mercoledì, 16 luglio 2008
N'cane tutto zozzo pe rientrà ar congresso
se vole fà bello cò nò sciampo...
e cercanno pe bottega quello cor prezzo
più basso...va baccajanno..
strusciannose
pe ogni muretto pe grattasse da
dosso  piume de pollo e d'abbacchio
magnato a strozzo....
facennose vanto
d'ascorto nun tojenno che è... de più
n'controllo d'orecchio...intignanno
sur lo sporco fatto e che nun ha scontato....
grazie a quarche ricatto...mischiato cor
nero e cò n'pulito colletto bianco che fa
pizzo...e ricamo co artri cani  che
abbajano tenennoje banco...e pieni
de purci vorebbero fà crede
che sò l'artri che deveno mettese
sotto doccia...e organizzati pe fà branco
che da clan fà il porco ..
..commodo...
e rubba colazione e pranzo..
..se acchitteno
da omini pe somijà...più a pajacci....
dò li fili sò retti da artri che je conviene...
avecceli ....ma che rimangheno lontani...
e che l'odori nun se
spargheno troppo...
artrimenti je se n'mpuzzolisce tutto....

E giranno pe botteghe sto cane che
sà da ...fà troppo tanfo
vorebbe sbrigasse
a pulisse ...prima che je zompa pure
l'urtima
purce e ner movese de corsa
j'aumenta sta gran puzza...
e lì fili manovrati
d'apprendisti vengheno buttati....
pe arisparmiasse..
de nun esse n'mpestati e pregni lì vestiti....
da stà bestia che pretenne puro troppo....
così...
se apre bottega a scacchi e lo se ficca...
pe lassallo da solo a vedè  se je passa
....la rogna e la puzza che quanno è troppa
nun cè anima che te se accosta!
 
e annamo de prescia che è mejo
parlà de sostanza




La striscia rossa, 17 luglio 2008

«Un lupo disse a Giove: “quarche pecora dice ch’io rubbo troppo! Ce vò un freno per impedì che inventino ’ste chiacchiere!” E Giove je rispose: “rubba meno”»
Trilussa: Uomini e bestie


Il Clan Casamonica ha in pugno il comune di Roma?

Pubblichiamo un lungo e interessante articolo di Gabriella Carlizzi sul rapporto fra la famiglia Casamonica e i centri di potere legati al territorio del Comune di Roma. Potete trovare le fonti su: http://www.lagiustainformazione2.it.

Come noterete, tutto sembra ruotare intorno al potente Clan della malavita romana: dalle elezioni Comunali, alla gestione degli eventi e dei locali di determinate zone, alle pressioni su Vaticano, Parlamento, Vigili Urbani, alla triste fine del Pelè del Quadraro.



Quel pomeriggio stavo rileggendo la citazione inviatami dal Tribunale di Roma che mi convocava per il 10 dicembre.

C’era scritto “Aula 6^ GIP - Primo Piano”, motivazione : “ Diffamazione a mezzo stampa”.
Oltre me, era stato convocato A. G., all’epoca dei fatti direttore del M. di Roma e da poco nominato direttore dell’A.
Il Sostituto Procuratore della Repubblica L. P., chiedeva il mio rinvio a giudizio e quello del direttore A., per aver leso la reputazione di C. G. a mezzo stampa, riferendosi ad un articolo pubblicato due giorni dopo la sentenza di primo grado contro il C..
Il titolo dell’articolo in argomento : “MINACCE DI MORTE, C. TORNA IN CARCERE”.
Il Giudice della Procura di Roma designato a decidere se rinviare a Giudizio o Archiviare la vicenda, era stato nominato il Dr. R. V., lo stesso Giudice che in data 17 novembre 1994, aveva deciso di rinviare a giudizio C. G., su richiesta del P.M. I. D..
Era la quinta volta che rileggevo la citazione; stentavo a credere che la giustizia si fosse ridotta a una povera parola quasi illeggibile.
Mi sono sentita tradita, il silenzio assoluto intorno a me, simile a quello dei morti, venne improvvisamente interrotto dal ritocco delle campane provenienti dalla Chiesa di S.Egidio, che dista solo pochi metri dalle finestre del mio appartamento ubicato al Centro Storico di Roma.
Per un attimo quel rintocco mi ha distolto dai miei pensieri, quindi ho realizzato che era domenica.

