venerdì, 16 maggio 2008

Non sarà una barricata a interrompere il passo,

nemmeno il vento che sferzerà di gelo e incredule lascerà a casa le donne,

con i piccoli al braccio a giocare d’anelli le ciocche,

non sarà l’opinione comune a darci per dispersi,

né il sole a bruciare la fronte che nelle rughe porterà scritta la rotta.

Non sarà nemmeno la fiducia persa nello sguardo senza orizzonte,

la voce che grida terra, strozzata ancora prima di pronunciarla.

Non sarà la menzogna costruita su misura per smarrire la dolce utopia,

nella vociante folla di parole che a spintonarsi conducono in orbita i sogni.

Non sarà il tattile, l’utile e l’oggettivo che daranno un ibrido di reale,

fittizio come un arcobaleno di coriandoli, buio caleidoscopio,

attraverso cui vedere tutto al di fuori del cuore

che da un pezzo ha smesso di palpitare, docile.

Non sarà l’espressione contratta, la spasmodica cinèsi,

del niente in movimento d’inerti gravi lungo una discesa, ininterrotto.

Non saranno nemmeno le parole buone e compiacenti,

i sorrisi di circostanza e gli accordi avvenuti a nostra insaputa,

le strette di mano col coltello fra le dita, lama serrata a lacerare il palmo aperto.

Non saranno le memorie del passato fresche di lavaggio a secco,

non saranno i colori rivivificati da un agile restauratore di apparenti policromie.

Ma sarà la voglia e il desiderio, l’insana e smodata passione, l’allucinata

e lisergica intenzione, di trascinare nel generale vuoto il senso

che da troppo tempo di sé è stato privato,

senza che qualcuno se ne accorgesse e di legittimo diritto

sollevasse un dito, come un grido:

constatando l’inalienato diritto all’esistere davvero.   

 

X

 Barbara Bernsteiner

A tanto caro sangue

 

La storia la fanno i tribunali. La storia si paga. Quali tasche alleggerisce la storia? Tasche arteriose, pretendendo l'obolo di sangue che la rappresentazione shakespeariana ci ha insegnato essere il monoreddito della storia stessa. Talvolta, però, ci vanno di mezzo i conti correnti. Nel caso dell'incredibile sentenza di terzo grado relativa ai fatti di piazza Fontana, i conti correnti ci vanno di mezzo due volte: la prima, al momento dell'attentato in banca; la seconda, trentasei anni dopo, con i parenti delle vittime che vengono costretti a sborsare il corrispettivo delle spese processuali. E' indecente. Che perlomeno lo Stato annullasse i suoi compensi, azzerasse le spese di cancelleria. Che gli avvocati di parte civile chiedano di più ai prossimi clienti, ma non pretendano un euro da gente che è stata moralmente sfigurata almeno tre volte, dal lutto barbaro, dall'attesa invereconda (trentasei anni...), da una sentenza che cavillosamente annulla una verità che è sotto gli occhi di tutti, da sempre.
La storia dell'Italia contemporanea comincia nel sangue e continua nel fango morale, scandita a colpi di ordigni e a colpi di sentenze assolutorie. In mezzo, il baratro civile di una nazione piagata dalle ferite dei più immondi segreti, afflitta dall'impotenza che la coglie quando cerca di comprendere la sua stessa storia.

