mercoledì, 16 luglio 2008

Questa è la storia di una rosa, una rosa rara che non ha cognizione del suo essere tanto bella. Rosa fra le rose, rossa nel rosso, nella distesa recintata di un giardino, nel rosso di una sfera arroventata del tramonto. Risplendeva e della propria bellezza non si curava poi tanto. Era una rosa generosa: non c'era bisogno di saccheggiarne petali e foglie, se ne staccava con l'atto di donarne senza che le fosse richiesto. “Ecco prendi questo” diceva con l'aria dolce e svagata “te ne faccio omaggio, è tuo”, “Puoi tenerlo in un cassetto come pensiero profumato, o farlo pian piano essiccare tra le pagine del libro che ora stai leggendo e ti ricorderai di me. Del rosso dei miei petali quando erano vivi”.

Non si chiedeva davvero se quei petali sarebbero nati, come risorti dal bocciolo, ricresciuti tali e quali a quelli strappati in un atto d'affetto. Allo stesso modo donava anche le spine, che a ben vedere le offrivano in dote una bellezza ancora più rara e misteriosa. Iniziò con un uomo burbero dall'aria inquietante “che vorresti da me? Una spina?”, quello nemmeno rispose che fece per allungare la mano tozza e grossa, che ricordò alla rosa quella del suo giardiniere, ma nella mossa che somigliava più a uno scatto vide molta più aggressività, che fino a quell'istante il suo piccolo mondo non le aveva dato il lusso di conoscere. La rosa fece istintivamente un passo indietro, alla faccia delle radici e del roveto, come per ritrarsi. L'uomo tozzo e grosso come la sua mano, quasi ansimante dal desiderio di mettere in atto le sue bizzarre volontà rispose: ”mi serve la tua spina, ho assoluto bisogno della tua spina e se non vorrai darmela sarò io a prenderla con la forza”, “ma almeno dimmi che vuoi farne” chiese come in un grido disperato la rosa. “Devo punire una persona, e il tuo petalo mi assolverà mentre la tua spina mi aiuterà a ferirla mortalmente e tu sarai mia complice”. “Nessuno ti crederà!” gridò fra il fogliame che frusciava vorticoso nel vento e che cominciava a cadere d'oro e porpora sul terriccio per via dell'autunno che s'incamminava a passo lento. “La mia parola di certo – e sogghignò – vale molto di più della tua, mia piccola stoltissima rosa”. “Volendo potrei estirparti e zittirti per sempre”. La rosa cominciò a piangere lacrime di rugiada molto più copiose di quelle che si vedono come diamanti luminosi e accesi sui petali rubini d'estate al mattino presto. “Smettila di piangere e dammi quella spina”, allungò le dita con le unghie annerite dal lavoro nei campi e la mutilò come se strappasse un arto, un braccio o una gamba. Si racconta che la rosa sanguinò per qualche istante, un minuto al massimo. E che da quelle gocce distratte e fuori dall'ordinario di ogni legge botanica nacquero delle roselline minuscole ma bellissime. Peccato che chi le generò non ebbe modo di vederle. Il giorno dopo la rosa avvertì una fitta proprio dove la spina le era stata strappata, cosa strana pensò, perché la ferita e la cicatrice s'erano quasi immediatamente rimarginate senza lasciar segno se non nel mondo non troppo immaginario del dolore. In quel momento passava il giardiniere con la giovane moglie, anche lei somigliava a una rosellina di campo nelle guance e nella postura. “hanno ucciso un uomo in paese” disse come per non essere ascoltato dal cuore della ragazza, cuore puro e di rara modestia. “ma da noi nessuno uccide nessuno!” disse quasi sospirando. Eppoi prese a lacrimare pian piano. Si tolse i guanti e passo passo si diresse verso la rosa, proprio quella rosa che era impallidita fino a diventare di cipria e nuvole, i petali di cristallo si fecero di petroso e lapideo fossile. La ragazza preso un guanto lo infilò sul bocciolo, regalando alla rosa il sogno, così vestita e ammantata, d'essere eterna creatura.

Qualcuno giura d'averla vista sbocciare il giorno dopo.

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«L´immunità temporanea per reati comuni è prevista solo nelle Costituzioni greca, portoghese, israeliana e francese con riferimento però al solo Presidente della Repubblica, mentre analoga immunità non è prevista per il Presidente del Consiglio e per i ministri in alcun ordinamento di democrazia parlamentare analogo al nostro»
Appello contro il "Lodo Alfano" firmato da 100 costituzionalisti, ApCom 4 luglio



Carlo Giuliani legge le lettere dei partigiani condannati a morte


Diritti a Genova

Ritorno a piazza Alimonda. A denunciare le ingiustizie di oggi, partendo da quella che negò la vita a Carlo

