venerdì, 04 luglio 2008

Ci fu un tempo, oggi quasi da annoverare fra quelle fasi isolate della storia, in cui l'uomo credeva d'essere libero. Gli bastò sapere che gli altri gli permettevano di crederlo e di attuare la sua libertà come meglio ritenesse opportuno. Non è dato certo che fu per due ragioni in diverse occasioni, ma più o meno assimilabili, cioè che in quel momento l'uomo fu lasciato a se stesso, per ragioni talmente contingenti che non permettevano di fermare il pensiero sulla categoria umana, tanto indaffarati a concentrarsi su altro, come fame e carestia, o scambiare petrolio per generi alimentari, o semplicemente facendo sempre credere all'uomo che era lui a stabilire coordinate e dettami che applicava, sempre col beneficio del dubbio, a lui stesso. Capace quindi anche di insorgere alla sua stessa volontà se un impeto di ribellione l'avesse richiesto. Ma l'uomo non si contentò nemmeno in quella circostanza tanto vasta da lasciargli il libero arbitrio, un raggio di movimento tale, mentale e fisico, d'ampio respiro, da poter andare dall'equatore ai due poli in un medesimo istante, di pensare al giorno con la luna e alla notte più assolata, di concepire una laica divinità (ma questo accade ancora oggi) come un religioso dogma pagano (come sopra). Insomma, lui per essere libero, giacché aveva provato tutto, anche la libertà più sfrenata, quella lesiva e quella narcisista, quella egoistica e quella di una generosità speculare (ma ci si contentava uguale, visto che di nocivo non aveva nulla), e per essere l'essere più libero di tutti, anche delle rondini e dei lupi, dei delfini e dei gabbiani pensò concentrandosi tutto il tempo sul da farsi. E capì, a modo suo, e tanto autopersuaso, che per essere libero doveva nascere schiavo. Strana cosa a dirsi, figuriamoci a pensarla. Qualcosa suggeriva che nel suo remotissimo passato ciò doveva essere accaduto perché era come se ai polsi avesse ancora i segni delle catene e alle caviglie ne sopportasse ancora il peso. Ma purtroppo la decisione era già cosa fatta. Quando un'idea si palesa è in alcuni casi già concreta, tattile e visibile.

Inizialmente si stabilì che sarebbero stati tutti schiavi e così fu per un certo tempo senza che nessuno ebbe a lamentarsi. Il cibo fu da procacciare, le città si innalzarono dopo grandi sforzi inimmaginabili fino a poco tempo addietro, alcuni caddero senza vita costruendole, altri sudarono sette camicie di sangue e lacrime. Le donne furono separate dai loro compagni e portavano sui luoghi di fatica anche i piccini, chi a spalla, chi a dargli una mano. E questo venne considerato modello ideale della società umana e nessuno ebbe da ridire. Di tanto in tanto con la fronte arsa dal sole si pensava a quanto era bello starsene sdraiati presso una palma a discutere di cose filosofiche o di banalità ad occupare il tempo. Ma il cattivo pensiero era facile da scacciare quando c'era da sollevare un carretto di mattoni o salire in cima agli alberi e cogliere la frutta prima che maturasse troppo.

Era bello ma tutto questo all'uomo diceva che qualcosa mancava in questa mirabile struttura.

Un giorno un uomo cominciò a dire frasi inconcepibili, disse d'aver visto un gruppuscolo con le mani bianche di ozio e con i volti pallidi di ombra e riposo, le donne erano diverse dalle loro, nessuna era segnata da rughe profonde, nessuna aveva il corpo appesantito dalle continue gravidanze. Nessun bambino aveva lo sguardo spento e piangeva dalla fame a metà giornata. I loro erano pargoletti floridi e pasciuti, allegri e giocosi.

Nessuno gli credette perché non era possibile che così fosse, tutti erano uguali e tutti subivano la stessa sorte ed erano sottoposti alla stessa legge e alle stesse regole. L'avevano studiata alla perfezione una simile architettura, - :staremo mica scherzando?

Un giorno uno di questi, un giovane di belle speranze incontrò la più bella ragazza del luogo col viso scolpito nella neve e nella rugiada, la vide da lontano come un'apparizione e non poté credere ai suoi occhi, stanchi, dopo una giornata di lungo e duro lavoro. La guardò e lei fuggì talmente veloce che lui si rimise a sgobbare e a lavorare lesto. Tutto questo non era possibile. E' evidente che quel genere di uomini non esisteva, poiché nessuno li aveva mai visti ai campi o lavorare nei cantieri.

Si pensò a delle allucinazioni. Alcuni vennero curati alla bell'e meglio per disturbi a carico del sistema nervoso. Altri si fecero zittire come era possibile. Qualcuno credette senza dubbio che erano fuggiti lontano, in un altrove che era inimmaginabile, altri ebbero paura di pensare che fossero semplicemente scomparsi.