Basterebbe leggersi l'ultima intervista in merito rilasciata dal non poi così onorevole (infatti è senatore) Giulio Andreotti, che viene a propalarci le sue competenze ecclesiologiche in quel salotto lucidato a Fabello che è Porta a porta. Soltanto l'accecamento acritico dell'antiberlusconismo da curva sud è stato in grado di riabilitare Andreotti, un politico che - dicono i tifosi - almeno aveva un certo stile. Che stile? Quello che ti fa prendere il tè con Salvo Lima? Che ti fa bere Fiuggi con Ciarrapico? Che ti fa dire che Moro carcerato non è attendibile? Ma ce li si ricorda i due (non uno: due) scandali del petrolio negli anni Settanta, con Andreotti che urlava al complotto contro Fanfani? Ah, già: questa è una storia che non si insegna a scuola, la si richiude nell'alveo dei tribunali più hugoliani del pianeta. Beh, Giulio Andreotti ha risposto con un'intervista sul Corriere a certe ambigue accuse lanciate, sulle pagine del medesimo quotidiano, da Gerardo D'Ambrosio, che diceva che a lui sarebbe piaciuto chiedere di piazza Fontana a Rauti e al più che ottantenne ex Dc, ex premier, ex ministro dell'Interno, ex controllore dei servizi segreti. Andreotti, il giorno successivo, rimbrottava D'Ambrosio con una strategia che davvero appalesa un certo stile. Dice Andreotti che c'è ancora da chiarire il giallo Valpreda, che un taxista lo vide vestito in un certo modo e infatti Valpreda era andato a casa a cambiarsi. Poi si mette a discettare sul personaggio chiave Giannettini: lo ridicolizza, Andreotti, dice che era un giornalistucolo, che era tutto approssimativo.
Perché non dire a chiare lettere che il colpevole della strage di piazza Fontana era Pinelli? Perché non affermare alla luce del sole che è stato il rimorso schiacciante ad avere indotto l'anarchico a lanciarsi dalla finestra della questura milanese? Perché non concedere il cavalierato del lavoro a Stefano Delle Chiaie, che ha fatto tanto bene la sua professione e infatti è stato scagionato da ogni accusa relativa a piazza Fontana? Perché spendere per l'inutile soggiorno di un ambasciatore italiano in Giappone, quando lì c'è Delfo Zorzi, che è determinato a starci e a non tornare affatto? Piuttosto di assolvere sempre tutti, condanniamo Guido Salvini e il suo maniacale impianto accusatorio, costruito in anni di dispendiose indagini (paghino i parenti delle vittime)! Diciamolo senza veli che Gerardo D'Ambrosio ha inquinato la scena del crimine, approfittando del fatto che ai tempi non c'erano i RIS!
Passano pochi giorni dall'intervista ad Andreotti e gli imputati al processo su piazza Fontana vengono irrevocabilmente assolti.
Nel frattempo si sono perse le tracce di Freda e Ventura, di quella memorabile vergogna di Stato che fu il processo trasferito a Catanzaro, delle collusioni con il crimine organizzato che portarono all'assoluzione dei due neofascisti, della definitiva indecenza civile consumatasi nelle aule giudiziarie a Bari. Si sono perse le tracce del profilo umano, iniquamente perseguitato tra i ciliegi in fiore al caldo del Sol Levante, di Delfo Zorzi, che col nom de plume Hagen Roi è diventato un businessman rispettabilissimo, ben lontano dalle fosche tinte con cui l'ha ritratto il giudice Salvini, dalla cui ordinanza cito parte del curriculum lavorativo dello stesso Zorzi:

Alcuni episodi, che [...] delineano la personalità carismatica e il ruolo propulsivo svolto all’interno della struttura (Ordine Nuovo) da Delfo ZORZI, meritano di essere accennati in via di sintesi. Ci riferiamo a:
1. L’addestramento all’uso delle armi in un campo paramilitare allestito nel 1971 nella zona sopra Lecco, presenti, oltre a SICILIANO, quasi tutti i militanti o simpatizzanti de La Fenice quali ROGNONI, AZZI, PAGLIAI e anche Giancarlo ESPOSTI.
2. L’assalto al Municipio di Padova, il 16.4.1969, giorno successivo all’attentato contro lo studio del Rettore Opocher, attacco finalizzato a colpire il Consiglio Comunale che intendeva denunciare fermamente l’episodio avvenuto all’Università riportabile alla cellula di Padova.
3. La spedizione a Trieste, nel novembre 1969, in supporto ai camerati di tale città che intendevano punire alcuni avversari politici che avevano osato "avventurarsi" nella zona centrale della città, controllata dai neri.
SICILIANO, VIANELLO e BUSETTO, convocati dal dr. MAGGI che aveva come sempre messo a disposizione la sua autovettura, avevano rinforzato i ranghi dei triestini, già muniti di caschi di plexiglas e mazze da baseball, e i giovani di sinistra erano stati facilmente sopraffatti e colpiti.
4. Le azioni di vandalismo, fra il 1967 e il 1969, contro chiesette nell’entroterra mestrino e padovano, originate dall’odio di Delfo ZORZI contro la tradizione giudaico/cristiana che, secondo la sua visione ideologica, indeboliva gli spiriti invece di temprarli ed era in radicale antitesi ai modelli dell’uomo pagano, del combattente legionario e del samurai, intrisi di etica guerriera.
5. Delfo ZORZI, nelle sue multiformi attività, affiancava allo studio dei testi teorici di Julius EVOLA e dell’etica guerriera giapponese interessi più pratici quali soprattutto la progettazione di ogni possibile tipo di innesco per ordigni esplosivi, dai normali circuiti elettrici sperimentati nella palestra di Via Verdi grazie all’elettrotecnico MONTAGNER sino a particolari tipi di innesco chimico a base di mercurio o funzionanti tramite un altimetro. Disponeva anche di un libro in inglese, fuori commercio e certamente di provenienza militare e forse di provenienza N.A.T.O., che riguardava in termini assai pratici l’uso degli esplosivi e i vari sistemi di innesco.
6. Infine ZORZI e MOLIN, reduce quest’ultimo dalla partecipazione al Convegno del Parco dei Principi a Roma sulla guerra non ortodossa, si erano occupati di distribuire tra i militanti fidati, anche all’interno delle caserme, alcune decine di copie del libretto "LE MANI ROSSE SULLE FORZE ARMATE", scritto da RAUTI e GIANNETTINI sotto falso nome e finanziato da un settore del S.I.D. nell’ottica di allertare e difendere l’Esercito dal pericolo di infiltrazione comunista e di ispirare la formazione di uno "Stato Maggiore parallelo" formato da militari e civili. La diffusione del volumetto semiclandestino all’interno di Ordine Nuovo indica che la struttura di Delfo ZORZI non si riteneva un gruppo eversivo in senso proprio, ma componente attiva di un più vasto progetto comprendente, al di là dell’ideologia nazional/rivoluzionaria, l’alleanza con strutture istituzionali.


La verità non sarà giudiziaria, ma è impressionante leggersi l'autentico trattato di storia contemporanea dell'Italia steso da Guido Salvini nella sua ordinanza: l'impietoso, cartesiano ritratto di una nazione a sovranità limitata, dove le inchieste vengono inquinate al ritmo di un can can, dove i pentiti affidabili vengono screditati come se fossero comparse al Bagaglino e i pentiti inaffidabili (o pagati) addebitano colpe a innocenti, dove il giudice viene fatto oggetto di pressioni politiche innominabili, dove reperti che hanno un valore più euristico che civile vengono conservati nella Cassaforte di Stato e mai resi di pubblico dominio (qui mi riferisco alle liste complete della P2) e dove per quarant'anni l'elaborazione della memoria storica di un paese viene mantenuta in stato di freezing (termine tecnico del parkinsonismo) per impedirne la normale evoluzione democratica e il sacrosanto metabolismo.
Con lo schizzo di sterco delle spese addebitate ai parenti dei morti, la vicenda di piazza Fontana si chiude come si è chiuso ogni capitolo della recente storia italiana: restando aperta. Non consegnata ai posteri, non viene consegnata nemmeno ai contemporanei. E' una strage che ha non tanto aperto, quanto continuato la sequela di eventi criminosi che hanno pesato sulla nostra vita (bisogna almeno risalire a Mattei per comprendere parte di un arco che inizia in realtà nel '46). E così continuerà a pesare, a determinare la paralisi dell'inconscio collettivo o, in alternativa, i rigurgiti della reazione a tanta imbelle sfacciataggine, a tanto sangue pagato caro: a prezzo del futuro. Aldo Moro pensava a determinate personalità quando pronunciò la pesante profezia: il mio sangue ricadrà su di voi. Non aveva capito che stava in Italia: il sangue cade su di noi, continuamente, non sui colpevoli. La ferita non è mai estinta, suturata, cicatrizzata.
Tocca agli intellettuali e soprattutto agli scrittori farsi carico di questo iato angosciante, che ci divide da quanto siamo stati. La nostra narrazione non ha carattere giudiziario, ma ha una potenza ben superiore a quella che irradia dalle toghe e dalle ceree dita dei manipolatori di verità. Dobbiamo reinventare il passato, dobbiamo fluidificarlo. Dobbiamo narrarlo, perché il racconto è il modo con cui possiamo metabolizzare la brutale rozzezza con cui hanno ferito la nostra storia.