Giuliano Giuliani


Ancora Piazza Alimonda. Ancora Genova. Sì. In sette anni è cambiato poco o nulla. Molto è peggiorato. Per questo è ancora più necessario esserci.
Quelli che erano al Forte San Giuliano e nei luoghi dove si dirigevano la repressione e il disordine pubblico oggi sono di nuovo al governo. Chi la sera stessa emise la sentenza di legittima difesa, oggi occupa la terza carica dello Stato; ha fatto anche il carino con gli Ebrei, come ricorda Moni Ovadia, mai con i Palestinesi, che in quel contesto sono sicuramente i più deboli.
Chi dichiarò dalle scalette di un aereo di aver dato l'ordine di sparare e poi gratificò Marco Biagi dell'epiteto di «rompicoglioni», oggi è di nuovo ministro e pontifica sul nucleare, ignorando le scorie, tanto poi ci pensa la camorra.
Chi fu autore di un lodo teso a rendere non punibile il suo «maestro», oggi occupa la seconda carica dello Stato e ha diretto i lavori per l'approvazione di quel lodo ammodernato.
Chi diresse la repressione, ordinò la Diaz, costrinse suoi sottoposti alla falsa testimonianza e a smentire precedenti dichiarazioni, dopo una breve pausa trascorsa sulla spazzatura della Campania dirige oggi il complesso dei servizi, che spesso si scoprono deviati.
Chi diresse e coprì la «macelleria messicana» è stato promosso e oggi, con l'ennesima legge ad personam, è ancora più sicuro della prescrizione. Naturalmente la cosa vale anche per chi «torturò» (le virgolette non diminuiscono la colpa, ma indicano che in Italia quel reato non è contemplato).
«Scendendo per li rami», cioè per i gradi, persino chi lanciava sassi ai manifestanti e poi accusava un manifestante di avere ucciso Carlo con un sasso, è stato promosso e oggi è questore.
Si sollecita e si esaspera un clima di tensione e paura per estorcere consenso intorno a leggi razziste e liberticide che valgono al paese il biasimo dell'Europa. La militarizzazione del territorio è la traduzione di questa manovra in gran parte mediatica, che si avvale di un'informazione spesso asservita che fa il resto, sorvolando, mentendo. L'allarme lo lanciano non gli estremisti di sinistra, ma i più autorevoli rappresentanti della cultura liberale. Dice Eugenio Scalfari: «Attenti al risveglio. Può essere durissimo. Può essere il risveglio di un paese senza democrazia».
Un tempo c'era chi si lamentava del «lacci e laccioli». Chiamavano così i diritti che faticosamente e a duro prezzo si riusciva a inserire nella legislazione, nei contratti, nel funzionamento della macchina statale. «Lacci e laccioli» che imbrigliavano l'economia e impedivano (questa era già allora la litania del padronato grande e piccolo) alle vele dello sviluppo di alzarsi e gonfiarsi. Qualche sera fa «Primo piano» ci ha fornito una versione allucinante della teoria dei lacci e laccioli. E' stata riproposta l'intervista televisiva del padrone della fabbrica umbra che chiede risarcimento ai familiari dei quattro lavoratori morti il 26 novembre 2006. Si lamentava del fatto che non fossero ancora stati sgomberati i poco gradevoli resti dell'incendio, perché tutta quella roba e il continuo parlarne rovina il mercato e danneggia l'azienda. Oggi i lacci e i laccioli non esistono più, non esistono più neppure le stringhe delle scarpe, e ancora non basta. Uccidono ogni giorno sul lavoro, perché non ci sono protezioni, non si rispettano le regole, non c'è la sicurezza di cui ci si dovrebbe occupare davvero, quella sul lavoro. Ma il padronato non vuole, e il governo della destra di nuovo insediato toglie di mezzo anche i timidi tentativi di introdurre qualche regola.
Occorre produrre, correre, competere: per il mercato, per lo sviluppo. Dire per il profitto, per il padrone non sta bene, sembra che se ne vergognino. «Spara prima la mina, mezz'ora si guadagna, me ne infischio se rischio se di sangue poi si bagna, tu prepara la bara minatore di zolfara», grida una canzone di Michele Straniero e Fausto Amodei, degli anni '60.
Quella canzone la potremo ascoltare alla mostra che il Comitato Piazza Carlo Giuliani allestisce al Munizioniere di Palazzo Ducale dal 15 al 22 luglio. La ascolteremo insieme a tante altre che ci fanno ritrovare la storia e le passioni di quegli anni e ci fanno comprendere meglio quello che accade oggi. Perché è ancora così, anche oggi si deve fare più in fretta. No, è peggio di così. E a morire sono quasi sempre gli ultimi, i più deboli, i più indifesi. Sarà una mostra sul lavoro e su quello che gli sta attorno. Le lotte, i morti, i diritti. Canzoni e filmati e manifesti e fotografie e storie. Già, storie. Che insieme fanno un pezzo di storia.
Noi la storia la cominciamo da Piazza Alimonda, da Carlo, dall'omicidio che lo ha privato dei suoi vent'anni, del diritto a conoscere un pezzo di futuro, con gli altri, per gli altri.
Sono sette anni che ripetiamo che si è trattato di un assassinio. Che persone meschine gli hanno negato persino il diritto a un processo che potesse affermare la verità, che chiarisse gli imbrogli, i sotterfugi, le omissioni, le falsità di cui si sono avvalsi.
L'assassinio di Carlo resta il simbolo della repressione genovese, il punto più alto, ciò che determina poi la Diaz e Bolzaneto e gran parte delle stesse violenze di strada. Alcune anime belle (non parlo della destra) provano a distinguere. In Piazza Alimonda ci sarebbero stati i cattivi, quelli che se la sono andata a cercare. Alla Diaz e a Bolzaneto i bravi, quelli che non c'entravano. E' un modo poco attento a quella che non è più soltanto cronaca. Sono il clima cileno e la vendetta politica della destra che costruiscono la sospensione dei diritti democratici. In Piazza Alimonda Carlo è fra quanti hanno deciso di operare un «reato di resistenza», cioè di rispondere alle cariche violente e ingiustificate di reparti speciali di carabinieri. Lo ha implicitamente riconosciuto il Tribunale che nella sentenza contro 25 manifestanti accusati di devastazione e saccheggio ha derubricato l'accusa per la maggior parte di essi. Carlo sarebbe stato condannato in primo grado a tre anni. Invece è stato condannato a morte con esecuzione immediata. Ecco perché ci pare giusto che una mostra sul lavoro, sui suoi diritti, sulle morti sul lavoro e quindi sui diritti negati, incominci da Carlo.
Per questo siamo ancora a Genova, Per questo, il 20 luglio, siamo ancora in Piazza Alimonda.



