venerdì, 04 luglio 2008

Ci fu un tempo, oggi quasi da annoverare fra quelle fasi isolate della storia, in cui l'uomo credeva d'essere libero. Gli bastò sapere che gli altri gli permettevano di crederlo e di attuare la sua libertà come meglio ritenesse opportuno. Non è dato certo che fu per due ragioni in diverse occasioni, ma più o meno assimilabili, cioè che in quel momento l'uomo fu lasciato a se stesso, per ragioni talmente contingenti che non permettevano di fermare il pensiero sulla categoria umana, tanto indaffarati a concentrarsi su altro, come fame e carestia, o scambiare petrolio per generi alimentari, o semplicemente facendo sempre credere all'uomo che era lui a stabilire coordinate e dettami che applicava, sempre col beneficio del dubbio, a lui stesso. Capace quindi anche di insorgere alla sua stessa volontà se un impeto di ribellione l'avesse richiesto. Ma l'uomo non si contentò nemmeno in quella circostanza tanto vasta da lasciargli il libero arbitrio, un raggio di movimento tale, mentale e fisico, d'ampio respiro, da poter andare dall'equatore ai due poli in un medesimo istante, di pensare al giorno con la luna e alla notte più assolata, di concepire una laica divinità (ma questo accade ancora oggi) come un religioso dogma pagano (come sopra). Insomma, lui per essere libero, giacché aveva provato tutto, anche la libertà più sfrenata, quella lesiva e quella narcisista, quella egoistica e quella di una generosità speculare (ma ci si contentava uguale, visto che di nocivo non aveva nulla), e per essere l'essere più libero di tutti, anche delle rondini e dei lupi, dei delfini e dei gabbiani pensò concentrandosi tutto il tempo sul da farsi. E capì, a modo suo, e tanto autopersuaso, che per essere libero doveva nascere schiavo. Strana cosa a dirsi, figuriamoci a pensarla. Qualcosa suggeriva che nel suo remotissimo passato ciò doveva essere accaduto perché era come se ai polsi avesse ancora i segni delle catene e alle caviglie ne sopportasse ancora il peso. Ma purtroppo la decisione era già cosa fatta. Quando un'idea si palesa è in alcuni casi già concreta, tattile e visibile.

Inizialmente si stabilì che sarebbero stati tutti schiavi e così fu per un certo tempo senza che nessuno ebbe a lamentarsi. Il cibo fu da procacciare, le città si innalzarono dopo grandi sforzi inimmaginabili fino a poco tempo addietro, alcuni caddero senza vita costruendole, altri sudarono sette camicie di sangue e lacrime. Le donne furono separate dai loro compagni e portavano sui luoghi di fatica anche i piccini, chi a spalla, chi a dargli una mano. E questo venne considerato modello ideale della società umana e nessuno ebbe da ridire. Di tanto in tanto con la fronte arsa dal sole si pensava a quanto era bello starsene sdraiati presso una palma a discutere di cose filosofiche o di banalità ad occupare il tempo. Ma il cattivo pensiero era facile da scacciare quando c'era da sollevare un carretto di mattoni o salire in cima agli alberi e cogliere la frutta prima che maturasse troppo.

Era bello ma tutto questo all'uomo diceva che qualcosa mancava in questa mirabile struttura.

Un giorno un uomo cominciò a dire frasi inconcepibili, disse d'aver visto un gruppuscolo con le mani bianche di ozio e con i volti pallidi di ombra e riposo, le donne erano diverse dalle loro, nessuna era segnata da rughe profonde, nessuna aveva il corpo appesantito dalle continue gravidanze. Nessun bambino aveva lo sguardo spento e piangeva dalla fame a metà giornata. I loro erano pargoletti floridi e pasciuti, allegri e giocosi.

Nessuno gli credette perché non era possibile che così fosse, tutti erano uguali e tutti subivano la stessa sorte ed erano sottoposti alla stessa legge e alle stesse regole. L'avevano studiata alla perfezione una simile architettura, - :staremo mica scherzando?

