E' un cuore quello che mi hanno donato,
ma io l'ho trattenuto stretto in uno spago
perché non volasse altrove, fino all'inferno.
Sigillato in una scatola sottovuoto,
portato in tasca, chiuso da un bottone di madreperla,
perché, nel caso, fossi identificato.
E' diverso il cuore di un povero da quello di un ricco,
lo tiene in cassetta di sicurezza, è placcato, d'oro zecchino,
stimato, censito, valutato e assicurato.
Non pulsa all'impazzata, ma si limita
a mandare il sangue a spasso col contagocce a gelargli le vene.
Mi hanno fatto scrivere il nome coi polpastrelli,
e mi è stato tratteggiato il ritratto
a penne d'odio e omologato disprezzo
e con questi sono stato cancellato
lasciato senza gli occhi il volto.
Hanno scolpito la propria idea
nella pietra e nelle nuvole
dimenticando la storia, i testimoni e la memoria.
Eretto nel porfido il monumento al tiranno,
ne è stato fatto un calco per il culto.
Feticcio e sacralità pagana,
orazione funebre e banconota di nuovo conio,
valuta dove il ricco lascia l'impronta,
dove il povero lascia l'anima
e il credo, entrambi in uno strano connubio
annodando i sogni nella scarpa,
con tutto quello che fu.
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Giorgio Bocca l’Espresso 4 giugno
Un Panorama agghiacciante
«Ho rubato un orologio / e l’ho messo sotto le costole / per far sì che il mio petto non sia vuoto / per far sì che dentro non ci passi il vento. / Lo puoi sentire proprio bene come batte sotto la camicia / se pensi che sia il cuore ti sbagli. / Io il cuore ce l’ho in gola da quando sono nata».
È una poesia di un poeta serbo, Miroslav Antic. Avere il cuore in gola è lo stato d’animo di tutti i bambini Rom che vivono in Italia e che non rubano. Ma ci sono altri bambini che stanno male in questo Paese. Due esempi.
Palermo: mi racconta un’amica che lavora in una Fondazione antimafia che per una recita in una scuola di Palermo hanno proposto un tema sulla mafia, ma è stato rifiutato, allora hanno fatto un sondaggio tra i ragazzi su che cosa volevano rappresentare. Risultato: tutti i ragazzi, nessun escluso, volevano mettere in scena una rapina in banca e uccidere i poliziotti.
Napoli: le maestre delle scuole di Ponticelli hanno proposto ai bambini un tema su quello che è accaduto nei campi Rom. Risultato: nei temi e nei disegni si inneggia al rogo dei campi a cui molti di loro addirittura hanno partecipato.
Di chi sono figli questi bambini? Non solo dei loro genitori naturali, ma anche di Maroni e della “cultura” delle sue camice verdi che percorrono questo Paese in ronde minacciose. E sono anche figli di chi, sull’ultimo numero di Panorama, criminalizza un intero popolo con la foto di un bambino rom e il titolo: «Nati per rubare». Ricorda il passato e riviste come «La difesa della razza».
La politica di Maroni, condannata dalla comunità internazionale, dalla chiesa e dall’associazionismo, ha bisogno dell’appoggio della comunicazione. E allora ecco che scoppia il caso dei bambini “nati per rubare”, proprio nel momento giusto.
Tante volte negli ultimi anni mi sono sentita impotente quando ho incontrato situazioni di abuso nei confronti dei minori rom e le ho denunciate alla polizia e agli assistenti sociali. Ho combattuto per un anno perché un bambino venisse tolto ai genitori e messo in un ambiente protetto perchè subiva violenze in famiglia. Mi è stato sempre risposto che i bambini rom non vengono presi nelle comunità perché tanto scappano sempre, per loro non c’è niente da fare.
E poi ci sono esempi eclatanti che sono sfuggiti a Panorama: per esempio a Rho dei bambini rom hanno telefonato al Telefono Azzurro perché i loro genitori li volevano costringere a elemosinare. Qualcuno si è occupato di questo caso e ha cercato di capire le ragioni di questo gesto? Nessuno, perché pubblicizzare un esempio di consapevolezza frutto di una situazione positiva di un campo regolare, nel quale i bambini vanno a scuola, contrasta con il pregiudizio razzista e con la necessità di sostenere una politica che crea un’emergenza inesistente per nascondere i problemi ben più seri e profondi di un paese in crisi.