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categoria:co sto popolo, er cane nero, cera na vorta, er barcone, carezza de nsogno
lunedì, 16 giugno 2008

Nella penombra e nel generale vocìo, se ne stavano tutti buoni e fra loro ipocritamente solerti, chi sguainava al volo fazzoletti perfettamente piegati nei taschini delle giacche, chi li tirava fuori stretti nel pugno e appallottolati nelle borsette che sapevano di naftalina, chi si soffiava rumorosamente il naso e si tamponava gli occhi lacrimevoli, chi infine si dava un contegnoso riserbo a suo dire più consono a tutta la drammatica faccenda. Nella chiesa listata a lutto si entrava a malapena con un fastidioso pigia pigia degno dell'autobus urbano che porta dal centro città alla periferia più popolosa nelle ore di punta, con gli odori più vari e lo spirito di sopportazione più elevato per tanta promiscuità che solo in rari contesti l'uomo arriva a sperimentare nella sua vita sociale, o comune e collettiva che dir si voglia. Si era deciso che non si sarebbero suonate le campane a morto e né si sarebbe fatta alcuna veglia funebre. Qualcuno rifiutò, soprattutto le donne più avvenenti e gli uomini più potenti del paese, di indossare il nero per quella solenne occasione, perché si disse che di lì a poco la vita avrebbe avuto il senso di sempre e sarebbe continuata con il suo ininterrotto quotidiano e un domani, chissà?, si sarebbe ripristinato il sereno quanto apparente ordine di sempre.

I bambini guardavano la scena assistendo sbigottiti allo spettacolo generale all'aria seria dei più grandi, le mamme pensavano distrattamente al pranzo da preparare, alla spesa da fare e un po' al generale senso della vita che in quei momenti, è capitato a tutti, un po' sfugge e manca e sperimentare un simile sentimento che non ha effetti letali né conseguenze durature: è come, tale e quale, una folata di vento d'estate. Le donne più anziane sgranavano il rosario, mentre i signori più attempati e accreditati nella fama da un destino che gli aveva dato un nome più degli altri noto, si battevano ad arte il petto, dando mostra del troppo, insopportabile dolore che la vita in questo momento gli infliggeva. Alcuni si trovavano lì per pura curiosità e giovavano di quell'atmosfera tetra e vagamente morbosa che solo in quei contesti sfoggia il meglio di sé.

Fatto sta che non passò nessun feretro e il prete non pronunciò messa né fece la comunione, non ci fu veglia né rintocco, né Te Deum. E il pubblico non pagante rimase lì in attesa, organizzando quando si poteva letti e giacigli di fortuna, accampamenti e piccole cuccette per i più piccoli che già frignavano.

S'era detto e ripetuto per mesi in paese dell'agonia e della prematura morte della giustizia, e ora si sarebbe provveduto come di dovere a renderle onore e merito per la sua vita spesa alacramente benché non priva di nei e piccoli peccati veniali.

Sarebbe difficile dire se era per il peso che la gente s'era tolto e si sentiva di un poco più leggera la coscienza, semmai ne avesse una di serie, o per l'effetto morboso che alla curiosità certi eventi regalano. Ma all'improvviso senza che nessuno l'annunciasse a voce alta e con sonoro rullo di tamburi entrò il feretro se così vogliamo chiamarlo, era piuttosto una vecchia culla di quelle con le ruote grandi degna di una fotografia in bianco e nero, addobbata per la speciale occasione come se piuttosto che a un funerale ci si trovasse a un battesimo di un bambino nato da poco.