Un giorno uno di questi, un giovane di belle speranze incontrò la più bella ragazza del luogo col viso scolpito nella neve e nella rugiada, la vide da lontano come un'apparizione e non poté credere ai suoi occhi, stanchi, dopo una giornata di lungo e duro lavoro. La guardò e lei fuggì talmente veloce che lui si rimise a sgobbare e a lavorare lesto. Tutto questo non era possibile. E' evidente che quel genere di uomini non esisteva, poiché nessuno li aveva mai visti ai campi o lavorare nei cantieri.

Si pensò a delle allucinazioni. Alcuni vennero curati alla bell'e meglio per disturbi a carico del sistema nervoso. Altri si fecero zittire come era possibile. Qualcuno credette senza dubbio che erano fuggiti lontano, in un altrove che era inimmaginabile, altri ebbero paura di pensare che fossero semplicemente scomparsi.

Tutti ma proprio tutti pian piano dimenticarono, dopo nemmeno un paio di generazioni quanto fosse bello essere liberi come per un gioco del destino, erano all'inizio, un inizio che ebbe un poi stranamente stabilito da loro, con la loro stessa volontà, senza troppo accorgersi di quanto avevano sbagliato, di quanto male avessero fatto. A se stessi, si capisce, mentre agli altri, che sembravano come non esistere se non in una realtà e dimensione parallele, fu di grande giovamento.

La memoria svanì nel nulla a grandi passi, solo alcuni ebbero sporadici barlumi, ma non gli rimaneva che deglutire assieme all'amaro quotidiano quella speranza superstite ormai sottile come un'acciuga.

X





[..] «cercando di riattivare processi di civiltà in questa barbarie dilagante che non si può più tollerare». «smetterla con la configurazione dell’ebreo di corte, “quello carino, con lo zucchetto, con il quale ci si fa fotografare insieme per farsi assolvere del passato”. Si fa i carini con gli ebrei e e le carinerie al governo di Israele, che ormai è armato fino ai denti, e dunque dalli allo zingaro e al nero... Ma davvero ci siamo dimenticati che rom e ebrei hanno avuto lo stesso destino? Che sono 500mila i rom morti nelle camere a gas solo perché non hanno trovati altri?
E ancora, l’affondo più doloroso è per un’Italia dalla memoria corta, cortissima, che dimentica che dopo la seconda guerra mondiale erano 743 i criminali di guerra italiani reclamati da africani, slavi, albanesi e greci e nessuno è stato portato davanti ai tribunali «solo perché c’è stata la Resistenza antifascista». I comunisti hanno riportato la libertà in Italia con il sangue dei partigiani, mentre i fascisti italiani sono stati complici dei nazisti nello sterminare gli innocenti. Troppo facile ricordare le foibe dimenticando quello che c’è stato prima. Troppo semplice dare la colpa ai rom, dimenticando che «i veri criminali sono italiani e si chiamano Toto Riina e Provenzano».

