mercoledì, 16 luglio 2008
N'cane tutto zozzo pe rientrà ar congresso
se vole fà bello cò nò sciampo...
e cercanno pe bottega quello cor prezzo
più basso...va baccajanno..
strusciannose
pe ogni muretto pe grattasse da
dosso  piume de pollo e d'abbacchio
magnato a strozzo....
facennose vanto
d'ascorto nun tojenno che è... de più
n'controllo d'orecchio...intignanno
sur lo sporco fatto e che nun ha scontato....
grazie a quarche ricatto...mischiato cor
nero e cò n'pulito colletto bianco che fa
pizzo...e ricamo co artri cani  che
abbajano tenennoje banco...e pieni
de purci vorebbero fà crede
che sò l'artri che deveno mettese
sotto doccia...e organizzati pe fà branco
che da clan fà il porco ..
..commodo...
e rubba colazione e pranzo..
..se acchitteno
da omini pe somijà...più a pajacci....
dò li fili sò retti da artri che je conviene...
avecceli ....ma che rimangheno lontani...
e che l'odori nun se
spargheno troppo...
artrimenti je se n'mpuzzolisce tutto....

E giranno pe botteghe sto cane che
sà da ...fà troppo tanfo
vorebbe sbrigasse
a pulisse ...prima che je zompa pure
l'urtima
purce e ner movese de corsa
j'aumenta sta gran puzza...
e lì fili manovrati
d'apprendisti vengheno buttati....
pe arisparmiasse..
de nun esse n'mpestati e pregni lì vestiti....
da stà bestia che pretenne puro troppo....
così...
se apre bottega a scacchi e lo se ficca...
pe lassallo da solo a vedè  se je passa
....la rogna e la puzza che quanno è troppa
nun cè anima che te se accosta!
 
e annamo de prescia che è mejo
parlà de sostanza




La striscia rossa, 17 luglio 2008

«Un lupo disse a Giove: “quarche pecora dice ch’io rubbo troppo! Ce vò un freno per impedì che inventino ’ste chiacchiere!” E Giove je rispose: “rubba meno”»
Trilussa: Uomini e bestie


Il Clan Casamonica ha in pugno il comune di Roma?

Pubblichiamo un lungo e interessante articolo di Gabriella Carlizzi sul rapporto fra la famiglia Casamonica e i centri di potere legati al territorio del Comune di Roma. Potete trovare le fonti su: http://www.lagiustainformazione2.it.

Come noterete, tutto sembra ruotare intorno al potente Clan della malavita romana: dalle elezioni Comunali, alla gestione degli eventi e dei locali di determinate zone, alle pressioni su Vaticano, Parlamento, Vigili Urbani, alla triste fine del Pelè del Quadraro.



Quel pomeriggio stavo rileggendo la citazione inviatami dal Tribunale di Roma che mi convocava per il 10 dicembre.

C’era scritto “Aula 6^ GIP - Primo Piano”, motivazione : “ Diffamazione a mezzo stampa”.
Oltre me, era stato convocato A. G., all’epoca dei fatti direttore del M. di Roma e da poco nominato direttore dell’A.
Il Sostituto Procuratore della Repubblica L. P., chiedeva il mio rinvio a giudizio e quello del direttore A., per aver leso la reputazione di C. G. a mezzo stampa, riferendosi ad un articolo pubblicato due giorni dopo la sentenza di primo grado contro il C..
Il titolo dell’articolo in argomento : “MINACCE DI MORTE, C. TORNA IN CARCERE”.
Il Giudice della Procura di Roma designato a decidere se rinviare a Giudizio o Archiviare la vicenda, era stato nominato il Dr. R. V., lo stesso Giudice che in data 17 novembre 1994, aveva deciso di rinviare a giudizio C. G., su richiesta del P.M. I. D..
Era la quinta volta che rileggevo la citazione; stentavo a credere che la giustizia si fosse ridotta a una povera parola quasi illeggibile.
Mi sono sentita tradita, il silenzio assoluto intorno a me, simile a quello dei morti, venne improvvisamente interrotto dal ritocco delle campane provenienti dalla Chiesa di S.Egidio, che dista solo pochi metri dalle finestre del mio appartamento ubicato al Centro Storico di Roma.
Per un attimo quel rintocco mi ha distolto dai miei pensieri, quindi ho realizzato che era domenica.