Fascisti NAR: malavita Boxe a Milano e Roma e le strane conoscenze.

venerdì, 04 luglio 2008

Ci fu un tempo, oggi quasi da annoverare fra quelle fasi isolate della storia, in cui l'uomo credeva d'essere libero. Gli bastò sapere che gli altri gli permettevano di crederlo e di attuare la sua libertà come meglio ritenesse opportuno. Non è dato certo che fu per due ragioni in diverse occasioni, ma più o meno assimilabili, cioè che in quel momento l'uomo fu lasciato a se stesso, per ragioni talmente contingenti che non permettevano di fermare il pensiero sulla categoria umana, tanto indaffarati a concentrarsi su altro, come fame e carestia, o scambiare petrolio per generi alimentari, o semplicemente facendo sempre credere all'uomo che era lui a stabilire coordinate e dettami che applicava, sempre col beneficio del dubbio, a lui stesso. Capace quindi anche di insorgere alla sua stessa volontà se un impeto di ribellione l'avesse richiesto. Ma l'uomo non si contentò nemmeno in quella circostanza tanto vasta da lasciargli il libero arbitrio, un raggio di movimento tale, mentale e fisico, d'ampio respiro, da poter andare dall'equatore ai due poli in un medesimo istante, di pensare al giorno con la luna e alla notte più assolata, di concepire una laica divinità (ma questo accade ancora oggi) come un religioso dogma pagano (come sopra). Insomma, lui per essere libero, giacché aveva provato tutto, anche la libertà più sfrenata, quella lesiva e quella narcisista, quella egoistica e quella di una generosità speculare (ma ci si contentava uguale, visto che di nocivo non aveva nulla), e per essere l'essere più libero di tutti, anche delle rondini e dei lupi, dei delfini e dei gabbiani pensò concentrandosi tutto il tempo sul da farsi. E capì, a modo suo, e tanto autopersuaso, che per essere libero doveva nascere schiavo. Strana cosa a dirsi, figuriamoci a pensarla. Qualcosa suggeriva che nel suo remotissimo passato ciò doveva essere accaduto perché era come se ai polsi avesse ancora i segni delle catene e alle caviglie ne sopportasse ancora il peso. Ma purtroppo la decisione era già cosa fatta. Quando un'idea si palesa è in alcuni casi già concreta, tattile e visibile.

Inizialmente si stabilì che sarebbero stati tutti schiavi e così fu per un certo tempo senza che nessuno ebbe a lamentarsi. Il cibo fu da procacciare, le città si innalzarono dopo grandi sforzi inimmaginabili fino a poco tempo addietro, alcuni caddero senza vita costruendole, altri sudarono sette camicie di sangue e lacrime. Le donne furono separate dai loro compagni e portavano sui luoghi di fatica anche i piccini, chi a spalla, chi a dargli una mano. E questo venne considerato modello ideale della società umana e nessuno ebbe da ridire. Di tanto in tanto con la fronte arsa dal sole si pensava a quanto era bello starsene sdraiati presso una palma a discutere di cose filosofiche o di banalità ad occupare il tempo. Ma il cattivo pensiero era facile da scacciare quando c'era da sollevare un carretto di mattoni o salire in cima agli alberi e cogliere la frutta prima che maturasse troppo.

Era bello ma tutto questo all'uomo diceva che qualcosa mancava in questa mirabile struttura.

Un giorno un uomo cominciò a dire frasi inconcepibili, disse d'aver visto un gruppuscolo con le mani bianche di ozio e con i volti pallidi di ombra e riposo, le donne erano diverse dalle loro, nessuna era segnata da rughe profonde, nessuna aveva il corpo appesantito dalle continue gravidanze. Nessun bambino aveva lo sguardo spento e piangeva dalla fame a metà giornata. I loro erano pargoletti floridi e pasciuti, allegri e giocosi.

Nessuno gli credette perché non era possibile che così fosse, tutti erano uguali e tutti subivano la stessa sorte ed erano sottoposti alla stessa legge e alle stesse regole. L'avevano studiata alla perfezione una simile architettura, - :staremo mica scherzando?

Un giorno uno di questi, un giovane di belle speranze incontrò la più bella ragazza del luogo col viso scolpito nella neve e nella rugiada, la vide da lontano come un'apparizione e non poté credere ai suoi occhi, stanchi, dopo una giornata di lungo e duro lavoro. La guardò e lei fuggì talmente veloce che lui si rimise a sgobbare e a lavorare lesto. Tutto questo non era possibile. E' evidente che quel genere di uomini non esisteva, poiché nessuno li aveva mai visti ai campi o lavorare nei cantieri.