Moni Ovadia, Palasport di Villorba, Treviso 2.7.08



IL SOTTILE FASCINO DEL NEOFASCISMO

IL SOTTILE fascino del neofascismo da generone. Non come riedizione di un' idea della politica, di una pratica della politica che fu protagonista fra le due guerre mondiali e che è irripetibile, ma come voglia di rivoltarsi nel peggio, come odio per la buona educazione civica e per la storia, come l' eterno disprezzo per il "culturame". Il "Giornale", il quotidiano politico del cavalier Silvio Berlusconi, pubblica due pagine definite dal suo direttore di ' revisionismo storico' . Un articolo dell' ordinovista Erra in cui si spiega che la Germania nazista scese in campo per salvare l' Europa dalla immonda democrazia capitalista e dal feroce imperialismo comunista. E a fianco, l' articolo di un ignoto storico inglese il quale afferma che la Resistenza europea fu un bluff impopolare. Questo non è revisionismo storico, ma ignoranza e beceraggine. Ignoranza che a Monaco le grandi democrazie cedettero al ricatto nazista, che arrivarono alla guerra disarmate e che per convincere gli americani a entrarci Roosevelt dovette sopportare Pearl Harbour. Ignoranza dello Stalin che confidava ancora nei patti hitleriani quando già l' attacco nazista era in corso. Né si capisce come si possa fraintendere sul ' terzo elemento' storico del nazismo scritto chiaramente in Mein Kampf e poi eseguito con la soluzione finale degli ebrei che per il signor Erra certamente sarà un' invenzione della propaganda. Nessuno scandalo. Al cavalier Berlusconi un giornalismo così va bene non perché sia fascista o neonazista, niente di più lontano dalla sua bonarietà umana e commerciale, ma perché per lui son cose senza importanza, chiacchiere senza peso, combustibile come gli altri divorati dalla onnivora informazione. Il sottile fascino del neofascismo! Nel senso che un consumo culturale vale l' altro, una storia falsa ne vale una vera, l' indignazione morale è cosa stramba da riderci su, il senso della decenza un illustre sconosciuto. TRIONFA nell' informazione lo smercio delle bufale storiche. Persino uno studioso serio come De Felice è venuto fuori con la storia del Mussolini ucciso dagli inglesi, come se Mussolini non fosse stato catturato e giustiziato dai partigiani comunisti, secondo la testimonianza inoppugnabile di Longo e di Solari. Non sarà un concerto meditato, ma il risultato è quello di far sapere che la storia scritta dell' antifascismo è storia falsa, propaganda. Ci si mettono anche i familiari del Duce, la figlia Edda, il figlio Vittorio, la sorella Edvige e consorte mostrano l' abito di nozze di Rachele fotografati assieme all' editore Dino che va ripubblicando il ciarpame della letteratura neofascista. Triste spettacolo vedere una famiglia che forse senza accorgersene partecipa al mercato nostalgico di bassa lega e riduce a feticcio un personaggio storico, dominante nel socialismo rivoluzionario, direttore dell' "Avanti!", teorico del corporativismo, uno che non può essere ignorato per il mediocre, tragico epilogo delle aquile di cartapesta. Essere antifascisti in questa Italia presa dal sottile fascino del neofascismo, è, nel migliore dei casi, un fatto di cattivo gusto, di moralismo assurdo, di insopportabile puzza sotto il naso. Come se l' antifascismo fosse un conformismo da vecchi spaesati che coltivano paure inesistenti, combattono contro le ombre, ripetono vecchi slogan e non il controllo attento di questa confusa e pericolosa transizione, non la difesa attenta dei valori democratici e diciamo pure della cultura. Tutto deve apparire poco importante perché il peggio possa passare. UN ESPONENTE della vita parlamentare, il capo della commissione cultura della Camera, Vittorio Sgarbi, rilascia una dichiarazione demenziale, paradossale, quasi comica sul procuratore di Palermo Giancarlo Caselli: è lui il vero amico della Mafia, lui con il suo protagonismo ha fatto spendere cifre folli nelle sue inchieste persecutorie contro Andreotti, per comperare i pentiti, è lui che ha provocato la fuga dalla Procura di Palermo di quattordici magistrati. I giornali e le televisioni riportano l' inaudita dichiarazione nella rubrica fatti vari o in quella fatti curiosi, con l' aria di dire "il solito Sgarbi, che mattacchione". E suppergiù così gli ultimi digiuni e distribuzioni di droga del Babbo Natale Pannella che ha trovato il modo di versare dentro il cafarnao della politica italiana altri venti o ventiquattro referendum seguiti da un esercito di indefinibili sostenitori, simili a quelli di una setta religiosa che si sentono popolo sovrano, ovazionano Martelli e terroristi neri, e sono riusciti in due imprese incredibili: fare del movimento radicale un sostenitore dei reazionari e dei fascisti e tenere in piedi lo spettacolo falso e velleitario di una democrazia rinascente, di una perenne irresistibile progettazione e intuizione democratica, mentre il paese affonda lentamente nella sua voglia di Stato forte e di mano dura che credo preoccupi anche Giancarlo Fini che a noi sembra più postfascista di questo generume in cui anche gli esponenti della sinistra sono altamente onorati di essere invitati alla cena della vedova Angiolillo, il protettore del neofascismo romano con il primo "Tempo" e della signora Dell' Utri che è la cognata del Dell' Utri di Publitalia, ma da qualche settimana di sinistra. Il generume che pensa ad Andreotti come un perseguitato. A parte Bossi che è matto sul serio. - di GIORGIO BOCCA

