Una montagna, una vetta altissima con le pareti ripide che quasi scendono a picco e a strapiombo. Uno strato spesso di ghiaccio le ricopre tutt’intorno, e tu sei deciso nell’impresa che, a dirla tutta, è roba da folli non valutarne rischi e conseguenze annessi. Le braccia deboli, le dita conficcate sulle parti di roccia che quasi a venirti in soccorso sporgono, mani come artigli, tendini tesi a mantenere la presa, tutta la gravità che conferisce al corpo un peso che è massiccio, insopportabile contrazione dei muscoli che, solo ora avvertono tutto lo sforzo. Poggi il passo chiodato senza guardare né sotto né dove metti il piede, a fiuto e se l’intuito t’assiste, e quella poca esperienza non davvero sufficiente a procedere quasi ad occhi chiusi. Eri lì per scivolare, eri lì per mancare la mossa giusta dove poter incuneare la punta rigida dello scarponcino. Qualche sassolino scende, cade e, anzi precipita, saltella e si perde nel profondo di un abisso disegnato senza margine di indecisione da uno spettacolo della natura che è solo forza, magnificenza. Visto dal basso ti fa mancare il fiato e spalancare gli occhi per quanto è bello, tanto da rimanere attoniti. E invece a dominarlo ci vuole un bel coraggio e una dose non irrilevante di forza, fisica e mentale, ovviamente. Le gambe, glutei e polpacci assieme, in una sintonia che è praticamente, troppo spesso, una congiura che segna il limite biologico. E’ la testa che decide di andare oltre, e ancora avanti, malgrado tutto. Il vento che è un sibilo assordante, la luce del sole che è troppo forte e penetra tra le ciglia socchiuse, pensieri che si affollano tanto per ricordare che infondo non c’era bisogno di dare nessuna prova di forza, virilismo marziale gratuito. Invece no, le punte delle dita cominciano a fregarsene di quei sani principi, quelle sciocche dimostrazioni di potenza e quella tacita ammissione di sfida. Che è in primo luogo guerra dichiarata con la parte di sé più immobile. Quella che si fa impartire istruzioni, che segue senza ribattere ogni singolo ordine. Che supina finisce puntualmente per soggiacere con un idiota quanto perenne ordine precostituito, da altri che lavorano esculsivamente e in prima istanza per il proprio tornaconto. Piega la gamba, coordina il movimento del polso, attento a non strattonare, manca giusto qualche passo e quasi ci siamo.
X
"Odio gli indifferenti. Credo che "vivere vuol dire essere partigiani". Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita.
Perciò odio gli indifferenti. L'indifferenza è il peso morto della storia.
L'indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; e ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che si ribella all'intelligenza e la strozza. Ciò che succede non è tanto dovuto all'iniziativa dei pochi che operano, quanto all'indifferenza, all'assenteismo dei molti. Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. La fatalità che sembra dominare la storia non è altro appunto che apparenza illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: "se avessi anch'io fatto il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è successo?" Ma nessuno o pochi si fanno una colpa della loro indifferenza, del loro scetticismo, del non aver dato il loro braccio e la loro attività a quei gruppi di cittadini che, appunto per evitare quel tal male, combattevano, di procurare quel tal bene si proponevano.
Odio gli indifferenti anche perché mi dà noia il loro piagnisteo di eterni innocenti.
Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti."
La Città futura - Antonio Gramsci 1917

la Resistenza romana
"Sulla Resistenza romana e sulle vicende di via Rasella si sono dette troppe sciocchezze. Anche a sinistra"
di Rosario Bentivegna
Un "revisionismo" mistificatore e falso ha colpito soprattutto la Resistenza romana e la sua guerra di liberazione, e in particolare uno dei suoi episodi più drammatici, la strage delle Fosse Ardeatine, che i nazisti perpetrarono nella massima segretezza e con la massima fretta per paura delle reazioni preventive della cittadinanza, dei parenti dei prigionieri in mano nazista e della Resistenza . Qui la fantasia dei falsari e dei mistificatori ha raggiunto cime eccelse, e ne abbiamo colto significative manifestazioni perfino su "L’Unità" di Furio Colombo, dove il 24 marzo scorso, in memoria di quella strage, si riproponeva una tesi cara a tutti gli attendisti, e cioè che l’attacco partigiano di via Rasella, in cui fu annientata la 11° compagnia del terzo battaglione dell’SS Polizei Regiment Bozen "fu un atto di guerra, dettato da emotività più che da un preciso ragionamento, discutibile sul piano dell’opportunità e sbagliato se messo in relazione con le finalità che si volevano raggiungere" (a parte lo spazio dato nei mesi precedenti ad alcuni scritti del Vivarelli ove si ricordavano le benemerenze patriottiche della X Mas e del suo eroico comandante, il principe golpista Valerio Borghese, o le amene considerazioni sullo stato di "città aperta" di Roma, con un titolo, il 15 agosto 2001, addirittura esilarante)
categoria:vox populi, a roma, er pianto der rigazzino, lo strillo, la libbertà, er gladiatore, e corpa mia





