Si pensò a delle allucinazioni. Alcuni vennero curati alla bell'e meglio per disturbi a carico del sistema nervoso. Altri si fecero zittire come era possibile. Qualcuno credette senza dubbio che erano fuggiti lontano, in un altrove che era inimmaginabile, altri ebbero paura di pensare che fossero semplicemente scomparsi.

Tutti ma proprio tutti pian piano dimenticarono, dopo nemmeno un paio di generazioni quanto fosse bello essere liberi come per un gioco del destino, erano all'inizio, un inizio che ebbe un poi stranamente stabilito da loro, con la loro stessa volontà, senza troppo accorgersi di quanto avevano sbagliato, di quanto male avessero fatto. A se stessi, si capisce, mentre agli altri, che sembravano come non esistere se non in una realtà e dimensione parallele, fu di grande giovamento.

La memoria svanì nel nulla a grandi passi, solo alcuni ebbero sporadici barlumi, ma non gli rimaneva che deglutire assieme all'amaro quotidiano quella speranza superstite ormai sottile come un'acciuga.

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[..] «cercando di riattivare processi di civiltà in questa barbarie dilagante che non si può più tollerare». «smetterla con la configurazione dell’ebreo di corte, “quello carino, con lo zucchetto, con il quale ci si fa fotografare insieme per farsi assolvere del passato”. Si fa i carini con gli ebrei e e le carinerie al governo di Israele, che ormai è armato fino ai denti, e dunque dalli allo zingaro e al nero... Ma davvero ci siamo dimenticati che rom e ebrei hanno avuto lo stesso destino? Che sono 500mila i rom morti nelle camere a gas solo perché non hanno trovati altri?
E ancora, l’affondo più doloroso è per un’Italia dalla memoria corta, cortissima, che dimentica che dopo la seconda guerra mondiale erano 743 i criminali di guerra italiani reclamati da africani, slavi, albanesi e greci e nessuno è stato portato davanti ai tribunali «solo perché c’è stata la Resistenza antifascista». I comunisti hanno riportato la libertà in Italia con il sangue dei partigiani, mentre i fascisti italiani sono stati complici dei nazisti nello sterminare gli innocenti. Troppo facile ricordare le foibe dimenticando quello che c’è stato prima. Troppo semplice dare la colpa ai rom, dimenticando che «i veri criminali sono italiani e si chiamano Toto Riina e Provenzano».