Tutti ma proprio tutti pian piano dimenticarono, dopo nemmeno un paio di generazioni quanto fosse bello essere liberi come per un gioco del destino, erano all'inizio, un inizio che ebbe un poi stranamente stabilito da loro, con la loro stessa volontà, senza troppo accorgersi di quanto avevano sbagliato, di quanto male avessero fatto. A se stessi, si capisce, mentre agli altri, che sembravano come non esistere se non in una realtà e dimensione parallele, fu di grande giovamento.

La memoria svanì nel nulla a grandi passi, solo alcuni ebbero sporadici barlumi, ma non gli rimaneva che deglutire assieme all'amaro quotidiano quella speranza superstite ormai sottile come un'acciuga.

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[..] «cercando di riattivare processi di civiltà in questa barbarie dilagante che non si può più tollerare». «smetterla con la configurazione dell’ebreo di corte, “quello carino, con lo zucchetto, con il quale ci si fa fotografare insieme per farsi assolvere del passato”. Si fa i carini con gli ebrei e e le carinerie al governo di Israele, che ormai è armato fino ai denti, e dunque dalli allo zingaro e al nero... Ma davvero ci siamo dimenticati che rom e ebrei hanno avuto lo stesso destino? Che sono 500mila i rom morti nelle camere a gas solo perché non hanno trovati altri?
E ancora, l’affondo più doloroso è per un’Italia dalla memoria corta, cortissima, che dimentica che dopo la seconda guerra mondiale erano 743 i criminali di guerra italiani reclamati da africani, slavi, albanesi e greci e nessuno è stato portato davanti ai tribunali «solo perché c’è stata la Resistenza antifascista». I comunisti hanno riportato la libertà in Italia con il sangue dei partigiani, mentre i fascisti italiani sono stati complici dei nazisti nello sterminare gli innocenti. Troppo facile ricordare le foibe dimenticando quello che c’è stato prima. Troppo semplice dare la colpa ai rom, dimenticando che «i veri criminali sono italiani e si chiamano Toto Riina e Provenzano».

