L’uomo nella teca di cristallo dove era nato e cresciuto, si affacciò per guardare il sole sorgere. Vide un disco arancio, che si aggrappava dietro alla collina. L’uomo nella teca gli fece un cenno come un saluto, e lo guardò fisso finché gli occhi non gli bruciarono e all’improvviso cominciarono a lacrimare. L’uomo della teca pensò che quello fosse pianto. Qualcosa gli diceva che così sarebbe stato la prima volta, quando lo sentì percorrere come in un sentiero sterrato le guance fino ad arrivare al collo e a cadere come goccia di pioggia. L’uomo non sentiva la voglia di uscire da quella scatola, costruita apposta sulle sue misure, tanto che da bambino erano costretti, come si faceva di norma, a fargliene sempre una nuova, su misura, che seguisse l’andamento della sua crescita corporea. Si dà il caso che nessuno mai si domandò invece che cosa ne fosse di quella psichica. Ma va da sé che questi in una società siffatta non sono poi gravi problemi, a maggior ragione che dalla teca non è poi obbligatorio uscire a fare quattro passi. Che l’uomo fosse in cattività non c’è da dubitare, che lui poi ne fosse consapevole questo era tutto un altro paio di maniche.
Pur tenendo conto che all’abbisogna l’uomo era fornito di mese in mese di libri e carta stampata attraverso una specifica fessura collocata allo spigolo inferiore della scatola, presso cui l’uomo a volte avvicinava naso e narici come a una presa d’aria, che gli conferisse a quel respiro un senso di libertà che lui appena percepiva d’avere desiderio. Che l’uomo della teca fosse triste, poi, non è dato proprio saperlo, perché nessuno lo avrebbe creduto. Che ci fosse un fuori sì l’uomo lo sospettava, la luna glielo aveva fatto credere nelle notti d’estate, quando si accompagnava vanitosa di stelle e brezza che addirittura giungeva dal mare. Però non se ne fece mai una colpa, nel tentativo assente di un’evasione che so di una repentina fuga. A ben pensarci l’uomo non aveva bisogno nemmeno di scassinarla quella teca, il soffitto che era una debole superficie vitrea non sarebbe stato difficile con un colpo farlo saltare via. Eppure se ne stava lì, accendeva il camino, fumava la sua pipa e leggeva i giornali che riportavano fedelmente le cronache della teca. L’uomo si accorgeva a malapena che si parlava di lui e del suo tappeto, di lui e della legna appena terminata da ardere che se avesse esagerato nella combustione l’inverno successivo sarebbe scarseggiata. L’uomo della teca dormiva su un guanciale fatto di sogni dove la teca non aveva chiusura circostante ma distese senza fine di verde e fiori rossi che stavolta potevano sprigionare tutto il loro profumo benché immaginava fosse difficile apprezzarne l’odore intenso proprio per via dell’aria aperta, a cui lui stesso no non era abituato a conti fatti. Un giorno che fuori tirava vento e nuvole come palazzi incombevano l’uomo si spaventò molto e si mise a dormire, in attesa che la tempesta passasse in fretta e furia.
L’uomo quando si risvegliò si trovò senza esserne accorto dato il sonno profondo, come sbalzato dal suo letto che aveva i peducci, di regola, fissati al pavimento trasparente della teca. Si trovò davanti la parete cioè il soffitto della teca in mille pezzi, o meglio in frantumi minutissimi, sparpagliato su quello che a detta sua, e non solo sua, doveva essere il fuori. A passi lenti ed incerti l’uomo della teca s’avviò piano verso l’esterno, aveva la testa che gli doleva, aveva preso nella caduta una gran botta. L’uomo della teca scoprì quello che aveva visto nei suoi sogni più belli, cavalli bianchi al galoppo, orchidee giganti come cammelli, cielo azzurro e soprattutto spazi d’acqua senza limite: quello doveva essere il mare. L’uomo della teca (o ex della teca che dir si voglia) giunse a un contenitore, anche quello che gli ricordava qualcosa: vide un’altra teca ma lui in uno stato di completa amnesia non lo riconobbe come familiare. Ci vide dentro un altro uomo al punto che si sorprese di vederne, proprio come lui, intento ad attizzare il fuoco. L’uomo della teca bussò per farsi vedere, ma quello che si trovava dentro non sentì né poté vedere. Sconsolato l’uomo della teca cercò di ricordare da dove fosse partito la mattina e ci si ricondusse con aria titubante.
Vide la sua teca nuova di zecca con il letto fresco di bucato e la porta aperta a dargli il benvenuto, inoltre c’era un buonissimo odore di arrosto a cuocere allo spiedo. L’uomo vide anche un vaso di fiori sul tavolo e una sfera di cristallo con un pesciolino rosso dentro. Tutte cose che prima non c’erano e fino a poco tempo fa lo avrebbero fatto impazzire dalla gioia. Ma il pesciolino a ben guardare continuava a girare in tondo nella sua palla e gli sembrò che boccheggiasse.