Repubblica — 11 gennaio 1996 pagina 11 sezione: COMMENTI


mercoledì, 04 giugno 2008

Di case la coscienza ne aveva cambiate tante e senza dubbio avrebbe ammesso con quell’aria svagata che, tutto sommato, le erano piaciute tutte, in misura più o meno uguale. Non era tipo da stare a fare sottigliezze in questo; andava dove la missione e il destino la portavano e soprattutto, quello che piaceva di più al principale era che non faceva mai domande, non come quella spocchiosa della psiche. Una sua collega con cui di tanto in tanto si spartiva il lavoro. Entrambe, si capisce, erano delle vere nomadi, ma d’altronde è difficile stabilire diversamente le regole, per la coscienza le coordinate non contano molto. Si direbbe che altre priorità sono le sue.

A volte si sentiva stretta, come reclusa o imprigionata, spesso spintonava come se tramite la sua sola forza di volontà potesse dilatare gli spazi dell’animo. Ma si rendeva conto che era impresa vana quella. Capitava che a malincuore rinunciasse, che si sedesse all’angolo a contemplare quello spazio buio ed angusto e le venisse da piangere, ma piano, che nemmeno il cuore potesse avere il sospetto d’averla udita singhiozzare. Va da sé che più volte il cuore non c’era ed era stato rimosso. Oppure aveva un udito finissimo ed arrivasse a sentire in più flebile singulto, così come il rumore che le lacrime facevano cadendo sul pavimento, come un rubinetto che chiude male. Solo che non c’era verso di consolarla quella sciocca di coscienza. In quei casi era inamovibile, o si faceva sentire dal padrone di casa o niente. Vero è che lui stesso avvertendo un piccolo fastidio infondo allo stomaco, provvedeva subito con un digestivo di giorno o fiumi d’alcol alla sera. Così lei per prima che gli alcolici non li ha mai ben sopportati cominciava a sopirsi e a dormire d’un sonno ottuso. Solo per qualche ora e basta. Si risvegliava chiaramente col malditesta e rintontita. Ma tornava poi all’attacco, malgrado il locatore fosse sempre sordo al suo richiamo.

Le erano capitati ladri, truffatori, uomini violenti ed assassini, capi di stato e uomini di fede. Ma difficilmente la coscienza pronuncerà un verdetto o una sentenza. Cercherà solo di non starsene troppo in disparte e di non smettere di gridare. Guarderà il cielo e lo maledirà d’essere tanto azzurro. Altre volte le capiterà di abitare in uomini giusti, che di lei faranno tesoro, tanto da portarla sull’altare come una sposa. Saranno fieri d’averla al braccio e lei non farà nulla per nascondere un po’ d’imbarazzo, quello delle grandi occasioni, ma niente affatto solenne perché a tutti sembrerà una cosa naturale. Tanto da non meritare troppo clamore.      


 


 

Meglio addormentare che uccidere. Meglio drogare dolcemente che seviziare. Ma la tentazione autoritaria resta, ed è meno resistibile.
Questo fascismo, a parole non più fascista, questa democrazia universale, dove è sparita la lotta di classe, e dove il limbo dei call center permette a tutti di immaginarsi ricchi e sazi, i problemi li lascia irrisolti. Con il fascismo buono, democratico, liberale, l'antifascismo non ha più senso, è una retorica fastidiosa, che Berlusconi e i suoi sorvolano, cambiando registro. A qualcuno pare che basti.
Ma guardiamoci attorno, guardiamo cos'è quest'Italia pacificata dai benpensanti, e vedremo che questa pacificazione è in realtà l'accettazione del peggio.