Moni Ovadia, Palasport di Villorba, Treviso 2.7.08



IL SOTTILE FASCINO DEL NEOFASCISMO

IL SOTTILE fascino del neofascismo da generone. Non come riedizione di un' idea della politica, di una pratica della politica che fu protagonista fra le due guerre mondiali e che è irripetibile, ma come voglia di rivoltarsi nel peggio, come odio per la buona educazione civica e per la storia, come l' eterno disprezzo per il "culturame". Il "Giornale", il quotidiano politico del cavalier Silvio Berlusconi, pubblica due pagine definite dal suo direttore di ' revisionismo storico' . Un articolo dell' ordinovista Erra in cui si spiega che la Germania nazista scese in campo per salvare l' Europa dalla immonda democrazia capitalista e dal feroce imperialismo comunista. E a fianco, l' articolo di un ignoto storico inglese il quale afferma che la Resistenza europea fu un bluff impopolare. Questo non è revisionismo storico, ma ignoranza e beceraggine. Ignoranza che a Monaco le grandi democrazie cedettero al ricatto nazista, che arrivarono alla guerra disarmate e che per convincere gli americani a entrarci Roosevelt dovette sopportare Pearl Harbour. Ignoranza dello Stalin che confidava ancora nei patti hitleriani quando già l' attacco nazista era in corso. Né si capisce come si possa fraintendere sul ' terzo elemento' storico del nazismo scritto chiaramente in Mein Kampf e poi eseguito con la soluzione finale degli ebrei che per il signor Erra certamente sarà un' invenzione della propaganda. Nessuno scandalo. Al cavalier Berlusconi un giornalismo così va bene non perché sia fascista o neonazista, niente di più lontano dalla sua bonarietà umana e commerciale, ma perché per lui son cose senza importanza, chiacchiere senza peso, combustibile come gli altri divorati dalla onnivora informazione. Il sottile fascino del neofascismo! Nel senso che un consumo culturale vale l' altro, una storia falsa ne vale una vera, l' indignazione morale è cosa stramba da riderci su, il senso della decenza un illustre sconosciuto. TRIONFA nell' informazione lo smercio delle bufale storiche. Persino uno studioso serio come De Felice è venuto fuori con la storia del Mussolini ucciso dagli inglesi, come se Mussolini non fosse stato catturato e giustiziato dai partigiani comunisti, secondo la testimonianza inoppugnabile di Longo e di Solari. Non sarà un concerto meditato, ma il risultato è quello di far sapere che la storia scritta dell' antifascismo è storia falsa, propaganda. Ci si mettono anche i familiari del Duce, la figlia Edda, il figlio Vittorio, la sorella Edvige e consorte mostrano l' abito di nozze di Rachele fotografati assieme all' editore Dino che va ripubblicando il ciarpame della letteratura neofascista. Triste spettacolo vedere una famiglia che forse senza accorgersene partecipa al mercato nostalgico di bassa lega e riduce a feticcio un personaggio storico, dominante nel socialismo rivoluzionario, direttore dell' "Avanti!", teorico del corporativismo, uno che non può essere ignorato per il mediocre, tragico epilogo delle aquile di cartapesta. Essere antifascisti in questa Italia presa dal sottile fascino del neofascismo, è, nel migliore dei casi, un fatto di cattivo gusto, di moralismo assurdo, di insopportabile puzza sotto il naso. Come se l' antifascismo fosse un conformismo da vecchi spaesati che coltivano paure inesistenti, combattono contro le ombre, ripetono vecchi slogan e non il controllo attento di questa confusa e pericolosa transizione, non la difesa attenta dei valori democratici e diciamo pure della cultura. Tutto deve apparire poco importante perché il peggio possa passare. UN ESPONENTE della vita parlamentare, il capo della commissione cultura della Camera, Vittorio Sgarbi, rilascia una dichiarazione demenziale, paradossale, quasi comica sul procuratore di Palermo Giancarlo Caselli: è lui il vero amico della Mafia, lui con il suo protagonismo ha fatto spendere cifre folli nelle sue inchieste persecutorie contro Andreotti, per comperare i pentiti, è lui che ha provocato la fuga dalla Procura di Palermo di quattordici magistrati. I giornali e le televisioni riportano l' inaudita dichiarazione nella rubrica fatti vari o in quella fatti curiosi, con l' aria di dire "il solito Sgarbi, che mattacchione". E suppergiù così gli ultimi digiuni e distribuzioni di droga del Babbo Natale Pannella che ha trovato il modo di versare dentro il cafarnao della politica italiana altri venti o ventiquattro referendum seguiti da un esercito di indefinibili sostenitori, simili a quelli di una setta religiosa che si sentono popolo sovrano, ovazionano Martelli e terroristi neri, e sono riusciti in due imprese incredibili: fare del movimento radicale un sostenitore dei reazionari e dei fascisti e tenere in piedi lo spettacolo falso e velleitario di una democrazia rinascente, di una perenne irresistibile progettazione e intuizione democratica, mentre il paese affonda lentamente nella sua voglia di Stato forte e di mano dura che credo preoccupi anche Giancarlo Fini che a noi sembra più postfascista di questo generume in cui anche gli esponenti della sinistra sono altamente onorati di essere invitati alla cena della vedova Angiolillo, il protettore del neofascismo romano con il primo "Tempo" e della signora Dell' Utri che è la cognata del Dell' Utri di Publitalia, ma da qualche settimana di sinistra. Il generume che pensa ad Andreotti come un perseguitato. A parte Bossi che è matto sul serio. - di GIORGIO BOCCA

Repubblica — 11 gennaio 1996 pagina 11 sezione: COMMENTI


venerdì, 23 maggio 2008

Costa poco o nulla

credere che basti calpestare l’erba,

guardarla sotto le suole appiattire,

senza lasciare che fiorisca,

distratti con le mani in tasca

e un’uniforme nuova di zecca.

E nella testa un niente che vocifera:

sentenzia di verità e bugie sussurrate

pronte all’uso di facili pensieri,

da festival di mecenati del vuoto

anche quelli a buon mercato,

fatti di carezze a quel generale malessere

che si veste d’imparziale ed ecumenico.

Quando invece sai, quasi per certo

che dovresti di una manciata di centimetri

sollevare il corpo di peso, senza zavorra,

e lasciare penzoloni piedi e braccia

per sperimentare quello che t’hanno inculcato

non poter fare, rischio rovinosa caduta.

Librarsi senza sforzo, galleggiando

come fa il pulviscolo a danzare circolando,

a costellare una stanza da troppo tempo chiusa,

appena in penombra

con un rivolo di luce

fino a srotolare alla prima foce

che prepotente saltella e inonda.

E quindi esprimi un desiderio

caricato a salve.

O più d’uno, che ora attento:

il sole, fintamente assorto, t’ascolta.