Moni Ovadia, Palasport di Villorba, Treviso 2.7.08



IL SOTTILE FASCINO DEL NEOFASCISMO

IL SOTTILE fascino del neofascismo da generone. Non come riedizione di un' idea della politica, di una pratica della politica che fu protagonista fra le due guerre mondiali e che è irripetibile, ma come voglia di rivoltarsi nel peggio, come odio per la buona educazione civica e per la storia, come l' eterno disprezzo per il "culturame". Il "Giornale", il quotidiano politico del cavalier Silvio Berlusconi, pubblica due pagine definite dal suo direttore di ' revisionismo storico' . Un articolo dell' ordinovista Erra in cui si spiega che la Germania nazista scese in campo per salvare l' Europa dalla immonda democrazia capitalista e dal feroce imperialismo comunista. E a fianco, l' articolo di un ignoto storico inglese il quale afferma che la Resistenza europea fu un bluff impopolare. Questo non è revisionismo storico, ma ignoranza e beceraggine. Ignoranza che a Monaco le grandi democrazie cedettero al ricatto nazista, che arrivarono alla guerra disarmate e che per convincere gli americani a entrarci Roosevelt dovette sopportare Pearl Harbour. Ignoranza dello Stalin che confidava ancora nei patti hitleriani quando già l' attacco nazista era in corso. Né si capisce come si possa fraintendere sul ' terzo elemento' storico del nazismo scritto chiaramente in Mein Kampf e poi eseguito con la soluzione finale degli ebrei che per il signor Erra certamente sarà un' invenzione della propaganda. Nessuno scandalo. Al cavalier Berlusconi un giornalismo così va bene non perché sia fascista o neonazista, niente di più lontano dalla sua bonarietà umana e commerciale, ma perché per lui son cose senza importanza, chiacchiere senza peso, combustibile come gli altri divorati dalla onnivora informazione. Il sottile fascino del neofascismo! Nel senso che un consumo culturale vale l' altro, una storia falsa ne vale una vera, l' indignazione morale è cosa stramba da riderci su, il senso della decenza un illustre sconosciuto. TRIONFA nell' informazione lo smercio delle bufale storiche. Persino uno studioso serio come De Felice è venuto fuori con la storia del Mussolini ucciso dagli inglesi, come se Mussolini non fosse stato catturato e giustiziato dai partigiani comunisti, secondo la testimonianza inoppugnabile di Longo e di Solari. Non sarà un concerto meditato, ma il risultato è quello di far sapere che la storia scritta dell' antifascismo è storia falsa, propaganda. Ci si mettono anche i familiari del Duce, la figlia Edda, il figlio Vittorio, la sorella Edvige e consorte mostrano l' abito di nozze di Rachele fotografati assieme all' editore Dino che va ripubblicando il ciarpame della letteratura neofascista. Triste spettacolo vedere una famiglia che forse senza accorgersene partecipa al mercato nostalgico di bassa lega e riduce a feticcio un personaggio storico, dominante nel socialismo rivoluzionario, direttore dell' "Avanti!", teorico del corporativismo, uno che non può essere ignorato per il mediocre, tragico epilogo delle aquile di cartapesta. Essere antifascisti in questa Italia presa dal sottile fascino del neofascismo, è, nel migliore dei casi, un fatto di cattivo gusto, di moralismo assurdo, di insopportabile puzza sotto il naso. Come se l' antifascismo fosse un conformismo da vecchi spaesati che coltivano paure inesistenti, combattono contro le ombre, ripetono vecchi slogan e non il controllo attento di questa confusa e pericolosa transizione, non la difesa attenta dei valori democratici e diciamo pure della cultura. Tutto deve apparire poco importante perché il peggio possa passare. UN ESPONENTE della vita parlamentare, il capo della commissione cultura della Camera, Vittorio Sgarbi, rilascia una dichiarazione demenziale, paradossale, quasi comica sul procuratore di Palermo Giancarlo Caselli: è lui il vero amico della Mafia, lui con il suo protagonismo ha fatto spendere cifre folli nelle sue inchieste persecutorie contro Andreotti, per comperare i pentiti, è lui che ha provocato la fuga dalla Procura di Palermo di quattordici magistrati. I giornali e le televisioni riportano l' inaudita dichiarazione nella rubrica fatti vari o in quella fatti curiosi, con l' aria di dire "il solito Sgarbi, che mattacchione". E suppergiù così gli ultimi digiuni e distribuzioni di droga del Babbo Natale Pannella che ha trovato il modo di versare dentro il cafarnao della politica italiana altri venti o ventiquattro referendum seguiti da un esercito di indefinibili sostenitori, simili a quelli di una setta religiosa che si sentono popolo sovrano, ovazionano Martelli e terroristi neri, e sono riusciti in due imprese incredibili: fare del movimento radicale un sostenitore dei reazionari e dei fascisti e tenere in piedi lo spettacolo falso e velleitario di una democrazia rinascente, di una perenne irresistibile progettazione e intuizione democratica, mentre il paese affonda lentamente nella sua voglia di Stato forte e di mano dura che credo preoccupi anche Giancarlo Fini che a noi sembra più postfascista di questo generume in cui anche gli esponenti della sinistra sono altamente onorati di essere invitati alla cena della vedova Angiolillo, il protettore del neofascismo romano con il primo "Tempo" e della signora Dell' Utri che è la cognata del Dell' Utri di Publitalia, ma da qualche settimana di sinistra. Il generume che pensa ad Andreotti come un perseguitato. A parte Bossi che è matto sul serio. - di GIORGIO BOCCA

Repubblica — 11 gennaio 1996 pagina 11 sezione: COMMENTI


mercoledì, 02 luglio 2008
La giustizia graziò ingiustamente il giustiziato, lo guardò ingiustificatamente come se non ne avesse diritto, lo fissò diritto negli occhi, lui che di diritti a detta di tutti ne aveva tanti e troppi.

La legge sentenziò illegittima la condanna e legiferò la sua libertà incondizionata, previo pagamento sottobanco ma alla luce del sole, leggendo ad alta voce la sentenza che lo condannava alla felicità.

La vittima non fece del vittimismo la sua bandiera, perché era come gridare al vento o ventilare una blanda minaccia, ma camminò pur sempre vittoriosa a testa alta, perché la vera vittima era il colpevole, vittima di se stesso vittima di una strumentalizzazione a suo carico, senza possibilità d'essere discolpato, braccato dal senso di colpa seppur di plastilina filigrana e broccato che lo perseguitava. O semplicemente vittima della propria incoscienza studiata a tavolino da un'anima latitante da che era lattante.

Il processo non fu processato perché protetto l'imputato e tutto l'ambaradan dal segreto di stato, ci furono manifestazioni, lacrime zuccherose, solenni discorsi e roghi di piazza, caccia alle streghe a sconti stracciati, offerte speciali di amnistie liquida tutto, ideologie a buon mercato, tribunali in disuso. Processioni in nome di Caino, Abele fu linciato per tutto quello che fino a quel momento aveva rappresentato e gli si diede il resto, a piacere si aprirono filiali, si coniarono monete, si battezzarono Onlus. Si processarono per direttissima gli innocenti e i colpevoli furono tra i giurati in corte d'assise assiepati. Fortunatamente con la cassazione si giunse al massimo della pena senza colpo ferire, un moderato numero d'ergastoli tanto per gradire. Non ci fu più ingiusto tra gli ingiusti. Le coppole gaudiose si levarono al cielo in gesto di giubilo e strinsero mani baciandole, abiti talari misero all'asta indulgenze plenarie dietro preventivo personalizzato.