 
di Giuseppe Genna

janin_zuzanna_sweet_girl 

Piazza della Loggia, Pino Rauti rinviato a giudizio

 

Trentaquattro anni dopo, non c’è ancora verità sulla strage di piazza della Loggia. Ma qualcosa si muove. È notizia di giovedì il rinvio a giudizio di sei persone coinvolte nella strage che fece otto morti e un centinaio di feriti: Pino Rauti, Delfo Zorzi, Maurizio Tramonte, Carlo Maria Maggi, Francesco Delfino e Giovanni Maifredi.

Il 28 maggio del 1974 una bomba esplose a Brescia, in piazza della Loggia, dove antifascisti manifestavano contro l’escalation di violenza degli anni di piombo. Se inizialmente le indagini si concentrano su piccoli esponenti della destra bresciana, poi il filone dell’inchiesta si sposta su quella comunemente chiamata strategia della tensione: ovvero, per usare le parole dell’ex sindaco di Brescia, oggi parlamentare Pd, Paolo Corsini, «individua nella strage la regia e la mano degli ambienti della destra radicale eversiva in collegamento con apparati dello Stato».

È qui che spunta il nome di Rauti, fondatore prima del Msi, poi di Ordine Nuovo, oggi suocero del sindaco di Roma Gianni Alemanno. Insieme a lui, i suoi fedelissimi militanti: Delfo Zorzi, che è da allora latitante e ha l’ultimo domicilio conosciuto in Giappone, Carlo Maria Maggi e Maurizio Tramonte. Tutti iscritti all’organizzazione, fortemente sospettata di organizzare attentati e stragi, che fu sciolta nel 1973 per ricostituzione del partito nazionale fascista. Insieme a loro, tra i rinviati a giudizio, ci sono l'ex generale dei carabinieri Francesco Delfino e uno dei suoi "infiltrati" in Ordine Nuovo, Giovanni Maifredi, autista del ministro dell'Interno dell'epoca, Paolo Emilio Taviani.

Allo sviluppo dell’inchiesta, hanno contributo i racconti forniti dallo stesso Tramonte e da Carlo Digilio, altro esponente di Ordine Nuovo, ma anche conosciuto dalla Cia con il nome in codice Erodono. I nomi di Digilio e di Delfo Zorzi ritornano anche nell’inchiesta sull’attentato a Milano, in piazza Fontana. A piazza Loggia, Zorzi, Maggi, Mainfredi avrebbero procurato e custodito la bomba e organizzato l’attentato nel suo complesso. Rauti ne sarebbe stato più che informato.

Il nome del generale Delfino, uomo dei servizi segreti, ma a stretto contatto anche con la ‘ndrangheta, è tornato recentemente agli onori delle cronache per il sequestro Soffiantini, l’imprenditore bresciano rapito nel 1997: Delfino prima estorse 800 milioni di lire alla famiglia, per pagare un informatore che avrebbe dovuto aiutarli nella liberazione, poi fu condannato in via definitiva per truffa aggravata.

 

lunedì, 07 aprile 2008

Una frazione d’arcobaleno

Attraverso una scheggia di vetro

È un omaggio al cielo

Che si celebra nella corsa trafelata

Attraversando la piazza deserta

Puntellata di lustri lastroni,

e senza guardare il passo.

Mi chiedi cos’è la libertà,

la sua traduzione simultanea

nella cruda realtà.

Una cartina da un’altra mano disegnata,

punti e coordinate per seguirne la rotta,

tracciati prestabiliti,

cento, duecento gradini, salite

itinerari e percorsi già noti, discese.