Io vengo da un Paese devastato da guerre civili, bombardamenti, dittature e libertà negate - di infamie ne ho viste tante! Ma speculare in questo modo sui bambini è qualcosa di più di un’infamia, è un crimine morale.
Nessun bambino è nato per essere ladro, mafioso o assassino. Bisognerebbe proteggerli tutti, dai loro genitori e da questa politica barbara che non si fa scrupoli di usarli per interessi di bottega e fare in modo che nessuno di loro abbia il cuore in gola: né quelli di Palermo, né quelli di Napoli, né quelli Rom, né nessun altro.
dijana.pavlovic@fastwebnet.it
Razzismo Patinato, i soliti Noti:

di Erri De Luca
Da noi si perseguitano solo i poveri, che siano dirimpettai albanesi o remoti curdi. Se sono ricchi offriamo loro volentieri mogli e figlie
La paura in politica è un abbondante serbatoio di voti, come pure il coraggio. Durante tempi eroici diventa maggioranza chi fa leva sulla resistenza alle avversità, sul sentimento di sacrificio e di slancio solidale. Durante tempi vili vince chi aizza le paure, i rancori, circondando la vita civile di filo spinato. La povera nazionale di calcio ai campionati europei ha rappresentato bene il nostro blocco nervoso difensivo senza slancio in avanti La paura è una merce deperibile. Ci stanca, ci si abitua, perde presa, allora bisogna rinnovarla con stratagemmi. Ci si propone di schedare in massa gli zingari, rilevare impronte digitali anche ai bambini. La misura stuzzica l'immaginazione a fare di più: invece di far loro lasciare un'impronta, perché non provvedere piuttosto a mettere un'impronta su di loro? Un tatuaggio obbligatorio, magari un numero su un braccio? Sarebbe costoso. Ma si può imporre loro di portare sul risvolto del vestito, bene in vista, una zeta cucita, lettera ultima del nostro alfabeto, per loro lettera iniziale di riconoscimento. E poi buttarla anche sul ridere, come fece il film
La vita è bella. Il padre spiegherebbe al figlio che è la zeta di Zorro.
Il bello di chi sfrutta la paura, il suo vantaggio, è che procura amnesia. Dimentica il tempo precedente, dà a un paese invecchiato l'aria imbambolata di uno nato ieri. Le impronte digitali ai bimbi zingari sono razzismo? Ma no, sono gli zingari a voler essere una razza, è una scelta loro.
Da noi si mettono nei campi di concentramento migratori colpevoli di viaggio, madri e bambini inclusi se no è troppo poco. Da noi si chiamano Centri di Permanenza Temporanea: permanenza, un buon nome alberghiero per un posto con sbarre, filo spinato, guardie. Servono i campi di concentramento a fermare il flusso migratorio? No, ma servono molto a compiacere il sentimento di paura ben aizzato. È razzismo la caccia all'immigrato? Ma no, è opera di scoraggiamento a fin di bene. Il razzismo, come la mafia, non esiste. Il sospettato di esserlo nega come Totò Riina: «Tutte bugiarderie». La differenza sta solo nel fatto che uno sta in prigione e l'altro al potere.
Nella città della mia infanzia si usa un'espressione per la persona che si impaurisce facilmente: Pulcinella spaventato dalle lumache. Le vede nel cesto che tirano fuori le corna e se ne scappa. Il nostro è un paese spaventato dalle lumache. Non è il caso di chiamare razzista la sua paura e le meschine misure di compiacimento dei peggiori sentimenti. Razzismo è una parola tragica e seria, il razzista è uno che va a fondo della sua avversione e si permette di trascurare il suo vantaggio: il razzista azzanna e perseguita anche il ricco della specie odiata. Da noi invece si perseguitano solo i poveri, che siano dirimpettai albanesi o remoti curdi. Se sono ricchi offriamo loro volentieri mogli e figlie. Il razzismo è un odio disinteressato, il nostrano è una varietà condita di tornaconto.
Sono tempi per vili, orgogliosi di esserlo. Non mi auguro tempi eroici, non troverebbero personale di rappresentanza.
Corriere della Sera 5.7.08
categoria:co sto popolo, er gioco della piazza, er lacrimatojo, er mestiere antico e quello mode, du parole, drento nà balena nera, carezza de nsogno, er giocojere


