La spia spossata spiò dallo spioncino con la coda dell'occhio monitorato e non ci furono segreti per nessuno, neanche ad andarli a cercare col lanternino, l'anonimato ebbe un nome e un cognome, l'innominato rimase pur sempre tale, a cui fu garantita copertura eterna, benché lo conoscessero fino ad arrivare al patronimico e all'albero genealogico.

Infine si celebrò un grande funerale ecumenico, con tanto di fuochi pirotecnici, si prese carta e penna e si riscrisse la storia per filo e per segno, si appose qualche fiocco, si decurtò di episodi spiacevoli. I notiziari fecero di tutto per abbellirsi, incipriandosi il naso di ottimismo nuovo di zecca e profumato di bucato, che giungeva direttamente dalla fabbrica dell'Estetica della Propaganda.

Si guardò con clemenza l'assassino, e con simpatia il bandito, e si additarono il morto e il derubato dalla vita, li si guardò torvi perché ebbero la pretesa con la loro stessa presenza di portare a galla certe strane faccende di cui trafficoni, braccia armate e faccendieri, così come la gente comune proprio non voleva più saperne. Erano da poco state messe in ordine le carte nell'armadio e nessuno voleva farne soqquadro.

Fissarono senza interpellanza parlamentare date e destinazioni di vacanza, pagarono con ritardo le rate dell'automobile e regalarono a moglie, padrino, prete ed amante lo stesso anello, di oro vecchio fuso.

E tutto il resto fu ottimo contorno, soddisfatti o rimborsati, tutti gli altri, i ritardatari, pagano il conto.

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Bologna 2 Agosto: 'Ricordo la nuvola nera e la stanza piena di giochi'

«Della strage alla stazione mi sono rimaste impresse due immagini: la polvere nera che copriva ogni cosa e una stanza d' ospedale piena di giochi». Parole di Alessandra, che aveva solo quattro anni il 2 agosto 1980, quando una bomba esplose, a pochi metri da lei, all' interno della sala d' attesa di seconda classe della stazione di Bologna. Un' intera ala dell' edificio crollò, seppellendo centinaia di persone. Alessandra si trovava lì con tutta la famiglia: padre, madre, sorellina di due anni, zii, cugini e nonni. Avevano preso il treno da Bari con l' auto al seguito, perché non volevano rischiare incidenti in autostrada. Una volta giunti a Bologna avrebbero dovuto proseguire per l' Appennino. «Mia nonna e mia zia si erano allontanate da noi per comprare in edicola un biglietto della lotteria - prosegue Alessandra - mia madre con me, mia sorella Simona e le mie due cugine, Patrizia e Sonia, stava comprando delle caramelle. Era incinta e aveva un' insolita voglia di dolci». All' improvviso l' esplosione: Patrizia, diciotto anni, venne investita e morì sul colpo. Sonia, sette anni, venne colpita alla testa da un masso. La zia e la nonna restarono illese, salvate dal desiderio di una vincita alla lotteria. Cominciarono così a cercare le nipotine. Trovarono prima Patrizia, sotto il treno in sosta al primo binario, poi Sonia che estrassero dalle macerie ancora in vita. Le pulirono il viso dai vetri e la fecero caricare su una barella. Morì dopo due giorni di agonia. Poco dopo arrivarono gli uomini, che erano andati a ritirare l' auto da un' altra parte della stazione. Trovarono anche Silvana, la mamma di Alessandra, che riconobbero unicamente dagli abiti. Era stata investita dalla fiammata, per proteggere, con il suo corpo, le due bambine. «Fu mio padre ad estrarci dalle macerie. L' immagine della polvere nera che copre ogni cosa risale a quel momento. Molti avvenimenti mi sono stati raccontati successivamente, ma quella polvere nera non l' ho mai dimenticata. Mia madre morì il sei agosto per le ustioni, le avevano già dovuto amputare una gamba. Io e mia sorella avevamo ferite su tutto il corpo, restammo nel reparto ustionati dell' ospedale Maggiore di Bologna per un mese. In quei giorni ricevemmo giocattoli e cartoline da ogni parte d' Italia, anche questo non l' ho dimenticato. Ho bene in mente la stanza piena di giochi, ho anche conservato la cartolina inviatami da una bambina che si chiamava come me. Mi hanno detto che venne a trovarci anche Pertini, ma purtroppo questo l' ho dimenticato. Mio nonno, subito dopo l' esplosione, vagò per le strade di Bologna. Fu soccorso da un cittadino bolognese che lo ospitò in casa sua, e gli offrì da mangiare. Nonostante le ricerche non siamo mai riusciti a rintracciare quest' uomo. Mio nonno, che aveva fatto la guerra, aveva compreso subito, dall' odore e dal rumore dell' esplosione, che era stata una bomba». In effetti molti dei testimoni percepirono immediatamente le cause dell' esplosione. Le radio e le televisioni, in un primo momento, parlarono invece dello scoppio di una caldaia. Comprensibile che non si volesse diffondere il panico, meno comprensibile che anche le forze dell' ordine, che non potevano non aver compreso la natura dell' esplosione, non abbiano effettuato un solo posto di blocco nella giornata del 2 agosto perdendo ore preziose nel far partire le indagini. D' altra parte oltre a Francesca Mambro e a Giuseppe Valerio Fioravanti, condannati all' ergastolo come esecutori della strage, sono stati condannati per depistaggio due alti ufficiali dei servizi segreti militari: Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte. Erano morte 85 persone e 200 erano rimaste ferite, ma una parte delle istituzioni non voleva che venissero individuati i colpevoli. Oggi a ventidue anni di distanza, sono ancora 17, le persone che devono sottoporsi a cure a causa dell' attentato del 2 agosto. Tra queste, naturalmente Alessandra e Simona. «Fino a che non termina il periodo dello sviluppo certe operazioni di chirurgia estetica non si possono fare e poi, nonostante quello che ci veniva detto quando eravamo bambine, certe cicatrici non svaniranno mai. L' ultima operazione l' abbiamo subita lo scorso novembre, forse ne dovremo fare altre, ma il peggio è passato. Per anni abbiamo dovuto portare bende, cerotti e fasciature molto strette che, soprattutto d' estate, erano insopportabili». Alessandra e la sua famiglia non hanno però smesso di vivere da quel primo sabato di agosto del 1980. «Mio padre si è risposato, con un' infermiera bolognese che ci aveva accudito e ora abbiamo un' altra sorella. Mia zia, che perse entrambe le figlie nella strage, ha avuto un altro figlio, che ha chiamato Silvano, in onore di mia mamma». Ma rimangono i ricordi: «Fino a che ero bambina ho sofferto molto a causa delle ferite che portavo addosso, soprattutto psicologicamente. I bambini chiedevano continuamente cosa fossero quei segni. Da una decina di anni non è più così, io e mia sorella abbiamo una vita normalissima, non soffro di depressioni e ho imparato da mia zia Lia, che ha sopportato con grande forza il dolore della perdita delle due figlie, a non farmi abbattere. Poi sono molto soddisfatta della mia vita e non ho rinunciato ai miei sogni». Alessandra ora lavora al Comune di Bari, «l' Associazione familiari delle vittime del due agosto, ci ha aiutato a trovare un' occupazione. Una legge agevola le vittime degli attentati terroristici, noi non ne eravamo a conoscenza, l' aiuto dell' Associazione è stato fondamentale. Il lavoro mi piace ma, in futuro, se posso dirlo, mi piacerebbe fare la giornalista». -