Voglio essere libero di correre,

di parlare col ladro di fede

e col sacrestano di lotta operaia,

di farmi bagnare dalla pioggia e dal vento,

di ubriacarmi di  parole e di illusioni,

d’indossare un ideale e spogliarmene

confutata la tesi più bella.

Voglio che nessuno mendichi affetto

Né si trasformi in un postulante di diritto.

Voglio un sole che non scotti

ma che riscaldi i cuori e le mani tese,

voglio baciare la fronte dell’appestato

per cancellarne i fili che gli intrecciano le dita

e che l’agitato gesticolare sia suo

e di nessun altro che lo muove.

Voglio togliere il cappio all’impiccato

di notizie false e di sistematica manipolazione,

voglio sciogliere i nodi del pensiero comune.

Voglio un mantello rosso

e una spiga fra i capelli.

Voglio saltare l’ostacolo non raggirarlo,

voglio la risata a crepapelle

e vedere ancora di notte pulsare le stelle.

Voglio rubare ancora una volta un pezzo di cielo

nella mia scheggia affilata di vetro.

Il pane e le rose, della vita

Voglio un intero caleidoscopio. 

 

X

 normal_camillo

Il Partigiano Fuoco

 

"La fatalità che sembra dominare la storia non è altro appunto che apparenza illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo. Dei fatti maturano nell'ombra, poche mani, non sorvegliate da nessun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa. I destini di un'epoca sono manipolati a seconda delle visioni ristrette, degli scopi immediati, delle ambizioni e passioni personali di piccoli gruppi attivi, e la massa degli uomini ignora, perché non se ne preoccupa. Ma i fatti che hanno maturato vengono a sfociare; ma la tela tessuta nell'ombra arriva a compimento: e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia che un enorme fenomeno naturale, un'eruzione, un terremoto, del quale rimangono vittima tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente.differenza, di questo assenteismo. Dei fatti maturano nell'ombra, poche mani, non sorvegliate da nessun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa. I destini di un'epoca sono manipolati a seconda delle visioni ristrette, degli scopi immediati, delle ambizioni e passioni personali di piccoli gruppi attivi, e la massa degli uomini ignora, perché non se ne preoccupa. Ma i fatti che hanno maturato vengono a sfociare; ma la tela tessuta nell'ombra arriva a compimento: e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia che un enorme fenomeno naturale, un'eruzione, un terremoto, del quale rimangono vittima tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente".

[ … ]

"Odio gli indifferenti anche per ciò che mi dà noia il loro piagnisteo di eterni innocenti. Domando conto ad ognuno di essi del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime. Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze virili della mia parte già pulsare l'attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c'è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano nel sacrifizio; e colui che sta alla finestra, in agguato, voglia usufruire del poco bene che l'attività di pochi procura e sfoghi la sua delusione vituperando il sacrificato, lo svenato perché non è riuscito nel suo intento".

Gramsci, "La Città futura", pp. 1-1 Raccolto in SG, 78-80

  25762_mordillo_and-now

LAZIO/ VITERBO, SCOPERTO ARSENALE IN TUTTO 22 ARMI E MUNIZIONI

Munizionamento da guerra sequestrato a giovane coppia

Roma, 5 apr. (Apcom) - Sono in tutto 22 le armi trovate e sequestrate ad una giovane coppia di Viterbo. Fucili a pompa, pistole semiautomatiche con le relative munizioni, polvere da sparo, pugnali e stiletti in uso ad alcuni eserciti stranieri. Questo è quanto scoperto dalla polizia.

Il sequestro è stato compiuto dagli uomini della Divisione di polizia amministrativa della Questura di Viterbo, diretti da Francesco Monaco, nell'ambito di una vasta operazione disposta dal questore Raffaele Micillo per contrastare l'importazione illegale di armi sul territorio nazionale.