Tutti rimasero fra il disorientato e lo sbigottito. Si guardavano l'uno con l'altro e facevano oscillare i loro testoloni e capoccioni, chi muovendo le chiome che gli ballonzolavano dalle spalle al petto, chi niente poteva fare spalancava oltremodo gli occhi. Dalla culla si affacciò una testolina che scoppiò a ridere e a cantare tanto che la chiesa ci rimise per un'abbondante manciata di minuti in solennità e sacralità che di prassi le sono consuete. Tutti avevano creduto e in cuor proprio ne avevano festeggiato l'evento che quello sarebbe stato un funerale, mai si sarebbero aspettati invece di trovarsi dinnanzi a una nascita che avrebbero decretato un inizio piuttosto che una fine, celebrata con grande pompa.

E' strano e insieme comico quanto l'umanità ripeta sempre i propri riti, pensavano i più saggi, e continui così a sbagliare su quello che per lei è più giusto. Nel frattempo si allontanavano dalla chiesa i ladri e i corrotti che avevano capito che nemmeno quella per loro sarebbe stata una via d'uscita se non di salvezza. Dalla culla la Giustizia non ebbe bisogno di proferire parola né discorsi, anche perché a dirla tutta come avrebbe potuto? Le bastò vedere divertita le facce attonite degli astanti che si erano messi in fila tutti attorno per toccare con mano quello che non era altro che un pargoletto di qualche settimana appena. Sciocca è l'umanità, pensavano sempre i più saggi, quando crede che è sufficiente seppellire dopo averli presi a mazzate ed averli screditati tutto il tempo, principi e valori, sogni ed ideali. E malgrado la difficoltà continuano a rinascere anche nel disagio, a volte in un campo di zingari, altre in un cuore dilaniato dall'attesa di una speranza che non vuole proprio mantenere le sue più blande promesse. Sempre pronti a ricominciare (magari imparando prima a camminare).

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Sua Utilità «E ciò pur se il contesto è quello di altri casi “di comprovata erogazione di tangenti da parte dello stesso Berlusconi per fini di sua utilità, come deve evincersi dalle sentenze di prescrizione nei suoi confronti emesse nei processi All Iberian e Lodo Mondadori”»
Processo Sme, motivazioni dell’assoluzione di Silvio Berlusconi Corriere della Sera, 14 giugno.

La telefonata


Meno male che c’è Blob

Grazie, Blob, che ci hai permesso di riascoltare la famosa intercettazione del colloquio tra Berlusconi e Saccà, durante il quale padrone e sottoposto scambiavano veline con senatori della Repubblica. Quella registrazione sarà cancellata, forse è già stata cancellata, anzi chiaramente non è mai esistita. Blob è solo un buco spazio-temporale, nel quale la società italiana può guardarsi e provare molto schifo di se stessa. E mentre si legano le mani ai magistrati e ai giornalisti per proteggere tutti gli uomini del presidente, immigrati senza permesso di soggiorno cadono dai ponteggi, scegliendo liberamente una delle due opportunità concesse loro dalla Lega: morire o essere cacciati a calci nel sedere. E di punire gli sfruttatori, non se ne parla nemmeno. Ben altro da fare hanno i ministri, a cominciare da Ignazio La Russa, che fin da piccolo (al tempo dei colonnelli greci) sognava di entrare nelle città al comando delle truppe, con spada e denti sguainati.

Maria Novella Oppo

La Guerra Invisibile

Mauro Mammana

Sessant’anni di guerra non ortodossa in Italia

Quasi quattrocento sono le vittime del terrorismo in Italia. Quattrocento tra persone comuni, che passavano di là per caso e vittime “mirate” del terrorismo rosso e nero (e non sempre così mirate, a ben vedere). I feriti, migliaia e migliaia. Una scheggia nella gamba. Un proiettile vagante. Una caduta rovinosa per evitare peggiori conseguenze, magari per fuggire dai luoghi della morte. Nel 1947 la prima “strage” vera e propria: quella di Portella della Ginestra. Fino ad arrivare ai giorni nostri, quando anche la mafia volle ottenere il massimo risultato con il massimo sforzo: il terrore. Quattrocento morti in tempo di pace: numeri che stridono come un ossimoro. Che fanno addirittura pensare che non ci sia mai stato un tempo di pace in Italia, dopo la fine della seconda guerra mondiale.

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categoria:contro, er bisogno, er cane nero, cera na vorta, còre corettie anulare, er barcone
venerdì, 23 maggio 2008
A mare grosso barchetta isolata
nun pò fa da diga...a onnata
piannola de petto finenno
spazzata...se n'cassa la deriva...
e nà marea nera...ramificata...
che oramai ...a risonanza s'appoggia
finenno sino ...a rena...

...e allora...se snoda arbero Maestro...
nun facenno straccià vela...
dar vento e da' bufera...
ammainanno bandiera...mettennola
sicura n'stiva pe nun esse
rubbata dalla spuma....che da
schiaffi sulla tela....sdrucinata
...chiudenno ogni boccaporto...
...siggillanno er carico...
pe nun dallo...
ar fonno perso.....de trasporto

e mettennose ogniquantun'artro...
ar propio posto de..sbattimento..
e nun facenno incastro...pe finì
da perde er tutto...giù e sotto!...
sù timone sardo e barra a dritta...
sfruttanno corente... contro...
smorzanno forza de n'mpatto e
beccheggianno punta che se n'fila...
drento goccia piànno virata a destra e
a manca lancianno a fionna barchetta trovannose
a spalle la tempesta e cò sufficienza...
spavarda da  giocatore da smalizia...
... piàto corsa...dar centro...
continua verso curva...e cò coda d'occhio
se rassicura... der  tiro lento che spiazza birillo
d'artra parte.... n'tranno n'porta ...
così equipaggio de barchetta fà...guardanno
avanti orizzonte dò sorge er
sole e nun c'è traccia
de.... burasca!