MASSIMILIANO BOSCHI, Repubblica — 01 agosto 2002 pagina 7 sezione: BARI


venerdì, 16 maggio 2008

Non sarà una barricata a interrompere il passo,

nemmeno il vento che sferzerà di gelo e incredule lascerà a casa le donne,

con i piccoli al braccio a giocare d’anelli le ciocche,

non sarà l’opinione comune a darci per dispersi,

né il sole a bruciare la fronte che nelle rughe porterà scritta la rotta.

Non sarà nemmeno la fiducia persa nello sguardo senza orizzonte,

la voce che grida terra, strozzata ancora prima di pronunciarla.

Non sarà la menzogna costruita su misura per smarrire la dolce utopia,

nella vociante folla di parole che a spintonarsi conducono in orbita i sogni.

Non sarà il tattile, l’utile e l’oggettivo che daranno un ibrido di reale,

fittizio come un arcobaleno di coriandoli, buio caleidoscopio,

attraverso cui vedere tutto al di fuori del cuore

che da un pezzo ha smesso di palpitare, docile.

Non sarà l’espressione contratta, la spasmodica cinèsi,

del niente in movimento d’inerti gravi lungo una discesa, ininterrotto.

Non saranno nemmeno le parole buone e compiacenti,

i sorrisi di circostanza e gli accordi avvenuti a nostra insaputa,

le strette di mano col coltello fra le dita, lama serrata a lacerare il palmo aperto.

Non saranno le memorie del passato fresche di lavaggio a secco,

non saranno i colori rivivificati da un agile restauratore di apparenti policromie.

Ma sarà la voglia e il desiderio, l’insana e smodata passione, l’allucinata

e lisergica intenzione, di trascinare nel generale vuoto il senso

che da troppo tempo di sé è stato privato,

senza che qualcuno se ne accorgesse e di legittimo diritto

sollevasse un dito, come un grido:

constatando l’inalienato diritto all’esistere davvero.   