Fascisti NAR: malavita Boxe a Milano e Roma e le strane conoscenze.

venerdì, 04 luglio 2008

Ci fu un tempo, oggi quasi da annoverare fra quelle fasi isolate della storia, in cui l'uomo credeva d'essere libero. Gli bastò sapere che gli altri gli permettevano di crederlo e di attuare la sua libertà come meglio ritenesse opportuno. Non è dato certo che fu per due ragioni in diverse occasioni, ma più o meno assimilabili, cioè che in quel momento l'uomo fu lasciato a se stesso, per ragioni talmente contingenti che non permettevano di fermare il pensiero sulla categoria umana, tanto indaffarati a concentrarsi su altro, come fame e carestia, o scambiare petrolio per generi alimentari, o semplicemente facendo sempre credere all'uomo che era lui a stabilire coordinate e dettami che applicava, sempre col beneficio del dubbio, a lui stesso. Capace quindi anche di insorgere alla sua stessa volontà se un impeto di ribellione l'avesse richiesto. Ma l'uomo non si contentò nemmeno in quella circostanza tanto vasta da lasciargli il libero arbitrio, un raggio di movimento tale, mentale e fisico, d'ampio respiro, da poter andare dall'equatore ai due poli in un medesimo istante, di pensare al giorno con la luna e alla notte più assolata, di concepire una laica divinità (ma questo accade ancora oggi) come un religioso dogma pagano (come sopra). Insomma, lui per essere libero, giacché aveva provato tutto, anche la libertà più sfrenata, quella lesiva e quella narcisista, quella egoistica e quella di una generosità speculare (ma ci si contentava uguale, visto che di nocivo non aveva nulla), e per essere l'essere più libero di tutti, anche delle rondini e dei lupi, dei delfini e dei gabbiani pensò concentrandosi tutto il tempo sul da farsi. E capì, a modo suo, e tanto autopersuaso, che per essere libero doveva nascere schiavo. Strana cosa a dirsi, figuriamoci a pensarla. Qualcosa suggeriva che nel suo remotissimo passato ciò doveva essere accaduto perché era come se ai polsi avesse ancora i segni delle catene e alle caviglie ne sopportasse ancora il peso. Ma purtroppo la decisione era già cosa fatta. Quando un'idea si palesa è in alcuni casi già concreta, tattile e visibile.

Inizialmente si stabilì che sarebbero stati tutti schiavi e così fu per un certo tempo senza che nessuno ebbe a lamentarsi. Il cibo fu da procacciare, le città si innalzarono dopo grandi sforzi inimmaginabili fino a poco tempo addietro, alcuni caddero senza vita costruendole, altri sudarono sette camicie di sangue e lacrime. Le donne furono separate dai loro compagni e portavano sui luoghi di fatica anche i piccini, chi a spalla, chi a dargli una mano. E questo venne considerato modello ideale della società umana e nessuno ebbe da ridire. Di tanto in tanto con la fronte arsa dal sole si pensava a quanto era bello starsene sdraiati presso una palma a discutere di cose filosofiche o di banalità ad occupare il tempo. Ma il cattivo pensiero era facile da scacciare quando c'era da sollevare un carretto di mattoni o salire in cima agli alberi e cogliere la frutta prima che maturasse troppo.

Era bello ma tutto questo all'uomo diceva che qualcosa mancava in questa mirabile struttura.

Un giorno un uomo cominciò a dire frasi inconcepibili, disse d'aver visto un gruppuscolo con le mani bianche di ozio e con i volti pallidi di ombra e riposo, le donne erano diverse dalle loro, nessuna era segnata da rughe profonde, nessuna aveva il corpo appesantito dalle continue gravidanze. Nessun bambino aveva lo sguardo spento e piangeva dalla fame a metà giornata. I loro erano pargoletti floridi e pasciuti, allegri e giocosi.

Nessuno gli credette perché non era possibile che così fosse, tutti erano uguali e tutti subivano la stessa sorte ed erano sottoposti alla stessa legge e alle stesse regole. L'avevano studiata alla perfezione una simile architettura, - :staremo mica scherzando?

Un giorno uno di questi, un giovane di belle speranze incontrò la più bella ragazza del luogo col viso scolpito nella neve e nella rugiada, la vide da lontano come un'apparizione e non poté credere ai suoi occhi, stanchi, dopo una giornata di lungo e duro lavoro. La guardò e lei fuggì talmente veloce che lui si rimise a sgobbare e a lavorare lesto. Tutto questo non era possibile. E' evidente che quel genere di uomini non esisteva, poiché nessuno li aveva mai visti ai campi o lavorare nei cantieri.

Si pensò a delle allucinazioni. Alcuni vennero curati alla bell'e meglio per disturbi a carico del sistema nervoso. Altri si fecero zittire come era possibile. Qualcuno credette senza dubbio che erano fuggiti lontano, in un altrove che era inimmaginabile, altri ebbero paura di pensare che fossero semplicemente scomparsi.