 

X

 

06

«Le Regioni italiane comunicano l’apertura della caccia per la seguente Selvaggina Migratoria: Albanesi, Cossovari, Talebani, Zingari, extracomunitari in genere. È sospesa la caccia ai Comunisti in quanto specie in via di estinzione. È consigliato l’uso di armi a canna rigata a più di cinque colpi e di grosso calibro: carabine, pistole, ecc. Non esiste un limite giornaliero di capi da abbattere essendo considerata selvaggina nociva»
Volantino distribuito nei giorni scorsi a Manciano, in Toscana

 Yemen

«La destra ha cavalcato il tema della sicurezza, con argomenti e toni pericolosi che speriamo il governo corregga rapidamente. Evocare le ronde o affermare che i cittadini possano provvedere da soli, crea un terreno favorevole a gesti violenti come gli incendi dei campi rom. Sui temi della sicurezza, viceversa, occorre grande equilibrio. Naturalmente, servono fermezza contro la criminalità, procedure rapide per l’espulsione, insomma quelle misure ragionevoli per la sicurezza che già avevamo predisposto noi, con il pacchetto Amato, che poi, purtroppo, non è stato approvato. Sappiamo anche per responsabilità di chi e il prezzo elettorale che abbiamo pagato».

Lirio Abbate e i "Nomi"



«Sarebbe una norma incivile, giuridicamente insostenibile, contraria ai principi europei. In più, sarebbe totalmente controproducente, perché criminogena: spingerebbe la povera gente che viene nel nostro Paese per disperazione e miseria - e che nella grande maggioranza è onesta - a diventare manodopera per la criminalità. Il problema vero è che noi non abbiamo una politica dell’integrazione degna di questo nome. Si tratta di una grande questione europea, non soltanto italiana. Ma io domando: che razza di società democratica è quella in cui il 15% della forza lavoro che produce tra il 6 e il 10% del Pil non gode di diritti civili e politici? Che razza di democrazia è quella nella quale chi vive e lavora in Italia da 15 anni non ha diritti? In definitiva, è la sostanza della democrazia ad essere intaccata. A mio parere, società di questo tipo non si reggono. Ecco perché lo considero un problema cruciale, che - insisto - riguarda l’Europa e il suo futuro. E che chiama fortemente in causa anche il centrosinistra europeo. È una sfida sulla quale ci dobbiamo tutti misurare. Una politica di sicurezza, con il rigore verso chi delinque e la certezza della pena, è solo una faccia della medaglia. L’altra faccia è una coraggiosa strategia dell’integrazione, che punti sui diritti civili, sociali, politici e su una accelerazione delle procedure della cittadinanza. Così, a mio giudizio, una seria politica dell’integrazione diverrebbe fattore fondamentale della sicurezza. Altrimenti, temo che avremo una società squilibrata, in cui persino certi valori fondamentali come quelli democratici saranno fortemente intaccati».

 L’ex ministro degli Esteri Massimo D’Alema intervistato da l’Unità

arabesco

mercoledì, 07 maggio 2008

L’uomo nella teca di cristallo dove era nato e cresciuto, si affacciò per guardare il sole sorgere. Vide un disco arancio, che si aggrappava dietro alla collina. L’uomo nella teca gli fece un cenno come un saluto, e lo guardò fisso finché gli occhi non gli bruciarono e all’improvviso cominciarono a lacrimare. L’uomo della teca pensò che quello fosse pianto. Qualcosa gli diceva che così sarebbe stato la prima volta, quando lo sentì percorrere come in un sentiero sterrato le guance fino ad arrivare al collo e a cadere come goccia di pioggia. L’uomo non sentiva la voglia di uscire da quella scatola, costruita apposta sulle sue misure, tanto che da bambino erano costretti, come si faceva di norma, a fargliene sempre una nuova, su misura, che seguisse l’andamento della sua crescita corporea. Si dà il caso che nessuno mai si domandò invece che cosa ne fosse di quella psichica. Ma va da sé che questi in una società siffatta non sono poi gravi problemi, a maggior ragione che dalla teca non è poi obbligatorio uscire a fare quattro passi. Che l’uomo fosse in cattività non c’è da dubitare, che lui poi ne fosse consapevole questo era tutto un altro paio di maniche.