(Giorgio Bocca, “Se Silvio canta la ninna nanna”, “L’Antitaliano” 30 maggio 2008)

 

ADOLF HITLER ORA È STATUA DI CERA

Dopo l'Hitler in preghiera di Maurizio Cattelan, il Führer torna in versione di cera. Sarà infatti inserito fra i 70 personaggi del nuovo museo delle cere di Berlino, che verrà inaugurato il 9 luglio. Per non dare l'impressione di volerlo esaltare, il dittatore è raffigurato al termine della sua vita, rinchiuso nel bunker, prima del suicidio. A chi ha chiesto spiegazioni sulla necessità di inserire Hitler fra i «vip» tedeschi, i curatori del museo hanno spiegato che sono stati spinti da alcune interviste a cittadini: nelle risposte sarebbe emerso che Hitler faceva parte dei personaggi «che la gente voleva vedere».

 
Raid

di Vincenzo Cerami

Raid, questa la parola di oggi: irruzione improvvisa, con sovrabbondanza di manette e urlacci. La mano forte non ci piace. È vile, incivile, è violenza. Per un delinquente devono pagare tanti innocenti. Ma cos’è epurazione, repressione poliziesca, persecuzione, razzismo, odio, vendetta? Quando le vittime sono inermi, indifese, spaventate, l’aggressività diventa sadismo. Contro quella povera gente si scarica una frustrazione accumulata altrove. Forse dell’erotismo andato a male. Possibile, tra l’altro, che appena arriva la destra compaiano i manganelli? È troppo scontato, è pietosamente caricaturale, è un brutto film già visto. Tutte le destre d’Europa non sono così rozze e brutali come la nostra. Naturalmente la canea va appresso al cane che ringhia di più. A Napoli c’è uno spettacolo alla Gomorra: un leghista può anche andare in visibilio, in orgasmo.
Raid: un po’ sinonimo di scorreria, ovvero incursione armata in territorio nemico, in questo caso nei miserevoli campi rom. Caschi e giubbetti antiproiettile, con in pugno la spada dello spaccamontagne della Commedia dell’Arte. Eppure negli annali della polizia non esiste un solo episodio di bambini rapiti dagli zingari. È una leggenda metropolitana che dura da un paio di secoli.
Quale modo meschino di mostrare i muscoli! È come sparare alle zanzare con un bazooka. Ma tutti quelli che fanno la guerra ai rom sono più spiantati dei rom, guadagnano perfino di meno. Poveracci questi, poveracci quelli. I mandanti se ne stanno tranquilli alla finestra, a guardare i raid da dietro gli occhiali dalla montatura all’ultimo grido, piuttosto cafoni. Dall’estero ci guardano, e non sanno se ridere o piangere. Dicono che siamo xenofobi, invece no, ce l’abbiamo semplicemente duro.

l'Unità 18.5.08


 

«Attacco ai pentiti, ma temo l’escalation terrorista»

Romina Velchi

L’ultima relazione conclusiva della commissione parlamentare d’inchiesta sulla mafia porta la data del 20 febbraio  2008, relatore Francesco Forgiane (Prc). In essa si legge, tra l’altro, che «secondo quanto emerso dall’audizione dei sostituti della Procura distrettuale di Napoli (...) potrebbero scaturire anche gravi fatti di sangue contro esponenti delle istituzioni, per la necessità dei nuovi vertici del gruppo (dei Casalesi, ndr) sia di dimostrare la capacità di imporsi sul territorio sia di dare “soddisfazione” ai numerosi detenuti condannati con pene pesantissime sia, infine, di impedire nuove scelte collaborative. (...) L’esito del processo (“Spartacus” 1, ndr), assai negativo per il clan, potrebbe dare la stura ad una ripresa di azioni violente anche eclatanti». Neanche quattro mesi dopo queste “previsioni” sono già fatti di cronaca a dimostrazione che «il lavoro del parlamento è utile e importante, naturalmente per chi voglia ascoltare e capire» commenta Francesco Forgione, che nella legislatura appena conclusa della commissione era presidente oltre che deputato del Prc. Manca solo la «strategia terrorista», cioè l’attacco alle istituzioni; ma anche quello è uno «scenario che abbiamo prefigurato». Così come «abbiamo previsto una strategia che per altro si è già manifestata in queste ultime settimane » aggiunge Forgione, facendo riferimento a Domenico Noviello, l’imprenditore ucciso il 16 maggio scorso per essersi ribellato al racket, e a Francesca Carrino, nipote di una pentita, ferita in un agguato quattro giorni fa.
Domenica l’assassinio dell’imprenditore (“ramo” rifiuti) di Casal di Principe, pieno territorio dei Casalesi.