 

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 Barbara Bernsteiner

A tanto caro sangue

 

La storia la fanno i tribunali. La storia si paga. Quali tasche alleggerisce la storia? Tasche arteriose, pretendendo l'obolo di sangue che la rappresentazione shakespeariana ci ha insegnato essere il monoreddito della storia stessa. Talvolta, però, ci vanno di mezzo i conti correnti. Nel caso dell'incredibile sentenza di terzo grado relativa ai fatti di piazza Fontana, i conti correnti ci vanno di mezzo due volte: la prima, al momento dell'attentato in banca; la seconda, trentasei anni dopo, con i parenti delle vittime che vengono costretti a sborsare il corrispettivo delle spese processuali. E' indecente. Che perlomeno lo Stato annullasse i suoi compensi, azzerasse le spese di cancelleria. Che gli avvocati di parte civile chiedano di più ai prossimi clienti, ma non pretendano un euro da gente che è stata moralmente sfigurata almeno tre volte, dal lutto barbaro, dall'attesa invereconda (trentasei anni...), da una sentenza che cavillosamente annulla una verità che è sotto gli occhi di tutti, da sempre.
La storia dell'Italia contemporanea comincia nel sangue e continua nel fango morale, scandita a colpi di ordigni e a colpi di sentenze assolutorie. In mezzo, il baratro civile di una nazione piagata dalle ferite dei più immondi segreti, afflitta dall'impotenza che la coglie quando cerca di comprendere la sua stessa storia.

Basterebbe leggersi l'ultima intervista in merito rilasciata dal non poi così onorevole (infatti è senatore) Giulio Andreotti, che viene a propalarci le sue competenze ecclesiologiche in quel salotto lucidato a Fabello che è Porta a porta. Soltanto l'accecamento acritico dell'antiberlusconismo da curva sud è stato in grado di riabilitare Andreotti, un politico che - dicono i tifosi - almeno aveva un certo stile. Che stile? Quello che ti fa prendere il tè con Salvo Lima? Che ti fa bere Fiuggi con Ciarrapico? Che ti fa dire che Moro carcerato non è attendibile? Ma ce li si ricorda i due (non uno: due) scandali del petrolio negli anni Settanta, con Andreotti che urlava al complotto contro Fanfani? Ah, già: questa è una storia che non si insegna a scuola, la si richiude nell'alveo dei tribunali più hugoliani del pianeta. Beh, Giulio Andreotti ha risposto con un'intervista sul Corriere a certe ambigue accuse lanciate, sulle pagine del medesimo quotidiano, da Gerardo D'Ambrosio, che diceva che a lui sarebbe piaciuto chiedere di piazza Fontana a Rauti e al più che ottantenne ex Dc, ex premier, ex ministro dell'Interno, ex controllore dei servizi segreti. Andreotti, il giorno successivo, rimbrottava D'Ambrosio con una strategia che davvero appalesa un certo stile. Dice Andreotti che c'è ancora da chiarire il giallo Valpreda, che un taxista lo vide vestito in un certo modo e infatti Valpreda era andato a casa a cambiarsi. Poi si mette a discettare sul personaggio chiave Giannettini: lo ridicolizza, Andreotti, dice che era un giornalistucolo, che era tutto approssimativo.
Perché non dire a chiare lettere che il colpevole della strage di piazza Fontana era Pinelli? Perché non affermare alla luce del sole che è stato il rimorso schiacciante ad avere indotto l'anarchico a lanciarsi dalla finestra della questura milanese? Perché non concedere il cavalierato del lavoro a Stefano Delle Chiaie, che ha fatto tanto bene la sua professione e infatti è stato scagionato da ogni accusa relativa a piazza Fontana? Perché spendere per l'inutile soggiorno di un ambasciatore italiano in Giappone, quando lì c'è Delfo Zorzi, che è determinato a starci e a non tornare affatto? Piuttosto di assolvere sempre tutti, condanniamo Guido Salvini e il suo maniacale impianto accusatorio, costruito in anni di dispendiose indagini (paghino i parenti delle vittime)! Diciamolo senza veli che Gerardo D'Ambrosio ha inquinato la scena del crimine, approfittando del fatto che ai tempi non c'erano i RIS!
Passano pochi giorni dall'intervista ad Andreotti e gli imputati al processo su piazza Fontana vengono irrevocabilmente assolti.
Nel frattempo si sono perse le tracce di Freda e Ventura, di quella memorabile vergogna di Stato che fu il processo trasferito a Catanzaro, delle collusioni con il crimine organizzato che portarono all'assoluzione dei due neofascisti, della definitiva indecenza civile consumatasi nelle aule giudiziarie a Bari. Si sono perse le tracce del profilo umano, iniquamente perseguitato tra i ciliegi in fiore al caldo del Sol Levante, di Delfo Zorzi, che col nom de plume Hagen Roi è diventato un businessman rispettabilissimo, ben lontano dalle fosche tinte con cui l'ha ritratto il giudice Salvini, dalla cui ordinanza cito parte del curriculum lavorativo dello stesso Zorzi:

Alcuni episodi, che [...] delineano la personalità carismatica e il ruolo propulsivo svolto all’interno della struttura (Ordine Nuovo) da Delfo ZORZI, meritano di essere accennati in via di sintesi. Ci riferiamo a:
1. L’addestramento all’uso delle armi in un campo paramilitare allestito nel 1971 nella zona sopra Lecco, presenti, oltre a SICILIANO, quasi tutti i militanti o simpatizzanti de La Fenice quali ROGNONI, AZZI, PAGLIAI e anche Giancarlo ESPOSTI.
2. L’assalto al Municipio di Padova, il 16.4.1969, giorno successivo all’attentato contro lo studio del Rettore Opocher, attacco finalizzato a colpire il Consiglio Comunale che intendeva denunciare fermamente l’episodio avvenuto all’Università riportabile alla cellula di Padova.
3. La spedizione a Trieste, nel novembre 1969, in supporto ai camerati di tale città che intendevano punire alcuni avversari politici che avevano osato "avventurarsi" nella zona centrale della città, controllata dai neri.
SICILIANO, VIANELLO e BUSETTO, convocati dal dr. MAGGI che aveva come sempre messo a disposizione la sua autovettura, avevano rinforzato i ranghi dei triestini, già muniti di caschi di plexiglas e mazze da baseball, e i giovani di sinistra erano stati facilmente sopraffatti e colpiti.
4. Le azioni di vandalismo, fra il 1967 e il 1969, contro chiesette nell’entroterra mestrino e padovano, originate dall’odio di Delfo ZORZI contro la tradizione giudaico/cristiana che, secondo la sua visione ideologica, indeboliva gli spiriti invece di temprarli ed era in radicale antitesi ai modelli dell’uomo pagano, del combattente legionario e del samurai, intrisi di etica guerriera.
5. Delfo ZORZI, nelle sue multiformi attività, affiancava allo studio dei testi teorici di Julius EVOLA e dell’etica guerriera giapponese interessi più pratici quali soprattutto la progettazione di ogni possibile tipo di innesco per ordigni esplosivi, dai normali circuiti elettrici sperimentati nella palestra di Via Verdi grazie all’elettrotecnico MONTAGNER sino a particolari tipi di innesco chimico a base di mercurio o funzionanti tramite un altimetro. Disponeva anche di un libro in inglese, fuori commercio e certamente di provenienza militare e forse di provenienza N.A.T.O., che riguardava in termini assai pratici l’uso degli esplosivi e i vari sistemi di innesco.
6. Infine ZORZI e MOLIN, reduce quest’ultimo dalla partecipazione al Convegno del Parco dei Principi a Roma sulla guerra non ortodossa, si erano occupati di distribuire tra i militanti fidati, anche all’interno delle caserme, alcune decine di copie del libretto "LE MANI ROSSE SULLE FORZE ARMATE", scritto da RAUTI e GIANNETTINI sotto falso nome e finanziato da un settore del S.I.D. nell’ottica di allertare e difendere l’Esercito dal pericolo di infiltrazione comunista e di ispirare la formazione di uno "Stato Maggiore parallelo" formato da militari e civili. La diffusione del volumetto semiclandestino all’interno di Ordine Nuovo indica che la struttura di Delfo ZORZI non si riteneva un gruppo eversivo in senso proprio, ma componente attiva di un più vasto progetto comprendente, al di là dell’ideologia nazional/rivoluzionaria, l’alleanza con strutture istituzionali.


La verità non sarà giudiziaria, ma è impressionante leggersi l'autentico trattato di storia contemporanea dell'Italia steso da Guido Salvini nella sua ordinanza: l'impietoso, cartesiano ritratto di una nazione a sovranità limitata, dove le inchieste vengono inquinate al ritmo di un can can, dove i pentiti affidabili vengono screditati come se fossero comparse al Bagaglino e i pentiti inaffidabili (o pagati) addebitano colpe a innocenti, dove il giudice viene fatto oggetto di pressioni politiche innominabili, dove reperti che hanno un valore più euristico che civile vengono conservati nella Cassaforte di Stato e mai resi di pubblico dominio (qui mi riferisco alle liste complete della P2) e dove per quarant'anni l'elaborazione della memoria storica di un paese viene mantenuta in stato di freezing (termine tecnico del parkinsonismo) per impedirne la normale evoluzione democratica e il sacrosanto metabolismo.
Con lo schizzo di sterco delle spese addebitate ai parenti dei morti, la vicenda di piazza Fontana si chiude come si è chiuso ogni capitolo della recente storia italiana: restando aperta. Non consegnata ai posteri, non viene consegnata nemmeno ai contemporanei. E' una strage che ha non tanto aperto, quanto continuato la sequela di eventi criminosi che hanno pesato sulla nostra vita (bisogna almeno risalire a Mattei per comprendere parte di un arco che inizia in realtà nel '46). E così continuerà a pesare, a determinare la paralisi dell'inconscio collettivo o, in alternativa, i rigurgiti della reazione a tanta imbelle sfacciataggine, a tanto sangue pagato caro: a prezzo del futuro. Aldo Moro pensava a determinate personalità quando pronunciò la pesante profezia: il mio sangue ricadrà su di voi. Non aveva capito che stava in Italia: il sangue cade su di noi, continuamente, non sui colpevoli. La ferita non è mai estinta, suturata, cicatrizzata.
Tocca agli intellettuali e soprattutto agli scrittori farsi carico di questo iato angosciante, che ci divide da quanto siamo stati. La nostra narrazione non ha carattere giudiziario, ma ha una potenza ben superiore a quella che irradia dalle toghe e dalle ceree dita dei manipolatori di verità. Dobbiamo reinventare il passato, dobbiamo fluidificarlo. Dobbiamo narrarlo, perché il racconto è il modo con cui possiamo metabolizzare la brutale rozzezza con cui hanno ferito la nostra storia.