Pur tenendo conto che all’abbisogna l’uomo era fornito di mese in mese di libri e carta stampata attraverso una specifica fessura collocata allo spigolo inferiore della scatola, presso cui l’uomo a volte avvicinava naso e narici come a una presa d’aria, che gli conferisse a quel respiro un senso di libertà che lui appena percepiva d’avere desiderio. Che l’uomo della teca fosse triste, poi, non è dato proprio saperlo, perché nessuno lo avrebbe creduto. Che ci fosse un fuori sì l’uomo lo sospettava, la luna glielo aveva fatto credere nelle notti d’estate, quando si accompagnava vanitosa di stelle e brezza che addirittura giungeva dal mare. Però non se ne fece mai una colpa, nel tentativo assente di un’evasione che so di una repentina fuga. A ben pensarci l’uomo non aveva bisogno nemmeno di scassinarla quella teca, il soffitto che era una debole superficie vitrea non sarebbe stato difficile con un colpo farlo saltare via. Eppure se ne stava lì, accendeva il camino, fumava la sua pipa e leggeva i giornali che riportavano fedelmente le cronache della teca. L’uomo si accorgeva a malapena che si parlava di lui e del suo tappeto, di lui e della legna appena terminata da ardere che se avesse esagerato nella combustione l’inverno successivo sarebbe scarseggiata. L’uomo della teca dormiva su un guanciale fatto di sogni dove la teca non aveva chiusura circostante ma distese senza fine di verde e fiori rossi che stavolta potevano sprigionare tutto il loro profumo benché immaginava fosse difficile apprezzarne l’odore intenso proprio per via dell’aria aperta, a cui lui stesso no non era abituato a conti fatti. Un giorno che fuori tirava vento e nuvole come palazzi incombevano l’uomo si spaventò molto e si mise a dormire, in attesa che la tempesta passasse in fretta e furia.

L’uomo quando si risvegliò si trovò senza esserne accorto dato il sonno profondo, come sbalzato dal suo letto che aveva i peducci, di regola, fissati al pavimento trasparente della teca. Si trovò davanti la parete cioè il soffitto della teca in mille pezzi, o meglio in frantumi minutissimi, sparpagliato su quello che a detta sua, e non solo sua, doveva essere il fuori. A passi lenti ed incerti l’uomo della teca s’avviò piano verso l’esterno, aveva la testa che gli doleva, aveva preso nella caduta una gran botta. L’uomo della teca scoprì quello che aveva visto nei suoi sogni più belli, cavalli bianchi al galoppo, orchidee giganti come cammelli, cielo azzurro e soprattutto spazi d’acqua senza limite: quello doveva essere il mare. L’uomo della teca (o ex della teca che dir si voglia) giunse a un contenitore, anche quello che gli ricordava qualcosa: vide un’altra teca ma lui in uno stato di completa amnesia non lo riconobbe come familiare. Ci vide dentro un altro uomo al punto che si sorprese di vederne, proprio come lui, intento ad attizzare il fuoco. L’uomo della teca bussò per farsi vedere, ma quello che si trovava dentro non sentì né poté vedere. Sconsolato l’uomo della teca cercò di ricordare da dove fosse partito la mattina e ci si ricondusse con aria titubante.

Vide la sua teca nuova di zecca con il letto fresco di bucato e la porta aperta a dargli il benvenuto, inoltre c’era un buonissimo odore di arrosto a cuocere allo spiedo. L’uomo vide anche un vaso di fiori sul tavolo e una sfera di cristallo con un pesciolino rosso dentro. Tutte cose che prima non c’erano e fino a poco tempo fa lo avrebbero fatto impazzire dalla gioia. Ma il pesciolino a ben guardare continuava a girare in tondo nella sua palla e gli sembrò che boccheggiasse.

L’uomo osservò il cielo, che s’era fatto buio, e freddo. Non ebbe paura e con un gesto lento mise insieme le foglie per farne un giaciglio. Quella notte, la prima di mille e mille altre l’uomo dormì fuori e infondo gli sembrò una cosa niente male. Niente affatto male, pensò mentre gli si chiudevano gli occhi pesanti di stanchezza. 

 

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Un'analisi dal regista del documentario "Nazirock" C'è un collegamento
tra questi gruppi
e politica istituzionale