Chi era Michele Orsi? Davvero si può parlare di lui come del Salvo Lima della camorra?

Mi sembra un paragone eccessivo, se non altro per il ruolo che Lima aveva nella Dc siciliana (e nella corrente andreottiana). Né i Casalesi possono essere assimilati a Cosa Nostra per quanto riguarda il rapporto tra la politica e la criminalità organizzata. E’ vero, però, che Orsi era un punto di contatto importante nel sistema di relazioni tra la politica e le imprese legate alla camorra. Vale la pena di sottolineare che la gestione dei rifiuti diventa così il collante tra affari, politica e mafia e chiunque abbia avuto a che fare con l’emergenza rifiuti e con i commissariamenti, sia nel centrodestra che nel centrosinistra, ha avuto come interlocutori i camorristi.

Che significato dare a questo nuovo omicidio?

Ci sono inchieste importanti e processi in corso, per i quali Michele Orsi stava dando testimonianze centrali. Sicuramente si può dire che i Casalesi hanno deciso di alzare il livello della loro reazione per due motivi. Il primo riguarda proprio il lavoro straordinario che stanno compiendo i magistrati; il secondo riguarda i nuovi collaboratori, come per esempio Domenico Bidognetti, che hanno cominciato a incrinare il muro di omertà. Ma, credo, in questa escalation c’entra anche l’informazione. La denuncia di Roberto Saviano e gli articoli di Rosaria Capacchione sul Mattino hanno contribuito ad accendere i riflettori sui Casalesi, che sono la camorra più pericolosa.

Ma se Orsi era così importante, perché non era protetto?

Questo bisognerebbe chiederlo alle autorità preposte di Caserta. I magistrati, infatti, avevano già segnalato la delicatezza del suo ruolo nel dibattimento processuale.

E la superprocura voluta dal governo per l’emergenza rifiuti non rischia di vanificare il lavoro svolto fin qui?

Assolutamente sì. Peppino Di Lello ha spiegato molto bene domenica su Liberazione quanto sia sbagliata questa decisione. Non si capisce proprio il motivo di aggiungere una superprocura alla procura distrettuale antimafia di Napoli, che sta facendo così bene il proprio lavoro, che ha svelato così bene il sistema di relazioni tra imprese, politica e criminalità organizzata. Se oggi sappiamo che l’emergenza rifiuti è intessuta di legami con la camorra; che la camorra è il soggetto privilegiato dei traffici illeciti; che il vero oro per la camorra sono i rifiuti; se sappiamo ciò è grazie all’antimafia. A che serve, allora, una nuova superprocura, se non a sottrargli competenze? E attenzione, perché quello delle deroghe alle normative esistenti è, da sempre, un sistema criminogeno, il canale attraverso il quale più facilmente si infiltra la criminalità organizzata.

 

 

lunedì, 05 maggio 2008

Il domani

non è una data di rosso

segnata su un calendario ingiallito.

Il domani è scritto inciso

Sul cuore di un cambiamento atteso,

di chi strategie pianifica

e si affida al caso

di una costruzione di cielo

e acciaio.

Il domani ha radici profonde

Che arrivano, penetrando,

a piramide rovescia,

le viscere della terra.

Piega e ondeggia le fronde,

come capelli al vento,

di fuggevoli fortune.