 
di Giuseppe Genna

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Piazza della Loggia, Pino Rauti rinviato a giudizio

 

Trentaquattro anni dopo, non c’è ancora verità sulla strage di piazza della Loggia. Ma qualcosa si muove. È notizia di giovedì il rinvio a giudizio di sei persone coinvolte nella strage che fece otto morti e un centinaio di feriti: Pino Rauti, Delfo Zorzi, Maurizio Tramonte, Carlo Maria Maggi, Francesco Delfino e Giovanni Maifredi.

Il 28 maggio del 1974 una bomba esplose a Brescia, in piazza della Loggia, dove antifascisti manifestavano contro l’escalation di violenza degli anni di piombo. Se inizialmente le indagini si concentrano su piccoli esponenti della destra bresciana, poi il filone dell’inchiesta si sposta su quella comunemente chiamata strategia della tensione: ovvero, per usare le parole dell’ex sindaco di Brescia, oggi parlamentare Pd, Paolo Corsini, «individua nella strage la regia e la mano degli ambienti della destra radicale eversiva in collegamento con apparati dello Stato».

È qui che spunta il nome di Rauti, fondatore prima del Msi, poi di Ordine Nuovo, oggi suocero del sindaco di Roma Gianni Alemanno. Insieme a lui, i suoi fedelissimi militanti: Delfo Zorzi, che è da allora latitante e ha l’ultimo domicilio conosciuto in Giappone, Carlo Maria Maggi e Maurizio Tramonte. Tutti iscritti all’organizzazione, fortemente sospettata di organizzare attentati e stragi, che fu sciolta nel 1973 per ricostituzione del partito nazionale fascista. Insieme a loro, tra i rinviati a giudizio, ci sono l'ex generale dei carabinieri Francesco Delfino e uno dei suoi "infiltrati" in Ordine Nuovo, Giovanni Maifredi, autista del ministro dell'Interno dell'epoca, Paolo Emilio Taviani.

Allo sviluppo dell’inchiesta, hanno contributo i racconti forniti dallo stesso Tramonte e da Carlo Digilio, altro esponente di Ordine Nuovo, ma anche conosciuto dalla Cia con il nome in codice Erodono. I nomi di Digilio e di Delfo Zorzi ritornano anche nell’inchiesta sull’attentato a Milano, in piazza Fontana. A piazza Loggia, Zorzi, Maggi, Mainfredi avrebbero procurato e custodito la bomba e organizzato l’attentato nel suo complesso. Rauti ne sarebbe stato più che informato.

Il nome del generale Delfino, uomo dei servizi segreti, ma a stretto contatto anche con la ‘ndrangheta, è tornato recentemente agli onori delle cronache per il sequestro Soffiantini, l’imprenditore bresciano rapito nel 1997: Delfino prima estorse 800 milioni di lire alla famiglia, per pagare un informatore che avrebbe dovuto aiutarli nella liberazione, poi fu condannato in via definitiva per truffa aggravata.

 

lunedì, 12 maggio 2008

Con la testa poggiata

sulle braccia incrociate

che fanno cuscino

è il cielo che si osserva

fissando una nuvola,

descrivendo attraverso le ciglia

la rotta di meridiani,

semirette che da puntini

fatti di rondini a saette

che come sospese

disseminano triangoli

e geometriche astrazioni.

Con gli occhi socchiusi

Si raggiungono ad uno ad uno

Approdando a promesse

Stese come biancheria

Ad asciugare al sole.

Un esercito di steli

Con scintillanti elmi di petali

polline caricato a salve:

è esattamente come un fuoco di fila le parole,

con il colpo pronto in canna.

Di un’idea che l’abile stratega