L'arsenale è stato sequestrato nell'abitazione della coppia. I due giovani, da quanto spiegano gli inquirenti, sarebbero impegnati in politica e candidati nelle liste per le prossime elezioni comunali della città. La polizia sospetta che siano collegati con qualche organizzazione terroristica definita 'non convenzionale'. Sono i corso gli interrogatori.

 mordillo stelle

La rivista "Internazionale" e i fascisti ....

autore:gbbx

 

"Internazionale" dà una sviolinata ai fascisti con un articolone di due pagine + foto

Sulla rivista "Internazionale" di questo mese appare un "bell"'articolo dedicato al caporione fascista Gianluca Iannone.

Il giornalista dimentica il ruolo di Iannone e della Fiamma Tricolore nelle aggressioni fasciste degli ultimi tempi a Roma, il razzismo delle "case per italiani", lo squadrismo dei giovanotti del Blocco Studentesco durante le elezioni della Consulta Studentesca, il revisionismo storico, la parentela della Fiamma col Movimento Politico illegalizzato ex decreto Mancino ... ma riesce a dire "...quelli di Casa Pound pensano a delle belle città giardino con cinema, biblioteche e centri per gli anziani..."

INTERNAZIONALE

• email posta@internazionale.it

ecco l'articolo integrale

GIANLUCA
IANNONE

Cravatta e croce celtica

È il direttore di Radio bandiera nera e
portavoce di Casa Pound, un palazzo di
Roma occupato dalla destra. Alle elezioni
si presenta con Storace e Santanchè

Cristiano de Majo


 Gianluca Iannone ha un tatuaggio sul lato sinistro del collo con scritto “Me ne frego”, ma chissà se poi se ne frega. È alto uno e novanta ed è grosso, imponente. Ha i capelli rasati e la barba lunga. Ha l’espressione di uno molto incazzato, ma quando si scioglie sembra un bonaccione. Somiglia vagamente a una versione estremista di Raymond Burr, l’attore che impersonava Perry Mason nella vecchia serie americana. È il fondatore e il portavoce di Casa Pound, la prima – o una delle prime – occupazioni di destra a Roma. È il cantante del gruppo Zetazeroalfa in cui si esibisce con il nomignolo Sinevox. È candidato alla camera con La Destra, al quarto posto nel collegio Campania 1, e quindi con poche speranze di essere eletto.

La prima volta lo incontro a Casa Pound, la comune fascista intitolata al poeta americano in via Napoleone III a Roma, nel quartiere Esquilino, cinque minuti a piedi dalla stazione Termini. È un vecchio palazzo del ministero dell’istruzione che si affaccia sui binari del tram. Il marciapiede è una sfilata di negozi cinesi. Qui, nell’inverno del 2003 prende vita quello che i fondatori chiamano “il sogno”: il palazzo disabitato è occupato “a scopo abitativo” da un gruppo di giovani di estrema destra. Venticinque famiglie con problemi di alloggio ricevono nuove case, a patto di rispettare alcune regole: 1) non fare uso di sostanze stupefacenti; 2) mantenere puliti gli spazi comuni; 3) pagare le bollette. Si organizzano anche incontri, dibattiti e presentazioni di libri, annunciati per le strade di Roma con manifesti dallo sfondo nero, inquietanti ma seducenti. Casa Pound ospita inoltre una sezione della Fiamma tricolore e la redazione centrale di Radio bandiera nera, “la prima web radio non conforme”.

L’atrio è buio. Ci sono dei motorini parcheggiati all’interno. Due ragazzi rapati a zero stanno sistemando dei pacchi. I muri bianchi sono ricoperti di scritte multicolori. Sono i nomi che piacciono a Casa Pound, i riferimenti ideali e culturali. Alcuni scontati – Gabriele D’Annunzio, Benito Mussolini, Filippo Tommaso Marinetti, Yukio Mishima – altri meno, come Jack Kerouac, James G. Ballard e Ray Bradbury. Mi faccio strada con soggezione, ma tutti salutano in modo cordiale e senza fare il saluto romano. Un ragazzo con il pizzetto sta disegnando qualcosa su una striscia di stoffa bianca. Una signora di una certa età scende le scale trascinandosi dietro una grande busta di plastica. Altri parlano in modo concitato. Tre ragazzi fanno avanti e indietro per un corridoio come se stesse succedendo qualcosa di importante.