Il domani è insonne

dopo lunghi letarghi

Protratti in attesa di un disgelo

di un’idea appena nata

che i raggi del sole carezzano piano.

Il domani

È il vagito e l’ultimo respiro,

che esala a notte fonda,

ululato che fa eco

in boschi d’odio murati

con una vaga coscienza

a fare da soffitto.

Il domani è un’aiuola sospesa

di azzardati attimi danzanti

un passo indietro e due avanti,

di un ritmo cadenzato

che incalza fino a stordire,

l’anima appagata

di chi sa che lottando

almeno una volta

negli occhi lo ha guardato

e vigoroso come stritolandolo

nelle membra scosso,

lo ha abbracciato

prima di vederlo allontanare

piano.

 

X

 

 funambolo

 

«Che cosa rende inevitabile il revisionismo nella società capitalistica? Perché il revisionismo è più profondo delle particolarità nazionali e dei gradi sì sviluppo del capitalismo? Perché in ogni paese capitalista esistono sempre, accanto al proletariato, larghi strati di piccola borghesia, di piccoli proprietari. Il capitalismo è nato e nasce continuamente dalla piccola produzione. Nuovi numerosi "strati medi" vengono inevitabilmente creati dal capitalismo (appendici della fabbrica, lavoro a domicilio, piccoli laboratori che sorgono in tutto il paese per sovvenire alle necessità della grande industria). Questi nuovi piccoli produttori sono pure essi in modo inevitabile respinti nelle file del proletariato. È del tutto naturale quindi che le concezioni piccolo borghesi penetrino nuovamente nelle file dei grandi partiti operai. È del tutto naturale che debba essere così e sarà sempre così, sino allo sviluppo della rivoluzione proletaria, perché sarebbe un grave errore pensare che per compiere questa rivoluzione sia necessaria la proletarizzazione "completa" della "maggioranza della popolazione"».

Lenin (1913)

 surreale

Il podestà alemanno

di Marco Damilano

I borgatari esasperati. I nostalgici del duce. Il generone andreottiano. I giovani dei centri sociali neri. La Curia. Gli ex amici di Veltroni. Così il neo sindaco ha costruito la sua truppa d'assalto elettorale

 

 

Roma 2925: è il primo taxi a estrarre la bandiera di Alleanza nazionale, in piazza Colonna, nel cuore di Roma, alle ore 17 di lunedì 28 aprile, quando è stato scrutinato appena il 10 per cento delle sezioni e non è ancora visibile la proporzione della vittoria di Gianni Alemanno contro Francesco Rutelli. Diventerà una valanga con il passare delle ore e i tassisti si moltiplicheranno, strombazzanti per le strade, guidati dal capo-popolo Loreno Bittarelli. Conquista la vetta del Campidoglio prima del sindaco neo-eletto, grida "è finita, siamo liberi", e fa scivolare lo striscione del suo clan, l'Uritaxi, laddove in era veltroniana si appendeva il ritratto di Ingrid Betancourt. Prima di una lunga serie di sostituzioni: Pasquale Squitieri al posto di Goffredo Bettini alla festa del cinema, il festival del futurismo a Casal Bertone al posto della Casa del jazz e le teste rasate di Casa Pound invece dei giovani per l'Africa. In mezzo a una selva di braccia alzate nel saluto romano, mortaretti e petardi. Va bene il governo del Cavaliere, ma il Campidoglio è un'altra storia. La differenza che c'è tra una vittoria ai Mondiali di calcio e lo scudetto della Roma: vuoi mettere la soddisfazione.

Roma alemanna. Cattolica e pagana. Fascista e andreottiana. Sulle scale del Campidoglio si incrociano Marcello De Angelis, ex Terza posizione, oggi senatore, fresco di nozze celebrate dall'amico Gianni la mattina stessa, e l'ingegner Gaetano Rebecchini con la moglie, la contessa Marilù D'Amelio, ricoperta di aristocratiche rughe, un mito vivente per il generone, attico in via della Conciliazione vista Cupolone con leone di marmo all'ingresso: il papà Salvatore è stato il primo sindaco democristiano del dopoguerra. Da una Bmw nera scende un signore in grisaglia, capelli platino: Giorgio Moschetti detto il Biondo, il cassiere della Dc di Vittorio Sbardella. Fino a ieri frequentava i meeting di Bettini, non è voluto mancare.