Claudio Lazzaro
In qualche modo Nazirock, il film che ha raccontato i riti e le violenze della destra radicale, nasce proprio a Verona. Stavo viaggiando in terra di Padania per realizzare Camicie Verdi, un documentario sulla Lega Nord, quando mi sono imbattuto nel Veneto Fronte Skinheads. Il leader era Piero Puschiavo, leader di una band di rock. Un tipo di rock che ha molti nomi, identitario, nazional socialista, non conforme, ma che in Europa e negli stati Uniti viene sbrigativamente chiamato nazirock. I testi di solito hanno a che fare con l'odio per gli immigrati, con la difesa delle radici e dell'identità nazionale. Abbondano le istigazioni alla violenza, non mancano le nostalgie della Repubblica di Salò. Piero Puschiavo adesso non fa più la rockstar identitaria, ma è il coordinatore per il Veneto del Movimento Sociale Fiamma Tricolore. E nel film vediamo che il leader della Fiamma Tricolore, Luca Romagnoli, viene accolto sul palco degli oratori da Silvio Berlusconi, alla manifestazione del 2 dicembre 2006, quella dei due milioni. I due si stringono la mano, Berlusconi accarezza la bandiera della Fiamma.
C'è quindi un collegamento tra il Veneto Fronte Skinheads e la politica con la A maiuscola, quella parlamentare e istituzionale. Un collegamento allarmante, perché se andiamo a vedere chi era l'ispiratore del Veneto Fronte Skinhead scopriamo che si tratta di un certo Jan Stuart Donaldson, famoso per le sue canzoni razziste e per le sue dichiarazioni su Hitler: «Di lui ammiro tutto, tranne una cosa: avere perso». Allora forse ci rendiamo conto che certi movimenti dovrebbero stare fuori dalla politica istituzionale. Perché quando la base di questi movimenti si sente sdoganata e legittimata dal sistema politico, allora, con ogni probabilità, diventa più aggressiva, tende a recuperare lo spazio che per anni si era vista negare.
Non voglio dire che la colpa della tragedia di Verona debba ricadere in modo diretto e inequivocabile sui movimenti politici della destra radicale. Ci sono forme di tribalismo giovanile in tutto il mondo. Le bande che difendono il territorio e aggrediscono il diverso si trovano anche nei paesi a democrazia più avanzata. Eppure se la violenza di destra aumenta e si propaga (i dati sono impressionanti, anche se stampa e televisione nella maggior parte dei casi tendono a ignorarli) una ragione ci deve essere. Se restiamo alle cause di natura di natura culturale, non dimentichiamo che il Veneto è la terra del sindaco leghista Gentilini, che a Treviso - scherzando, bontà sua - incitava i cacciatori a sparare agli immigrati, dopo averli infilati, per non spargere troppo sangue, in un costume da leprotto. Il Veneto è terra di Lega. Ma quando in Camicie Verdi intervisto Mario Borghezio, nel suo letto d'ospedale (gli autonomi lo hanno picchiato) e gli chiedo se qualche politico gli abbia fatto visita, lui mogio mogio risponde: «No, nessuno. Mi hanno chiamato solo la Mussolini e Roberto Fiore». Quindi Borghezio, il leghista più amato dal popolo padano dopo Bossi, ha un filo diretto con il leader di Forza Nuova e con la nipote del Duce, che fino a due anni fa coordinava il cartello della destra estrema, assieme al già citato Romagnoli (quello che non è sicuro che le camere a gas siano veramente esistite), a Tilgher (condannato per ricostruzione del Partito fascista), e a Fiore (condannato a più di cinque anni per banda armata). C'è un terreno comune, ci sono in Veneto iniziative comuni tra la Lega Nord e questa destra radicale. E infatti Borghezio ha salutato con entusiasmo l'elezione di Alemanno a sindaco di Roma: «Da patriota padano - ha scandito - onore al merito ai romani. Un sindaco con una faccia onesta e simpatica e al collo il simbolo dei nostri antenati Celti». Poco male se la croce celtica è anche il simbolo di una divisione delle SS. Del resto Marcello De Angelis, l'intellettuale più vicino ad Alemanno, quello che ha organizzato il seminario sul Ritorno delle élite, quando era leader di Terza Posizione si è aggiudicato una condanna a cinque anni.
Può anche darsi che i "ragazzi dal cuore nero" responsabili dell'omicidio di Verona siano solo degli sprovveduti con scarsissime nozioni di politica, ma è certo che l'esempio dato dalla classe dirigente, o più in generale il clima politico di questa nuova stagione, certamente non li ha dissuasi, non li ha fatti sentire fuori, estranei alle regole di una democrazia. Detto questo, credo che con questi giovani si debba dialogare. Se li guardate, nelle sequenze di Nazirock, non vedete ragazzi cattivi. Nei loro occhi, più che odio c'è paura. Sono ragazzi spaventati dalla globalizzazione. Sono i nuovi proletari che potrebbero fare gli idraulici, se non ci fosse un extracomunitario che lo fa a metà prezzo. Credo che il linguaggio per parlare con loro vada trovato, e subito, prima che sia troppo tardi. Ho avuto una conferma di questa urgenza (che Pasolini aveva già avvertito nel 1974) presentando Nazirock in un centro sociale a Perugia. Eravamo nell'ex mattatoio (...). Quella sera all'ex mattatoio c'erano molti giovani skin, che assomigliavano in tutto e per tutto ai giovani che avevo filmato al raduno di Forza Nuova. Stesso abbigliamento, stesso tipo di rock. Ma le parole erano diverse (...) erano lì attenti ad ascoltare il nostro dibattito sul nazifascismo e intervenivano, da cittadini democratici. Chi, cosa aveva fatto la differenza? Evidentemente il radicamento che i centri sociali riescono ancora a realizzare tra i giovani e nella società civile. Mentre la sinistra dei salotti televisivi non ricorda più nemmeno cosa sia.