Tutti ma proprio tutti pian piano dimenticarono, dopo nemmeno un paio di generazioni quanto fosse bello essere liberi come per un gioco del destino, erano all'inizio, un inizio che ebbe un poi stranamente stabilito da loro, con la loro stessa volontà, senza troppo accorgersi di quanto avevano sbagliato, di quanto male avessero fatto. A se stessi, si capisce, mentre agli altri, che sembravano come non esistere se non in una realtà e dimensione parallele, fu di grande giovamento.

La memoria svanì nel nulla a grandi passi, solo alcuni ebbero sporadici barlumi, ma non gli rimaneva che deglutire assieme all'amaro quotidiano quella speranza superstite ormai sottile come un'acciuga.

X





[..] «cercando di riattivare processi di civiltà in questa barbarie dilagante che non si può più tollerare». «smetterla con la configurazione dell’ebreo di corte, “quello carino, con lo zucchetto, con il quale ci si fa fotografare insieme per farsi assolvere del passato”. Si fa i carini con gli ebrei e e le carinerie al governo di Israele, che ormai è armato fino ai denti, e dunque dalli allo zingaro e al nero... Ma davvero ci siamo dimenticati che rom e ebrei hanno avuto lo stesso destino? Che sono 500mila i rom morti nelle camere a gas solo perché non hanno trovati altri?
E ancora, l’affondo più doloroso è per un’Italia dalla memoria corta, cortissima, che dimentica che dopo la seconda guerra mondiale erano 743 i criminali di guerra italiani reclamati da africani, slavi, albanesi e greci e nessuno è stato portato davanti ai tribunali «solo perché c’è stata la Resistenza antifascista». I comunisti hanno riportato la libertà in Italia con il sangue dei partigiani, mentre i fascisti italiani sono stati complici dei nazisti nello sterminare gli innocenti. Troppo facile ricordare le foibe dimenticando quello che c’è stato prima. Troppo semplice dare la colpa ai rom, dimenticando che «i veri criminali sono italiani e si chiamano Toto Riina e Provenzano».