Iannone mi riceve in un ufficio al secondo piano. Nella stanza c’è un suo ritratto fotografico in bianco e nero, a grandezza supernaturale, che mi guarda minaccioso. C’è una bandiera nera con scritto “451”, “perché Fahrenheit 451 è un libro che ci piace e in cui ci ritroviamo, e abbiamo dato il nome 451 alla nostra comunità metapolitica”. Ci sono aquile e simboli che non conosco. C’è una stampa con la foto di Totò e la scritta “Vota Antonio La Trippa”. C’è la foto di un guerrigliero del popolo karen con la mitraglietta in mano e la maglietta degli Zetazeroalfa. Lui, invece, è in giacca e cravatta, e indossa una camicia azzurra con le cifre ricamate. Quasi imbarazzato, mi spiega che ha appena rilasciato un’intervista in televisione, poi mi chiede di aspettare un attimo perché gli squilla il cellulare. La suoneria del telefono è la vecchia sigla di Novantesimo minuto.

4t72hz9

lunedì, 31 marzo 2008

Come faccio a spiegarti,

che non è quello visto dalla cortina

di tende socchiuse come bacio

a punta di labbra sfiorato

il mondo che credi essere vero.

Che i suoi colori sicuri

a pennellate larghe,

vivaci e rozzi, che s’aggrappano alla tela,

a forza di spasmi e unghiate

tirandola giù come sipario strappato,

come faccio a spiegartelo.

Che quello non è l’universo,

fatto di stelle fisse e comete,

di sole che brucia, di raggi a fendere le nuvole

smistando polvere di confetti e farina di mandorle.

Ti sei contentato di sorvolare a bassa quota

Distese d’oro che credetti grano

E spighe da tenere tra i denti,

con un sorriso a serramanico

per legittima difesa.

Rasoterra diversa è la visione,

e nella razione quotidiana

è quel che alla fine conta e basta.

Ce la misi proprio tutta

E il fiato mi riempì a dovere i polmoni,

per raccontarti il nulla, a voce alta,

che c’è dentro e fuori.

Un vuoto affollato, un’area senza misura

Chiusa in cima stretta da uno spago;

come un’ape intrappolata,

nel suo più eterno momento,

in una bolla di sapone

confezionata su misura.  

 

X

ferro

 

Ucciso dalla ragion di stato

Il rapimento di Aldo Moro e il suo tragico epilogo in un'accurata ricostruzione di Andrea Colombo per Cairo Editore. Lo statista prigioniero delle Brigate Rosse lasciato morire in nome della conservazione dei rapporti di forza nel sistema politico