Burasca a cionnolo d'essenza
che porta via forza più eroica
nun pò che esse...Resistenza




Forgione Contro montezemolo



Vedi ....n'vece artri se lì conoscono ....LIEVITANO!
più perdeno e più diventeno quarcuno...


Parlamento, Rutelli nuovo presidente Commissione servizi segreti

giovedì, 22 maggio 2008
            

ROMA (Reuters) - Il grande perdente delle elezioni a sindaco di Roma, Francesco Rutelli del Pd, è stato eletto oggi all'unanimità presidente del Copasir (l'ex Copaco), il comitato parlamentare per la sicurezza del repubblica, che è riunito oggi per la prima volta.

Giuseppe Esposito (Pdl) è stato eletto vicepresidente e Roberto Cota (Lega) segretario. Il comitato sui servizi, per ragioni di garanzia, è normalemente presieduto da un membro dell'opposizione.

Il Senato ha ultimato intanto l'elezione degli uffici di presidenza delle commissioni, come riferisce una nota dell'ufficio stampa. Tutte sono andate al Pdl.

Alla Commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama è stato eletto presidente Carlo Vizzini (Pdl), alla Giustizia Filippo Berselli (Pdl), agli Esteri Lamberto Dini (Pdl), alla Difesa Gianpiero Carlo Cantoni (Pdl), al Bilancio Antonio Azzollini (Pdl), alle Finanze Mario Baldassarri (Pdl), all'Istruzione Guido Possa (Pdl), ai Lavori Pubblici Luigi Grillo (Pdl), all'Agricoltura Paolo Scarpa Bonazza Buora (Pdl), all'Industria Cesare Cursi (Pdl), al Lavoro Pasquale Giuliano (Pdl), alla Sanità Antonio Tommassini (Pdl), all'Ambiente Antonio D'Alì (Pdl).

Alla Giunta delle Immunità e Elezioni, altro organo di garanzia, è stato eletto presidente Marco Follini (Pd).


 L'incontro tra i comunisti mai stati comunisti e i cattolici progressisti mai stati cattolici....

Venditti: il compagno di scuola, compagno per niente...

Scena 1: l'Anarca è nella terra dei Bretti, la verde Calabria indoeuropea per la meritata vacanza piccolo-borghese. La mattina del 20 agosto, tradendo le promesse fatte alla partenza, cede alla tentazione di leggere un giornale e compra il Corriere della Sera ritrovandosi sdraiato in spiaggia a gustarsi la superlativa intervista ad Antonello Venditti sulle primarie del PD.
Ognuno dovrebbe fare il suo mestiere e quando un cantante decide di parlare di politica la possibilità che dica stronzate è inversamente proporzionale alla dignità che acquisterebbe con il silenzio. Se poi a parlare è un quasi 60enne bollito che ormai non azzecca una canzone neanche per sbaglio, un senso di pietà ipocrita pervade l'animo dell'insensibile Anarca e lo induce a ritenere la vecchiaia non più una virtù ma una colpa inevitabile. Ma perché, se uno vuole dire cazzate, non apre un blog come ho fatto io, invece di rilasciare interviste?



Sia chiara una cosa, l'Anarca ha amato molto Venditti e forse lo ama ancora: "Roma Capoccia" meriterebbe un posto d'onore tra le canzoni d'autore del secolo. "Modena" è un gioiello inestimabile per l'ammissione sincera ("con le nostre famose facce idiote, eccoci qui") e per l'indimenticabile sax di Gato Barbieri. Eppoi tutte quelle donne, "Lilly", "Sara", "Giulia" che raccontavano amori e drammi, speranze e storie vive. Insomma, dispiace che uno come Venditti venga ricordato solo come "er Mameli della Roma", per
quanto, quando la Sud intona imponente "Roma Roma Roma" pure ai tifosi del Liverpool scorre un brivido lungo la schiena.
E allora, passi la chicca su "Roma non è mai stata così bella" come con Veltroni e sulla raggiunta "qualità della vita", negli stessi giorni in cui Giuseppe Tornatore è stato pestato da tre balordi mentre passeggiava sull'Aventino; una piccola défaillance che si perdona ai poeti di corte perchè nessuno sa quanto è faticoso omaggiare il proprio sovrano. Ma la rivelazione per l'Anarca è stata la vera storia della nascita del Pd.
Dice Venditti: "del Pd con Veltroni ne parliamo fin dal 1976". Càspita!
Trentuno anni che ne parlano e ancora lo devono fare. Quando si dice il decisionismo! Siamo a metà degli anni '70 "eravamo a prendere il caffè da Vezio, il bar dietro a Botteghe Oscure. E io chiesi a Walter se non fosse il momento per i riformisti come lui (.) di andare oltre il Pci a costo di uscire dal partito, per costruire un partito nuovo aperto agli altri riformisti laici e cattolici". Niente male per uno che proprio nel 1976 scriveva "Nostra Signora di Lourdes" coglionando il compromesso storico e i primi tentativi di sintesi politica tra cultura comunista e cattolica di sinistra. Memoria corta del cantante bollito che continua: "Veltroni era un po' il nostro piccolo Budda. Quello che in futuro poteva trasformare il Pci a nostra somiglianza: meno settario, lontano da Mosca, attento ai diritti civili". Certo, lontano da Mosca ma ovviamente con i soldi di Mosca che finanziava non solo il partito dove il piccolo Budda lavorava, ma anche le feste dell'Unità dove Venditti andava a cantare..... Dopo il 1976 ci fu Solidarnosc in Polonia, piazza Tien Ammen, il Muro di Berlino che crollò portando alla luce l'orrore del comunismo dell'est. Da un poeta cantautore "attento ai diritti civili e lontano da Mosca" uno si sarebbe aspettato negli anni una canzoncina, una strofa, almeno un ritornello su tutto questo. Niente. L'attenzione ai "diritti civili" si limitava alla chiacchierate al bar di Vezio. In compenso una bella canzone contro Berlusconi non poteva mancare nel repertorio del cantautore bollito.