Moni Ovadia, Palasport di Villorba, Treviso 2.7.08



IL SOTTILE FASCINO DEL NEOFASCISMO

IL SOTTILE fascino del neofascismo da generone. Non come riedizione di un' idea della politica, di una pratica della politica che fu protagonista fra le due guerre mondiali e che è irripetibile, ma come voglia di rivoltarsi nel peggio, come odio per la buona educazione civica e per la storia, come l' eterno disprezzo per il "culturame". Il "Giornale", il quotidiano politico del cavalier Silvio Berlusconi, pubblica due pagine definite dal suo direttore di ' revisionismo storico' . Un articolo dell' ordinovista Erra in cui si spiega che la Germania nazista scese in campo per salvare l' Europa dalla immonda democrazia capitalista e dal feroce imperialismo comunista. E a fianco, l' articolo di un ignoto storico inglese il quale afferma che la Resistenza europea fu un bluff impopolare. Questo non è revisionismo storico, ma ignoranza e beceraggine. Ignoranza che a Monaco le grandi democrazie cedettero al ricatto nazista, che arrivarono alla guerra disarmate e che per convincere gli americani a entrarci Roosevelt dovette sopportare Pearl Harbour. Ignoranza dello Stalin che confidava ancora nei patti hitleriani quando già l' attacco nazista era in corso. Né si capisce come si possa fraintendere sul ' terzo elemento' storico del nazismo scritto chiaramente in Mein Kampf e poi eseguito con la soluzione finale degli ebrei che per il signor Erra certamente sarà un' invenzione della propaganda. Nessuno scandalo. Al cavalier Berlusconi un giornalismo così va bene non perché sia fascista o neonazista, niente di più lontano dalla sua bonarietà umana e commerciale, ma perché per lui son cose senza importanza, chiacchiere senza peso, combustibile come gli altri divorati dalla onnivora informazione. Il sottile fascino del neofascismo! Nel senso che un consumo culturale vale l' altro, una storia falsa ne vale una vera, l' indignazione morale è cosa stramba da riderci su, il senso della decenza un illustre sconosciuto. TRIONFA nell' informazione lo smercio delle bufale storiche. Persino uno studioso serio come De Felice è venuto fuori con la storia del Mussolini ucciso dagli inglesi, come se Mussolini non fosse stato catturato e giustiziato dai partigiani comunisti, secondo la testimonianza inoppugnabile di Longo e di Solari. Non sarà un concerto meditato, ma il risultato è quello di far sapere che la storia scritta dell' antifascismo è storia falsa, propaganda. Ci si mettono anche i familiari del Duce, la figlia Edda, il figlio Vittorio, la sorella Edvige e consorte mostrano l' abito di nozze di Rachele fotografati assieme all' editore Dino che va ripubblicando il ciarpame della letteratura neofascista. Triste spettacolo vedere una famiglia che forse senza accorgersene partecipa al mercato nostalgico di bassa lega e riduce a feticcio un personaggio storico, dominante nel socialismo rivoluzionario, direttore dell' "Avanti!", teorico del corporativismo, uno che non può essere ignorato per il mediocre, tragico epilogo delle aquile di cartapesta. Essere antifascisti in questa Italia presa dal sottile fascino del neofascismo, è, nel migliore dei casi, un fatto di cattivo gusto, di moralismo assurdo, di insopportabile puzza sotto il naso. Come se l' antifascismo fosse un conformismo da vecchi spaesati che coltivano paure inesistenti, combattono contro le ombre, ripetono vecchi slogan e non il controllo attento di questa confusa e pericolosa transizione, non la difesa attenta dei valori democratici e diciamo pure della cultura. Tutto deve apparire poco importante perché il peggio possa passare. UN ESPONENTE della vita parlamentare, il capo della commissione cultura della Camera, Vittorio Sgarbi, rilascia una dichiarazione demenziale, paradossale, quasi comica sul procuratore di Palermo Giancarlo Caselli: è lui il vero amico della Mafia, lui con il suo protagonismo ha fatto spendere cifre folli nelle sue inchieste persecutorie contro Andreotti, per comperare i pentiti, è lui che ha provocato la fuga dalla Procura di Palermo di quattordici magistrati. I giornali e le televisioni riportano l' inaudita dichiarazione nella rubrica fatti vari o in quella fatti curiosi, con l' aria di dire "il solito Sgarbi, che mattacchione". E suppergiù così gli ultimi digiuni e distribuzioni di droga del Babbo Natale Pannella che ha trovato il modo di versare dentro il cafarnao della politica italiana altri venti o ventiquattro referendum seguiti da un esercito di indefinibili sostenitori, simili a quelli di una setta religiosa che si sentono popolo sovrano, ovazionano Martelli e terroristi neri, e sono riusciti in due imprese incredibili: fare del movimento radicale un sostenitore dei reazionari e dei fascisti e tenere in piedi lo spettacolo falso e velleitario di una democrazia rinascente, di una perenne irresistibile progettazione e intuizione democratica, mentre il paese affonda lentamente nella sua voglia di Stato forte e di mano dura che credo preoccupi anche Giancarlo Fini che a noi sembra più postfascista di questo generume in cui anche gli esponenti della sinistra sono altamente onorati di essere invitati alla cena della vedova Angiolillo, il protettore del neofascismo romano con il primo "Tempo" e della signora Dell' Utri che è la cognata del Dell' Utri di Publitalia, ma da qualche settimana di sinistra. Il generume che pensa ad Andreotti come un perseguitato. A parte Bossi che è matto sul serio. - di GIORGIO BOCCA

Repubblica — 11 gennaio 1996 pagina 11 sezione: COMMENTI


lunedì, 09 giugno 2008
Se apre gabbia e cò segnale...
deciso se fà partì pòra bestia...
che nun cià motivo de faticà ....
ne causa nobbile de ideale...
....da portà n'avanti...
...ma solo istinto....de annà...
a trovà  praticello pe fà bbisogno....
guadambiannose de arivà ....
a fine cariera a bbona pensione...
cò quarche mollica de biscotto...
messa ar pizzo...
Bassotto cò  lingua sudata che
penzola de fori più a destra...che
a manca...core alla ricerca de nà
vincita...nun guardannose...attorno
ne gradinata piena che incita
mostranno bijetto de scommessa...
ne....vicino de pista...che je scoda...
e pìa a stessa sorte...
...pe nun accalappià
mai straccetto tirato da filo che
smulinella senza sosta ....
pe fà d'abbocco a
n'amo da pesca...che je sventola
sur muso preda de n'magro n'mpasto...
fatto de plastica...lucida che sbrillocca...
che fà da urtima parola...e che nisuno....
tocca....  pe esse carota n'seguita...
tajanno traguardo cò n'acrobatico...
sarto triplo e che dopo tutto stò
sforzo...se fà applauso se riscote
puntata de bijetto... se torna a casa
e se scorda tutto e se ricomincia ...la
prossima vorta cò nà nova serata de
corsa e cò n'antro bassotto cò aria da levriero
...che se presta
a esse galoppato inutirmente e a n'dossasse
n'fratino che je stà stretto...
cò n'ber nummero
chiaro sur dorso...pe fa da schiavo corenno
senza meta sua...da tonto... e
rinchiuso drento n'circo che è bbono pe
...n'ideale preso n'mprestitito e che serve ....
pe trovà sicuro...er mejo profitto.

