtiche e saluti romani e ad intonare, sull'aria di faccetta nera, il loro famigerato hit AS ROMA CAPITOLINA. Ti guardi intorno, e vedi le mura dei palazzi piene di richiami all'antafiscismo (BASTA LAME, BASTA FAsci, BASTA INFAMI). Uno scenario surreale, non c'è che dire. Ora, fuor di polemica, c'è qualcuno che puo darmi una spiegazione plausibile di come tutto questo possa accadere senza ricorrere alla solita retorica sulle misteriorose ed esoteriche "logiche di strada" ?
 

Perchè c'è tanto LOVE LOVE LOVE e nun se pò  parla male l'uno dell'artro all'apertura der negozio e soprattutto nun se parla de vecchi amici de bottega neofascisti "rivoluzionari" romani tiranno fòri vecchie storie strane...è scortesia  e perciò fatte l'affari tua Camer...ehm Compagno! ...oops se fà confusione a San Lorenzo

giovedì, 31 gennaio 2008

Questo è il Paese del Sole,

questo è il Paese del Mare,

(10.25, nella sala d'aspetto di 2° Classe, Bologna Centrale, un ordigno a tempo, contenuto in una valigia abbandonata, esplode uccidendo ottantacinque persone e ferendone oltre duecento).

Questo è il Paese di tutte le Parole

(16.37, Piazza Fontana una bomba esplose nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura, in piazza Fontana, provocando la morte di dic