Marco Bascetta

Si potrebbe iniziare dalla fine, da quella cerimonia «cupa e grottesca», che si celebrò il 13 maggio del 1978 nella basilica di San Giovanni intorno a una bara vuota. Lì l'intero mondo politico, che la famiglia di Aldo Moro aveva diffidato dal commemorare in forma pubblica e ufficiale la memoria del Presidente della Dc, ucciso dalle Brigate rosse pochi giorni prima, il 9 maggio, era schierato, grave e compunto, di fronte al pontefice in persona, che celebrava una messa in suffragio destinata a sostituire le esequie interdette.
Quelle immagini - scrive Andrea Colombo nella sua impeccabile ricostruzione dei tragici 55 giorni del sequestro Moro (Un affare di stato, Cairo editore, pp. 287, euro 16) - «si sono viste poco e sempre meno col passare del tempo». Men che meno saranno riproposte in questo trentennale. Sono state lasciate scivolare nell'oblio perché in quella messa in scena funebre «all'insegna della menzogna e del senso di colpa» è contenuta ed esibita tutta la semplice, agghiacciante verità del caso Moro: una verità cinica e meschina, ammantata di grandi principi: «l'ultima, macroscopica, dichiarata bugia in una storia che di bugie è infarcita». Di bugie, non di impenetrabili misteri, labirintici retroscena, e segreti, diabolici, burattinai. È appunto questa mortifera banalità, questa incapacità di uscire dagli schemi, questa nullità in attesa del nulla, che caratterizzò tutti i protagonisti della vicenda tranne uno, Aldo Moro, il prigioniero, la vittima, a costituire l'oggetto principale del racconto di Colombo.
La politica armata
Può sembrare un paradosso, ma in quei 55 giorni, l'unica persona libera, lucida, vera, perché impegnata in qualcosa di inequivocabilmente reale, salvare la propria vita, e dimostrare al tempo stesso che questo non avrebbe significato, come effettivamente non significava, la catastrofe della democrazia, fu proprio lui, il prigioniero sottoposto a «un dominio assoluto e incontrastato», recluso in un soffocante loculo, armato di carta e penna, Aldo Moro. Le sue lettere, le lettere di un «pazzo», di un disperato affetto dalla «Sindrome di Stoccolma» (la complicità tra il sequestrato e i propri sequestratori), come il coro unanime della grande stampa e delle segreterie di partito cercarono di farlo passare, rappresentarono l'unico elemento di ragione politica e umana in una vicenda vissuta all'insegna della più desolante ottusità. Quella dei partiti in gara per rappresentare, a proprio immediato vantaggio, la fedeltà alla ragion di stato da una parte, le Brigate rosse, alla ricerca di un'autorevole conferma ai rigidi schemi della politica armata e dell'antimperialismo, dall'altra.
Gli interrogatori del prigioniero furono una delusione per i brigatisti alla ricerca di chissà quali insondabili segreti del potere. Da scambiare non si trovarono, alla fine, in mano che la sola vita di Aldo Moro. Che per il suo partito non valeva un (improbabile) rischio elettorale e ancor meno quello di veder passare nelle mani del Pci, e del suo «governo ombra», lo scettro del cosiddetto «senso dello stato». Fu proprio il partito comunista ad essere il più inflessibile guardiano della fermezza, acconciato da salvatore della patria e della democrazia. Ancora ignaro che la sua parte in commedia, la grinta statalista, sarebbe stata sbaragliata, in un breve volgere di anni, dalla spregiudicatezza craxiana.
Per le Brigate rosse, l'interesse di partito, il «fatturato politico» dell'azienda armata non ebbe peso minore. Con le armi facevano politica e dalle armi si attendevano risultati politici. In primo luogo il riconoscimento da parte dell'avversario. Della conflittualità diffusa nel paese, degli scontri di piazza, delle pratiche illegali di massa, dell'insubordinazione sociale non la pensavano molto diversamente dai Bufalini e dai Pecchioli. Dei quali condividevano, in buona parte, forma mentis e cultura politica. Che i movimenti si facessero rappresentare dal partito armato e ne applaudissero l'«efficienza» o che andassero al diavolo! Che il sequestro e l'assassinio di Moro avrebbe reso irrespirabile l'aria per i movimenti non era un problema delle Br, qualora non lo considerassero addirittura un vantaggio. Ben lo sapevano, invece, quelle teste politiche più vicine ai movimenti, come Franco Piperno e Lanfranco Pace, che tentarono, su sollecitazione del Psi, di evitare un esito sanguinoso della vicenda, tramite l'intercessione dell'ala più «movimentista» delle Brigate rosse: Valerio Morucci e Adriana Faranda, di lì a poco in rotta con l'organizzazione.
La rigidità di questi due schemi contrapposti, accomunati dall'idea dell'autonomia del politico, autonomia, fra l'altro, da ogni ragione umanitaria, segnò la sorte di Moro. La Democrazia cristiana scartò, una dopo l'altra, le diverse ipotesi di concessioni che potessero non apparire come un cedimento (graziare un detenuto per motivi di salute, chiudere il supercarcere dell'Asinara). Furono lasciate cadere perché in questione non era un principio di legalità o l'autorevolezza dell'ordinamento democratico, ma il rapporto di forza tra i partiti e nei partiti. Pilatescamente la Dc lasciò che il tempo e l'immobilismo determinassero il tragico esito della vicenda.
Le Brigate rosse, pur consapevoli della sconfitta, contenuta probabilmente già nella strage di via Fani e nell'emozione che aveva suscitato, non poteva