06/05/2008

selfporpen

In meno di due anni il «branco» ha colpito almeno 13 volte

Gli estremisti di destra: la vita è guerra
Però mai in tanti contro uno solo

Cantava la band di Miglioranzi, ora in politica con Tosi: «Tu rosso compagno di negri e immigrati, vigliacco»

DA UNO DEI NOSTRI INVIATI

VERONA - La canzone sugli ebrei maledetti, giudei senza patria, quella no, quella è un falso, è stata disconosciuta, è un apocrifo frutto della propaganda di sinistra. «Io son camicia nera, la patria è la mia bandiera», «Tu rosso compagno di negri e immigrati, vigliacco senza onore », invece fanno parte del repertorio, ma era tanto tempo fa, adesso i Gesta bellica suonano altro, testi più sfumati, «Nessuna pietà», «Falciando e martellando», cose così. «Per favore, le persone cambiano, giudicatemi per quello che vedete adesso». Andrea Miglioranzi ha ragione. C'è qualcosa di crudele in tutto questo, sbattergli il suo passato recente in faccia. Non sono interviste, somigliano più a posticci esami di democrazia. Toccano a lui, ai suoi camerati, si dice ancora così, all'estrema destra veronese accusata di aver creato il brodo nel quale hanno nuotato i 5 ragazzi che sabato scorso a forza di pugni e calci si sono presi la vita di Nicola Tommasoli, nel centro di Verona.

Miglioranzi è un armadio di quasi due metri, ha ancora la testa rasata, ma è l'unico orpello esteriore della sua vita da skinhead, di quando faceva il frontman dei Gesta bellica, vestiva maglietta nera, jeans neri, bomber, anfibi Doctor Martens ai piedi. Adesso che è il capogruppo della Lista Tosi al Comune veste un bel completo grigio, porta orologio e occhiali alla moda. Il cambiamento non riguarda solo il vestiario. Oggi Miglioranzi è un signore che insegue il mutuo sociale, il reddito minimo, sta preparando un evento di ippoterapia per i disabili. «Non mi sento in imbarazzo, non mi devo discolpare di nulla. Quei ragazzi non fanno parte della mia storia. Sono degli stupidi esaltati. Magari avessero fatto parte del nostro gruppo, avrebbero imparato a vivere in modo etico, rigoroso, secondo la filosofia skin. Suonavo in un gruppo che era una specie di 99 Posse di destra, quel che è stato è stato». Si irrita, rivendica con legittimo orgoglio il fatto di avere un figlio, una madre ammalata alla quale badare, di essere incensurato.

La cose cambiano, è vero. La posta in gioco è alta, e questi ragazzi assassini senza passato e senza storia rischiano di far saltare il banco. Non possono entrare nell'album di famiglia della destra cittadina, non devono. A Verona è in corso una scommessa, un esperimento politico che ha in Flavio Tosi il suo demiurgo. Fin da quando era segretario cittadino della Lega Nord, l'attuale sindaco ha lavorato per portare nella sua sfera di influenza le due anime della destra cittadina, alle quali ha adeguato linguaggio e contenuti. Le associazioni cattoliche tradizionaliste, di ispirazione lefevriana, una realtà molto presente sul territorio, e gli «indesiderabili» filofascisti. L'alleanza elettorale e l'ingresso nel governo cittadino di questi ultimi ha rappresentato il punto di arrivo. «La fine della nostra traversata nel deserto» sospira invece Alessandro Castorina, federale locale del Msi-Fiamma tricolore, attuale bassista dei Gesta bellica, titolare di un negozio di abbigliamento che si chiama Camelot, coerenza commerciale e ideologica pagata con un paio di attentati. La legittimazione.

«Anche se noi non ci siamo mai sentiti nelle fogne» aggiunge Giordano Caracino, viso molto più giovane dei suo