Se lì simbboli sò n'mportanti
già er posto che se sceje
te dice tutto. Chi core appresso a nò
straccetto senza nà meta e chi dopo la corsa...
rimette er canetto drento cuccia allisciato dar padrone
co n'ber dorcetto.



(ASCA) - Roma, 29 mag - Arresto a Roma uno dei boss del clan Casamonica, Nicandro di anni 47, per detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti.

Personale della Polizia di Stato del Commissariato Romanina diretto nel corso di un servizio di prevenzione e repressione contro il fenomeno dello spaccio di droga nel quartiere Romanina ha proceduto all'arresto del Casamonica.
Gli agenti del Commissariato sono giunti al boss dopo un sequestro di varie dosi di droga ad alcuni tossicodipendenti che lo hanno indicato come l'autore dello spaccio.
Dopo un lungo appostamento i poliziotti hanno effettuato una perquisizione nella lussuosa villa del Casamonica dove hanno sequestrato quasi 8 mila provento dell'attivita' illecita. L'arresto e' stato convalidato dal Tribunale di Roma ed il Casamonica e' stato tradotto presso la casa circordariale di Regina Coeli.



TERRENO CONFISCATO CLAN LIGATO, ATTO VANDALISMO: PARLA MAGLIOCCA


Atti di vandalismo sono stati compiuti a Pignataro Maggiore (Caserta) nel terreno confiscato al clan Ligato, dove è attualmente in corso un finanziamento da parte della Regione Campania per ristrutturare l'edificio e sviluppare attività produttive. Sconosciuti sono penetrati nell'area distruggendo circa 150 alberi di pesco. L'intera proprietà, che si estende su una superficie di circa tre ettari di terreno e comprende anche l'ex villa bunker - oggi ridotta a rudere - dei Ligato, è gestita dalla cooperativa agricola Icaro, impegnata in un progetto per produrre e vendere confetture di pesca. L'episodio è avvenuto nella notte tra domenica e lunedì, ma soltanto oggi la notizia é stata resa nota. L'episodio di devastazione della notte scorsa fa seguito a una serie di intimidazioni che i componenti della cooperativa Icaro avevano già subito e denunciato nelle scorse settimane. Il clan Ligato era noto per essere, negli anni '80, il braccio armato del potente clan camorristico dei Nuvoletta, alleato della mafia siciliana di Toto' Riina. In particolare Raffaele Antonio Ligato è stato condannato come esecutore materiale dell'omicidio del sindacalista Francesco Imposimato. L'omicidio è stato considerato una ritorsione per le indagini che Ferdinando Imposimato, fratello di Francesco, stava conducendo sulla banda della Magliana e su altri importanti fronti. "Ci troviamo di fronte ad un atto di chiaro stampo camorristico teso a colpire le forze sane del territorio che da anni stanno lavorando per recuperare i beni confiscati alla malavita". Lo sostiene Giorgio Magliocca, sindaco di Pignataro Maggiore (Caserta), a seguito della devastazione degli alberi nel terreno confiscato al clan Ligato. "Gli agronomi ci hanno spiegato che la tecnica utilizzata per devastare il pescheto - aggiunge Magliocca - è stata quella di danneggiare gli alberi per distruggerli in modo definitivo. E questo rende il gesto ancora più barbaro perché compromette un lavoro di molti anni". "Ho dato mandato al comandante della polizia municipale di fare un rapporto accurato sullo stato dei luoghi danneggiati e domani sporgerò anch'io denuncia presso il comando dei carabinieri. E' necessario - conclude Magliocca - che tutte le istituzioni e gli operatori impegnati sul territorio uniscano le forze per far in modo che questa nuova stagione all'insegna della legalità non venga fermata da questi gesti balordi". (20 maggio 2008)


LA DETENZIONE DI MINE ANTICARRO DA PARTE DELLA CELLULA DI ORDINE NUOVO DI VENEZIA

L'episodio, costituito dalla disponibilità da parte del dr. MAGGI di mine anticarro, è uno dei primi di cui Carlo DIGILIO ha parlato nei suoi interrogatori in una fase di collaborazione non ancora completa e caratterizzata da una disponibilità ancora incerta, ma progressiva a fare chiarezza e dalla scelta di aggiungere e mettere man mano a fuoco particolari in merito a ciascun fatto cui aveva partecipato o assistito.