Eppoi ovviamente l'outing del bollito corretto: Veltroni "del comunista non aveva proprio nulla. Parlavamo di cinema, di musica e giocavamo a pallone".
Non so se mi spiego: giocavano pure a pallone. Come si fa a dire che erano comunisti? E lo stesso Venditti, ovviamente mai stato: "io mi sono sempre sentito sia laico che cattolico". L'Anarca ha chiuso e si è tuffato nelle fresche acque greche di Sibari pensando incuriosito: ma se nessuno nel Pci era comunista, negli anni '70 i comunisti dove stavano? Nella DC? Scena 2: è il primo settembre e l'Anarca è in fila sulla Salerno-Reggio Calabria. Alla quarta ora di lamiere e di sole implacabile decide di uscire nella Valle di Diano per evitare il termitaio degli autogrill. Approda nel ridente paesino di Sala Consilina in provincia di Salerno e lo scopre tappezzato di manifesti che annunciano il grande concerto di Antonello Venditti e della sua "great band". Un favoloso concerto in occasione della festa patronale della Madonna del Castello a Sala Consilina.
Il romantico afflato raccontato al Corriere della Sera ha trovato ora il suo epilogo. Il sogno rivoluzionario è diventato sagra paesana. Dal '76 ad oggi, dal famoso caffè al bar Vezio, l'incontro tra i comunisti mai stati comunisti e i cattolici progressisti mai stati cattolici è finalmente avvenuto nel progetto del grande Partito Democratico. Il piccolo Budda si è reincarnato per la quarta volta, ha raccattato lungo la strada il peggio del cattolicesimo moralista e democratico (da Don Milani a Rosy Bindi) ed è partito alla conquista del mondo senza dimenticare i poteri forti. Il poeta di corte ormai bollito, è passato dalle Feste dell'Unità con Berlinguer alle feste patronali di Sala Consilina: il lungo viaggio verso il PD si è concluso, siamo pronti alla nuova era dei "diritti civili lontani da Mosca". Viene in mente una bellissima canzone di un famoso cantante che piaceva anche a noi e faceva così: Compagno di scuola, compagno di niente, ti sei salvato dal fumo delle barricate? Compagno di scuola, compagno per niente.

donquixote

venerdì, 16 maggio 2008

Non sarà una barricata a interrompere il passo,

nemmeno il vento che sferzerà di gelo e incredule lascerà a casa le donne,

con i piccoli al braccio a giocare d’anelli le ciocche,

non sarà l’opinione comune a darci per dispersi,

né il sole a bruciare la fronte che nelle rughe porterà scritta la rotta.

Non sarà nemmeno la fiducia persa nello sguardo senza orizzonte,

la voce che grida terra, strozzata ancora prima di pronunciarla.

Non sarà la menzogna costruita su misura per smarrire la dolce utopia,

nella vociante folla di parole che a spintonarsi conducono in orbita i sogni.

Non sarà il tattile, l’utile e l’oggettivo che daranno un ibrido di reale,

fittizio come un arcobaleno di coriandoli, buio caleidoscopio,

attraverso cui vedere tutto al di fuori del cuore

che da un pezzo ha smesso di palpitare, docile.

Non sarà l’espressione contratta, la spasmodica cinèsi,

del niente in movimento d’inerti gravi lungo una discesa, ininterrotto.

Non saranno nemmeno le parole buone e compiacenti,

i sorrisi di circostanza e gli accordi avvenuti a nostra insaputa,

le strette di mano col coltello fra le dita, lama serrata a lacerare il palmo aperto.

Non saranno le memorie del passato fresche di lavaggio a secco,

non saranno i colori rivivificati da un agile restauratore di apparenti policromie.