L’uomo osservò il cielo, che s’era fatto buio, e freddo. Non ebbe paura e con un gesto lento mise insieme le foglie per farne un giaciglio. Quella notte, la prima di mille e mille altre l’uomo dormì fuori e infondo gli sembrò una cosa niente male. Niente affatto male, pensò mentre gli si chiudevano gli occhi pesanti di stanchezza.
X

Un'analisi dal regista del documentario "Nazirock" C'è un collegamento
tra questi gruppi
e politica istituzionale
Claudio Lazzaro
In qualche modo Nazirock, il film che ha raccontato i riti e le violenze della destra radicale, nasce proprio a Verona. Stavo viaggiando in terra di Padania per realizzare Camicie Verdi, un documentario sulla Lega Nord, quando mi sono imbattuto nel Veneto Fronte Skinheads. Il leader era Piero Puschiavo, leader di una band di rock. Un tipo di rock che ha molti nomi, identitario, nazional socialista, non conforme, ma che in Europa e negli stati Uniti viene sbrigativamente chiamato nazirock. I testi di solito hanno a che fare con l'odio per gli immigrati, con la difesa delle radici e dell'identità nazionale. Abbondano le istigazioni alla violenza, non mancano le nostalgie della Repubblica di Salò. Piero Puschiavo adesso non fa più la rockstar identitaria, ma è il coordinatore per il Veneto del Movimento Sociale Fiamma Tricolore. E nel film vediamo che il leader della Fiamma Tricolore, Luca Romagnoli, viene accolto sul palco degli oratori da Silvio Berlusconi, alla manifestazione del 2 dicembre 2006, quella dei due milioni. I due si stringono la mano, Berlusconi accarezza la bandiera della Fiamma.
C'è quindi un collegamento tra il Veneto Fronte Skinheads e la politica con la A maiuscola, quella parlamentare e istituzionale. Un collegamento allarmante, perché se andiamo a vedere chi era l'ispiratore del Veneto Fronte Skinhead scopriamo che si tratta di un certo Jan Stuart Donaldson, famoso per le sue canzoni razziste e per le sue dichiarazioni su Hitler: «Di lui ammiro tutto, tranne una cosa: avere perso». Allora forse ci rendiamo conto che certi movimenti dovrebbero stare fuori dalla politica istituzionale. Perché quando la base di questi movimenti si sente sdoganata e legittimata dal sistema politico, allora, con ogni probabilità, diventa più aggressiva, tende a recuperare lo spazio che per anni si era vista negare.
Non voglio dire che la colpa della tragedia di Verona debba ricadere in modo diretto e inequivocabile sui movimenti politici della destra radicale. Ci sono forme di tribalismo giovanile in tutto il mondo. Le bande che difendono il territorio e aggrediscono il diverso si trovano anche nei paesi a democrazia più avanzata. Eppure se la violenza di destra aumenta e si propaga (i dati sono impressionanti, anche se stampa e televisione nella maggior parte dei casi tendono a ignorarli) una ragione ci deve essere. Se restiamo alle cause di natura di natura culturale, non dimentichiamo che il Veneto è la terra del sindaco leghista Gentilini, che a Treviso - scherzando, bontà sua - incitava i cacciatori a sparare agli immigrati, dopo averli infilati, per non spargere troppo sangue, in un costume da leprotto. Il Veneto è terra di Lega. Ma quando in Camicie Verdi intervisto Mario Borghezio, nel suo letto d'ospedale (gli autonomi lo hanno picchiato) e gli chiedo se qualche politico gli abbia fatto visita, lui mogio mogio risponde: «No, nessuno. Mi hanno chiamato solo la Mussolini e Roberto Fiore». Quindi Borghezio, il leghista più amato dal popolo padano dopo Bossi, ha un filo diretto con il leader di Forza Nuova e con la nipote del Duce, che fino a due anni fa coordinava il cartello della destra estrema, assieme al già citato Romagnoli (quello che non è sicuro che le camere a gas siano veramente esistite), a Tilgher (condannato per ricostruzione del Partito fascista), e a Fiore (condannato a più di cinque anni per banda armata). C'è un terreno comune, ci sono in Veneto iniziative comuni tra la Lega Nord e questa destra radicale. E infatti Borghezio ha salutato con entusiasmo l'elezione di Alemanno a sindaco di Roma: «Da patriota padano - ha scandito - onore al merito ai romani. Un sindaco con una faccia onesta e simpatica e al collo il simbolo dei nostri antenati Celti». Poco male se la croce celtica è anche il simbolo di una divisione delle SS. Del resto Marcello De Angelis, l'intellettuale più vicino ad Alemanno, quello che ha organizzato il seminario sul Ritorno delle élite, quando era leader di Terza Posizione si è aggiudicato una condanna a cinque anni.