La vicenda delle mine anticarro, appunto uno dei primi episodi progressivamente messi a fuoco, è un episodio molto importante perché Carlo DIGILIO, riferendolo sin dall'autunno 1993, ha aperto con esso un primo spiraglio per far comprendere la pericolosità e la potenzialità militare del gruppo mestrino/veneziano che sino a quel momento nessuna indagine sull'eversione di destra aveva avuto la possibilità di inquadrare nella sua vera portata.

postato da: SpawN72 alle ore 15:21 | Permalink | commenti (1)
categoria:er cane nero, er capitale, er bottegaro, er cane der padrone, er bassotto che vò fà er levri
mercoledì, 21 maggio 2008
Compranno ar negozio un
paro de scarpini nòvi...er ciabbattino
te lassa n'settimino do ce se poseno
uno sopra l'artro e tutti...
..n'fila quelli vecchi...
ordinati cò precise l'etichette
le date..e lì lacci...annodati

...dice pe dà memoria...
ar tempo giusto de rimessa...

...che de certo n'confronto a quelli...
allucidati sò sandaletti essenno ...

Scarpini che hanno rifilato...
...belli carci...
de struscio de collo e d'effetto...
e dò ce sò arimasti n'pressi...
graffi e bozzi...quanno a vorte
...de impeto
sò ammollati de punta...e che
trasformeno n'tiro da ciavatta
n'quello de gran classe se
je segna all'urtimo quarto de
seconno...infilannose
all'angoletto...

ma lì scarpini nòvi ...
dice er ciabbattino ...
...ciànno più valore...e che de
sicuro ponno diventà...
n'antra stoffa è pe questo je
li se...rigala quell'artri...
e facennote...
er favore da nun buttalli ner
secchio...levannote er peso...
da fà du passi...
...n'der sotto ce cambia...
etichetta...mettennoce la storia...
che tànno fatto ...pe ridusse a
n'vecchiato sandalo de vino sciorto...

...dice lui che pò fà aceto...


je mette sistemata e riempienno
nà bottega vòta...n'vetrina
antiquaria...
se la chiude quanno je pare
...sperciarmente se quarcuno
scopre che è diventata nà
mostra...de refurtiva.


E pe questo che nun se butteno...
lì scarpini...
e se rimetteno pure se sò
diventati vecchi...essennoce
più gusto a sfonnà mejo la porta....
ormai specchio de nà rete
fatta più vorte a stracci.




L'utopia è come l'orizzonte: cammino
due passi e si allontana di due passi.
Cammino dieci passi e si allontana di dieci passi.
E allora a cosa serve l'utopia ?
A questo: serve per continuare a camminare.
(E. Galeano)



DROGA/ TRA 19 ARRESTATI A MILANO TRAFFICANTI E MILITANTI ISLAMICI
Digos sospetta possibile finanziamento per finalità terroristiche


Milano, 20 mag. (Apcom) - "I precetti della nostra religione lo vietano ma noi abbiamo una finalità più grande". C'è anche questa frase nelle intercettazioni dei dialoghi tra alcuni tunisini già coinvolti (e condannati) in indagini sul terrorismo internazionale e alcuni loro connazionali attivi nel traffico di eroina. Il sospetto degli investigatori della divisione antiterrorismo della Digos di Milano, che questa mattina ha eseguito 19 delle 23 ordinanze di custodia cautelare in carcere stroncando l'intera organizzazione dedita al traffico e allo spaccio di stupefacenti, è che gli "islamici" volessero inserirsi nel business della droga per finanziare eventuali attività di stampo terroristico.

"Al momento riscontri precisi non ne abbiamo ma di certo questa inchiesta svela il rapporto tra soggetti legati a gruppi islamici radicali e criminali comuni, una commistione sulla quale bisogna porre una crescente attenzione" spiega il capo della Digos del capoluogo lombardo, Bruno Megale, sottolineando che "che qualche documento teorico interessante lo abbiamo trovato, e ora stiamo approfondendo ulteriormente le indagini", escludendo però "qualsiasi ipotesi legata a una eventuale attività di proselitismo". In effetti l'inchiesta nasce proprio dal controllo esercitato dalla Digos "su soggetti già noti e a diretto contatto con gli ambienti estremistici di matrice islamica", che ha poi permesso di "svelare una parallela associazione finalizzata allo spaccio di droga".