Ma sarà la voglia e il desiderio, l’insana e smodata passione, l’allucinata

e lisergica intenzione, di trascinare nel generale vuoto il senso

che da troppo tempo di sé è stato privato,

senza che qualcuno se ne accorgesse e di legittimo diritto

sollevasse un dito, come un grido:

constatando l’inalienato diritto all’esistere davvero.   

 

X

 Barbara Bernsteiner

A tanto caro sangue

 

La storia la fanno i tribunali. La storia si paga. Quali tasche alleggerisce la storia? Tasche arteriose, pretendendo l'obolo di sangue che la rappresentazione shakespeariana ci ha insegnato essere il monoreddito della storia stessa. Talvolta, però, ci vanno di mezzo i conti correnti. Nel caso dell'incredibile sentenza di terzo grado relativa ai fatti di piazza Fontana, i conti correnti ci vanno di mezzo due volte: la prima, al momento dell'attentato in banca; la seconda, trentasei anni dopo, con i parenti delle vittime che vengono costretti a sborsare il corrispettivo delle spese processuali. E' indecente. Che perlomeno lo Stato annullasse i suoi compensi, azzerasse le spese di cancelleria. Che gli avvocati di parte civile chiedano di più ai prossimi clienti, ma non pretendano un euro da gente che è stata moralmente sfigurata almeno tre volte, dal lutto barbaro, dall'attesa invereconda (trentasei anni...), da una sentenza che cavillosamente annulla una verità che è sotto gli occhi di tutti, da sempre.
La storia dell'Italia contemporanea comincia nel sangue e continua nel fango morale, scandita a colpi di ordigni e a colpi di sentenze assolutorie. In mezzo, il baratro civile di una nazione piagata dalle ferite dei più immondi segreti, afflitta dall'impotenza che la coglie quando cerca di comprendere la sua stessa storia.

Basterebbe leggersi l'ultima intervista in merito rilasciata dal non poi così onorevole (infatti è senatore) Giulio Andreotti, che viene a propalarci le sue competenze ecclesiologiche in quel salotto lucidato a Fabello che è Porta a porta. Soltanto l'accecamento acritico dell'antiberlusconismo da curva sud è stato in grado di riabilitare Andreotti, un politico che - dicono i tifosi - almeno aveva un certo stile. Che stile? Quello che ti fa prendere il tè con Salvo Lima? Che ti fa bere Fiuggi con Ciarrapico? Che ti fa dire che Moro carcerato non è attendibile? Ma ce li si ricorda i due (non uno: due) scandali del petrolio negli anni Settanta, con Andreotti che urlava al complotto contro Fanfani? Ah, già: questa è una storia che non si insegna a scuola, la si richiude nell'alveo dei tribunali più hugoliani del pianeta. Beh, Giulio Andreotti ha risposto con un'intervista sul Corriere a certe ambigue accuse lanciate, sulle pagine del medesimo quotidiano, da Gerardo D'Ambrosio, che diceva che a lui sarebbe piaciuto chiedere di piazza Fontana a Rauti e al più che ottantenne ex Dc, ex premier, ex ministro dell'Interno, ex controllore dei servizi segreti. Andreotti, il giorno successivo, rimbrottava D'Ambrosio con una strategia che davvero appalesa un certo stile. Dice Andreotti che c'è ancora da chiarire il giallo Valpreda, che un taxista lo vide vestito in un certo modo e infatti Valpreda era andato a casa a cambiarsi. Poi si mette a discettare sul personaggio chiave Giannettini: lo ridicolizza, Andreotti, dice che era un giornalistucolo, che era tutto approssimativo.
Perché non dire a chiare lettere che il colpevole della strage di piazza Fontana era Pinelli? Perché non affermare alla luce del sole che è stato il rimorso schiacciante ad avere indotto l'anarchico a lanciarsi dalla finestra della questura milanese? Perché non concedere il cavalierato del lavoro a Stefano Delle Chiaie, che ha fatto tanto bene la sua professione e infatti è stato scagionato da ogni accusa relativa a piazza Fontana? Perché spendere per l'inutile soggiorno di un ambasciatore italiano in Giappone, quando lì c'è Delfo Zorzi, che è determinato a starci e a non tornare affatto? Piuttosto di assolvere sempre tutti, condanniamo Guido Salvini e il suo maniacale impianto accusatorio, costruito in anni di dispendiose indagini (paghino i parenti delle vittime)! Diciamolo senza veli che Gerardo D'Ambrosio ha inquinato la scena del crimine, approfittando del fatto che ai tempi non c'erano i RIS!
Passano pochi giorni dall'intervista ad Andreotti e gli imputati al processo su piazza Fontana vengono irrevocabilmente assolti.
Nel frattempo si sono perse le tracce di Freda e Ventura, di quella memorabile vergogna di Stato che fu il processo trasferito a Catanzaro, delle collusioni con il crimine organizzato che portarono all'assoluzione dei due neofascisti, della definitiva indecenza civile consumatasi nelle aule giudiziarie a Bari. Si sono perse le tracce del profilo umano, iniquamente perseguitato tra i ciliegi in fiore al caldo del Sol Levante, di Delfo Zorzi, che col nom de plume Hagen Roi è diventato un businessman rispettabilissimo, ben lontano dalle fosche tinte con cui l'ha ritratto il giudice Salvini, dalla cui ordinanza cito parte del curriculum lavorativo dello stesso Zorzi:

Alcuni episodi, che [...] delineano la personalità carismatica e il ruolo propulsivo svolto all’interno della struttura (Ordine Nuovo) da Delfo ZORZI, meritano di essere accennati in via di sintesi. Ci riferiamo a:
1. L’addestramento all’uso delle armi in un campo paramilitare allestito nel 1971 nella zona sopra Lecco, presenti, oltre a SICILIANO, quasi tutti i militanti o simpatizzanti de La Fenice quali ROGNONI, AZZI, PAGLIAI e anche Giancarlo ESPOSTI.
2. L’assalto al Municipio di Padova, il 16.4.1969, giorno successivo all’attentato contro lo studio del Rettore Opocher, attacco finalizzato a colpire il Consiglio Comunale che intendeva denunciare fermamente l’episodio avvenuto all’Università riportabile alla cellula di Padova.
3. La spedizione a Trieste, nel novembre 1969, in supporto ai camerati di tale città che intendevano punire alcuni avversari politici che avevano osato "avventurarsi" nella zona centrale della città, controllata dai neri.
SICILIANO, VIANELLO e BUSETTO, convocati dal dr. MAGGI che aveva come sempre messo a disposizione la sua autovettura, avevano rinforzato i ranghi dei triestini, già muniti di caschi di plexiglas e mazze da baseball, e i giovani di sinistra erano stati facilmente sopraffatti e colpiti.
4. Le azioni di vandalismo, fra il 1967 e il 1969, contro chiesette nell’entroterra mestrino e padovano, originate dall’odio di Delfo ZORZI contro la tradizione giudaico/cristiana che, secondo la sua visione ideologica, indeboliva gli spiriti invece di temprarli ed era in radicale antitesi ai modelli dell’uomo pagano, del combattente legionario e del samurai, intrisi di etica guerriera.
5. Delfo ZORZI, nelle sue multiformi attività, affiancava allo studio dei testi teorici di Julius EVOLA e dell’etica guerriera giapponese interessi più pratici quali soprattutto la progettazione di ogni possibile tipo di innesco per ordigni esplosivi, dai normali circuiti elettrici sperimentati nella palestra di Via Verdi grazie all’elettrotecnico MONTAGNER sino a particolari tipi di innesco chimico a base di mercurio o funzionanti tramite un altimetro. Disponeva anche di un libro in inglese, fuori commercio e certamente di provenienza militare e forse di provenienza N.A.T.O., che riguardava in termini assai pratici l’uso degli esplosivi e i vari sistemi di innesco.
6. Infine ZORZI e MOLIN, reduce quest’ultimo dalla partecipazione al Convegno del Parco dei Principi a Roma sulla guerra non ortodossa, si erano occupati di distribuire tra i militanti fidati, anche all’interno delle caserme, alcune decine di copie del libretto "LE MANI ROSSE SULLE FORZE ARMATE", scritto da RAUTI e GIANNETTINI sotto falso nome e finanziato da un settore del S.I.D. nell’ottica di allertare e difendere l’Esercito dal pericolo di infiltrazione comunista e di ispirare la formazione di uno "Stato Maggiore parallelo" formato da militari e civili. La diffusione del volumetto semiclandestino all’interno di Ordine Nuovo indica che la struttura di Delfo ZORZI non si riteneva un gruppo eversivo in senso proprio, ma componente attiva di un più vasto progetto comprendente, al di là dell’ideologia nazional/rivoluzionaria, l’alleanza con strutture istituzionali.


La verità non sarà giudiziaria, ma è impressionante leggersi l'autentico trattato di storia contemporanea dell'Italia steso da Guido Salvini nella sua ordinanza: l'impietoso, cartesiano ritratto di una nazione a sovranità limitata, dove le inchieste vengono inquinate al ritmo di un can can, dove i pentiti affidabili vengono screditati come se fossero comparse al Bagaglino e i pentiti inaffidabili (o pagati) addebitano colpe a innocenti, dove il giudice viene fatto oggetto di pressioni politiche innominabili, dove reperti che hanno un valore più euristico che civile vengono conservati nella Cassaforte di Stato e mai resi di pubblico dominio (qui mi riferisco alle liste complete della P2) e dove per quarant'anni l'elaborazione della memoria storica di un paese viene mantenuta in stato di freezing (termine tecnico del parkinsonismo) per impedirne la normale evoluzione democratica e il sacrosanto metabolismo.
Con lo schizzo di sterco delle spese addebitate ai parenti dei morti, la vicenda di piazza Fontana si chiude come si è chiuso ogni capitolo della recente storia italiana: restando aperta. Non consegnata ai posteri, non viene consegnata nemmeno ai contemporanei. E' una strage che ha non tanto aperto, quanto continuato la sequela di eventi criminosi che hanno pesato sulla nostra vita (bisogna almeno risalire a Mattei per comprendere parte di un arco che inizia in realtà nel '46). E così continuerà a pesare, a determinare la paralisi dell'inconscio collettivo o, in alternativ