Può anche darsi che i "ragazzi dal cuore nero" responsabili dell'omicidio di Verona siano solo degli sprovveduti con scarsissime nozioni di politica, ma è certo che l'esempio dato dalla classe dirigente, o più in generale il clima politico di questa nuova stagione, certamente non li ha dissuasi, non li ha fatti sentire fuori, estranei alle regole di una democrazia. Detto questo, credo che con questi giovani si debba dialogare. Se li guardate, nelle sequenze di Nazirock, non vedete ragazzi cattivi. Nei loro occhi, più che odio c'è paura. Sono ragazzi spaventati dalla globalizzazione. Sono i nuovi proletari che potrebbero fare gli idraulici, se non ci fosse un extracomunitario che lo fa a metà prezzo. Credo che il linguaggio per parlare con loro vada trovato, e subito, prima che sia troppo tardi. Ho avuto una conferma di questa urgenza (che Pasolini aveva già avvertito nel 1974) presentando Nazirock in un centro sociale a Perugia. Eravamo nell'ex mattatoio (...). Quella sera all'ex mattatoio c'erano molti giovani skin, che assomigliavano in tutto e per tutto ai giovani che avevo filmato al raduno di Forza Nuova. Stesso abbigliamento, stesso tipo di rock. Ma le parole erano diverse (...) erano lì attenti ad ascoltare il nostro dibattito sul nazifascismo e intervenivano, da cittadini democratici. Chi, cosa aveva fatto la differenza? Evidentemente il radicamento che i centri sociali riescono ancora a realizzare tra i giovani e nella società civile. Mentre la sinistra dei salotti televisivi non ricorda più nemmeno cosa sia.
06/05/2008

In meno di due anni il «branco» ha colpito almeno 13 volte
Gli estremisti di destra: la vita è guerra
Però mai in tanti contro uno solo
Cantava la band di Miglioranzi, ora in politica con Tosi: «Tu rosso compagno di negri e immigrati, vigliacco»
DA UNO DEI NOSTRI INVIATI
VERONA - La canzone sugli ebrei maledetti, giudei senza patria, quella no, quella è un falso, è stata disconosciuta, è un apocrifo frutto della propaganda di sinistra. «Io son camicia nera, la patria è la mia bandiera», «Tu rosso compagno di negri e immigrati, vigliacco senza onore », invece fanno parte del repertorio, ma era tanto tempo fa, adesso i Gesta bellica suonano altro, testi più sfumati, «Nessuna pietà», «Falciando e martellando», cose così. «Per favore, le persone cambiano, giudicatemi per quello che vedete adesso». Andrea Miglioranzi ha ragione. C'è qualcosa di crudele in tutto questo, sbattergli il suo passato recente in faccia. Non sono interviste, somigliano più a posticci esami di democrazia. Toccano a lui, ai suoi camerati, si dice ancora così, all'estrema destra veronese accusata di aver creato il brodo nel quale hanno nuotato i 5 ragazzi che sabato scorso a forza di pugni e calci si sono presi la vita di Nicola Tommasoli, nel centro di Verona.
Miglioranzi è un armadio di quasi due metri, ha ancora la testa rasata, ma è l'unico orpello esteriore della sua vita da skinhead, di quando faceva il frontman dei Gesta bellica, vestiva maglietta nera, jeans neri, bomber, anfibi Doctor Martens ai piedi. Adesso che è il capogruppo della Lista Tosi al Comune veste un bel completo grigio, porta orologio e occhiali alla moda. Il cambiamento non riguarda solo il vestiario. Oggi Miglioranzi è un signore che insegue il mutuo sociale, il reddito minimo, sta preparando un evento di ippoterapia per i disabili. «Non mi sento in imbarazzo, non mi devo discolpare di nulla. Quei ragazzi non fanno parte della mia storia. Sono degli stupidi esaltati. Magari avessero fatto parte del nostro gruppo, avrebbero imparato a vivere in modo etico, rigoroso, secondo la filosofia skin. Suonavo in un gruppo che era una specie di 99 Posse di destra, quel che è stato è stato». Si irrita, rivendica con legittimo orgoglio il fatto di avere un figlio, una madre ammalata alla quale badare, di essere incensurato.
La cose cambiano, è vero. La posta in gioco è alta, e questi ragazzi assassini senza passato e senza storia rischiano di far saltare il banco. Non possono entrare nell'album di famiglia della destra cittadina, non devono. A Verona è in corso una scommessa, un esperimento politico che ha in Flavio Tosi il suo demiurgo. Fin da quando era segretario cittadino della Lega Nord, l'attuale sindaco ha lavorato per portare nella sua sfera di influenza le due anime della destra cittadina, alle quali ha adeguato linguaggio e contenuti. Le associazioni cattoliche tradizionaliste, di ispirazione lefevriana, una realtà molto presente sul territorio, e gli «indesiderabili» filofascisti. L'alleanza elettorale e l'ingresso nel governo cittadino di questi ultimi ha rappresentato il punto di arrivo. «La fine della nostra traversata nel deserto» sospira invece Alessandro Castorina, federale locale del Msi-Fiamma tricolore, attuale bassista dei Gesta bellica, titolare di un negozio di abbigliamento che si chiama Camelot, coerenza commerciale e ideologica pagata con un paio di attentati. La legittimazione.
«Anche se noi non ci siamo mai sentiti nelle fogne» aggiunge Giordano Caracino, viso molto più giovane dei suo