Roma alemanna. Quella che il 25 aprile, giorno della liberazione, aspetta il candidato per ore in via Parasacchi, al centro di Tor Bella Monaca, l'estrema periferia di Roma. Nel cuore di un palazzone a 13 piani, serrande sventrate con resti di falò, materassi bruciati e immondizia, scritte sui muri sui laziali ebrei. Il circolo di An è nel sindacato inquilini Confsal, in bacheca convivono l'avviso dei neo-catecumenali della parrocchia ("Cerchi un senso nella vita? Gesù ti ama") e un santino del Duce, "molti nemici molto onore". Fuori distribuiscono in quantità industriale magliette, portachiavi e più commestibili panini con la porchetta e bottiglie di vino, sull'etichetta la foto del boss locale Giorgio Masino che annuncia: "Alemanno sta arrivando a sirene spiegate".

Alemanno arriva, infatti, a bordo di una Hyundai grigia, seguito dal guardaspalle con un'agenda di pelle e un megafono. Parla di sicurezza e valori cristiani, applaude il parroco don Paolo Lojudice, "sono qui in forma privata". Poi si trasferisce davanti al supermercato Pewex per la chiusura della campagna elettorale. Sopra il palco c'è il cast di 'Amici': la ballerina Jessica, il vocalist Francesco, un sosia di Berlusconi con cappello nero, Antonio Spadaccino, "il vincitore della quarta edizione". Sotto decine di ragazzine in delirio con i quadernini rosa, mamme adolescenti con pupo a seguito, palloncini celesti. Il messaggio di Alemanno è semplice: "A Roma ci sono ventimila nomadi e clandestini. Vogliamo essere padroni a casa nostra". E la piazza di 'Amici' esplode di rabbia: "Via! Via!". Prima di riprendere a cantare: "Io ci sarò nel buio della notte...". Tenerissime.

In queste periferie popolate da strane scritte sui muri ('Latrappolapertopihafunzionato', tutto attaccato) Alemanno ha stravinto su Rutelli: punte del 58 per cento nelle borgate più degradate, 17 punti di distacco tra i candidati, 11 punti di differenza a Ostia. Rutelli, invece, vince nel centro storico: "Élite contro popolo", sintetizza Angelo Mellone, giovane testa d'uovo della nuova "destra securitaria" che ha vinto a Roma. "Il suo zoccolo duro sono i piccoli imprenditori esclusi dal piano regolatore, i piccoli galleristi soffocati dalle grandi mostre, i piccoli commercianti schiacciati dagli ipermercati". Alemanno esponente di un tremontismo con vista sul Colosseo. Un Tremonti alla vaccinara, con le magliette nere al posto delle camicie verdi: paura e speranza, sicurezza e rassicurazione.

altan1

postato da: misiek alle ore 06:00 | Permalink | commenti
categoria:co sto popolo, er caso, er bisogno, er cerchio, er continuo, der soffitto, er barcone, arsete
venerdì, 02 maggio 2008

Mi hai fatto prigioniero

di paradisi di poliestere

e irraggiungibili vette

di amplificati vapori

su cui rimanevano appese

nuvole di pensieri e immaginati sapori,

pronti a echeggiare il tuono

di un profondo dissenso.

Mi hai annodato le dita

una ad una strette, come trecce

da calare dalla finestra

di una pagina bianca

righe pronte per l’evasione.

Mi hai chiuso in un recinto

a palizzate di gommapiuma,

ed erba alta fino ai ginocchi, gorgone

che ondeggia nelle tempeste di vento.

Hai reso afona la coscienza

del singolo come del gruppo,

sovrastato nei gutturali suoni e nelle idee

da un tripudio di fiati ed archi