I cittadini tunisini raggiunti oggi dall'ordinanza di custodia e già condannati in passato per partecipazione ad associazione con finalità di terrorismo internazionale, sono il 42enne Abdelaziz Ben Hammadi Bouyahia (attualmente già detenuto a Benevento dopo una condanna in appello nel 2007 a sei anni di carcere), suo fratello 38enne Maher (condannato a sei anni in appello dopo essere stato assolto nella celebre sentenza del pm Clementina Forleo che differenziava i 'terroristi' dai 'guerriglierì') e il 31enne Kamel Ben Mouldi Hamraoui, residente a Brescia (condannato a tre anni e quattro mesi dopo un'indagine della Digos del 2004).

Secondo l'attività investigativa, partita nel novembre 2006 e coordinata dal Procuratore aggiunto Armando Spataro e dal sostituto Procuratore Maurizio Romanelli della Procura di Milano e firmate dal gip Giuseppe Gennari, i tre "islamici" facevano riferimento al 38enne Adel Jelassi, considerato al vertice della rete di trafficanti di eroina che operava tra Milano, Brescia e Pisa e tra i quali c'erano anche tre donne e due uomini italiani che si occupavano di trasportare lo stupefacente e di risolvere i problemi logistici, e una mamma con il figlio 23enne tunisini arrestati in Belgio.

Tra le 23 persone contro cui è stato spiccato l'ordine di custodia per il reato di associazione a delinquere finalizzata al traffico e allo spaccio di stupefacenti nell'operazione "Doppia rete" della Digos milanese quattro erano già in carcere, mentre tre sono latitanti e una è ricercata. Durante l'indagine la polizia ha sequestrato cinque chili di eroina nel Bresciano, ma secondo le intercettazioni i carichi che venivano smerciati dal gruppo nel Nord e Centro Italia sarebbero stati almeno un paio alla settimana.




Sandalo, ex Prima Linea, si ricicla attentatore anti Islam

L’indagine della Digos di Milano su una serie di attentati a luoghi di culto e centri islamici della città e dell’hinterland durava da quasi due anni. Questa notte la svolta, con l’arresto in flagranza del responsabile di due episodi e probabilmente di almeno altri tre. Ma la scoperta più grande è stata sulla vera identità del fermato: Roberto Maria Severini, 50enne residente in provincia di Milano dove lavorava come rappresentante di componenti elettrici, è in realtà Roberto Sandalo. Conosciuto negli anni Settanta come “Roby il pazzo”, è stato militante di Lotta Continua e fu arrestato con l’accusa di aver partecipato ad almeno tre omicidi. Nei primi anni Ottanta diventò collaboratore di giustizia e anche grazie alle sue dichiarazioni il gruppo terroristico venne smantellato. Sandalo rivelò inoltre che l’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga aveva avvertito Carlo Donat-Cattin, vicesegretario della Dc, che il figlio Marco era nel mirino degli inquirenti come leader di Pl.


venerdì, 16 maggio 2008
Er professore messo n'cattedra spiega
come ce se comporta cò chi ce se dovrebbe
accompagnà e dò se apprenne la
didattica...e studianno bene la lezione...
che nun de certo lui là scritta ....detta...
l'occhio su l'accento e su la trascritta
che più  je n'teressa...tralassanno però
quella dò se butta

...avanzo de pezza
che nun frutta ....
...ne de consenso ne de saccoccia...

e sparlanno cò cognizione de causa....
de stà situazione dò er
...dilago de corruzione tè ramificato
... pìa applauso...garantito...
facile e comannato...
nun facenno n'sia mai
n'accenno de...come poesse
che se stà società tanto puzza...
....ce stà puro lui n'cattedra...
forse perchè scordannose de...
...fà grammatica e smemorata analisi....
..e che nun se faccia me riccomanno politica...
.... ce se potrebbe compromette...
la nomina .....da neutrale professore
nun potennose più da nissuna parte
n'filasse...
...e così preso ... da fà vede a tutti
stà sua onesta n'tellettuale causa...
...te recita la parte ...nun guardanno..
..se chi...ja proposto er  baccajo
pe dettà  l'ingiustizia....
cià lo stesso e puro peggio conflitto
Politico mafioso n'teresse de chi attacca!

..diventanno solo nà calamita pe distrae
cò le fregnacce chi lotta pe libberà la classe ....
e stà società che te dice...
quanto  marcia ma ce se naviga benone....
la cattedra ...quanto più sotto ce n'mare
de m...onnezza.




http://lombardia.indymedia.org/?q=node/6263

Intervista: Parla Manlio Milani, presidente
dell'Associazione vittime della strage di Piazza la Loggia

«Si conoscerà il peso delle interferenze»
Marino Collacciani

«Sono passati 34 anni dal fatto e quindi siamo di fronte, al di là di come vada, a una sorta di "non giustizia". La giustizia o è tempestiva o corre dei grossi rischi di non apparire credibile».

Esordisce così Manlio Milani, presidente dell'Associazione familiari vittime della strage di Piazza della Loggia. Oggi ha 68 anni: in quell'attentato perse la moglie di 32, Lidia Bottardi. «Era vicinissima a me, stava salutando due amici, anch'essi periti». Oggi, dopo essersi risposato (ha due figli), Milani ha una visione pacata della vicenda. Lo abbiamo intervistato.

Quali sono oggi le ragioni del processo?


«Innanzitutto siamo di fronte ancora una volta alla conferma di una verità che, sia sul piano giudiziario sia sul piano storico, ormai conosciamo nei confronti delle stragi. E cioè se noi guardiamo a chi è stato rinviato a giudizio vi troviamo la conferma: è stata la destra eversiva il marchio di fabbrica».

Cosa l'ha sempre colpita sul piano delle indagini?

«Che ci sono interferenze, ancora una volta, di apparati dello Stato. E un elemento importante che giustifica il ricorso al processo è la figura di Delfino. Non dimentichiamo che 34 anni fa l'allora capitano dei carabinieri fu quello che indagò sulla strage di Piazza della Loggia. A distanza di così tanto tempo noi lo troviamo rinviato a giudizio per concorso in strage. Il dibattimento pubblico è giusto e sacrosanto: servirà per fare chiarezza».

Ha un appunto da fare alla magistratura?

«No, al contrario voglio evidenziare il valore del lavoro fatto: i magistrati non hanno mai abbandonato la ricerca della verità nonostante la complessità delle indagini che ha richiesto quattro proroghe».




Delfo Zorzi Terrorista Nero
 (latitante da tempo in Giappone con il nome di Hagen Roy)



Roma, la mappa dei clan
così si dividono la Capitale


Ecco la mappa dei clan

Cosa Nostra, ‘ndrangheta e camorra nei quartieri

di Anna Maria Liguori

A Roma opera il clan della Famiglia Nicoletti, a Viterbo quello di 'ndrina Mollica, ad Ostia lavora la ex banda della Magliana, mentre Frosinone è il territorio dei clan Venosa, Esposito-Muzzoni e Casamonica-Di Silvio, fino ad arrivare agli Anastasio di Anzio e Nettuno e i Bardellino di Formia. Sul territorio della Regione Lazio operano dalle 60 alle 67 organizzazioni criminali per un totale di circa 300 mafiosi. Venticinque le cosche appartenenti all´ndrangheta, 17 alla camorra, 14 a Cosa nostra e 2 alla Sacra corona unita, oltre a vari clan e cosche siciliani.

Tutte associazioni impegnate a fare affari con lo smaltimento dei rifiuti, sfruttando gli appalti delle grandi opere, l´edilizia residenziale, la distribuzione dei prodotti ortofrutticoli, nel settore turistico e della ristorazione, nelle società del settore della sanità. E´ quanto emerge da un´indagine elaborata dall´Osservatorio tecnico scientifico per la sicurezza e la legalità della Regione Lazio, presieduto da Enzo Ciconte, e presentato ieri pomeriggio al Forum della pubblica amministrazione, alla nuova Fiera di Roma, alla presenza del presidente della Regione Lazio, Piero Marrazzo.

L´Osservatorio ha condotto uno studio sociologico e criminologico effettuato mettendo insieme il maggior numero di dati e di informazioni ricavate dalle indagini e dalle inchieste della magistratura e delle forze dell´ordine, prendendo in esame i fatti e le figure più rilevanti dal 2000 e, in alcuni casi, ripercorrendo vicende criminali risalenti anche al decennio precedente, per concentrarsi in particolare sulle azioni delle organizzazioni criminali dell´ultimo quinquennio. «Se sul nostro territorio - ha detto Marrazzo - c´è la camorra o l´ndrangheta è perché c´è ricchezza. Bisogna combattere la microcriminalità senza dimenticare di farci carico delle persone deboli, perché anche nelle baraccopoli esistono fenomeni di racket. Daremo sostegno a Roma e faremo la nostra parte contro l´illegalità diffusa, ma aprendo gli occhi, senza fare allarmismi».


E Roma città c´è una vera e propria rete criminale. Clan Ierinò alla Borghesiana, Casamonica a Tor bella Monaca e all´Anagnina, clan Senese a Centocelle, 'ndrina Sergi Marando a San Basilio, 'ndrina Morabito al Flaminio e la ex Banda della Magliana ad Ostia. E´ soprattutto la perif