e agli angoli si smussa,
connotati labili di una valenza che deflagra,
lineamenti sfumati di un segno
che dilegua nei ricordi di un passato che non ritorna.
Le possibilità di recupero per sempre perse.
Come una mosca nel suo astuccio di velluto nero
a scatto, nata e rinchiusa,
prezioso diadema di una vita nella filigrana scolpita
a colpi di perché di discontinuo tratto.
Barcolla il pensiero inespresso
di una cronologia capovolta, a ritroso
destinata a ripetere gli stessi passi e gli stessi errori.
Mentre fuori un mondo vociante che sciama,
sul raso rosso lucida le zampette e il muso,
ali di tulle e di metallo cangiante.
E' il volo mai spiccato che inimmaginabile,
rimane intentata prova ed esperimento,
salto che la mente mille volte ha costruito.
E' al sole che asciugano le lacrime
e svaniscono i sorrisi disegnati a biro
sui palmi delle mani.
Passo dopo passo, si conosce a memoria il perimetro,
reclusione forzata di un astuccio a scatto,
aperto un giorno per caso,
inesorabile meta di destinazione fissa
ritorno certo già scritto.
La libertà non s'impara né s'insegna.
E' marchio a fuoco sulle carni
del suo amante più geloso e più devoto.
Anima scarmigliata che non aspetta tempo.
X

diffidenti l'uno dell'altro, queruli, ombrosi.
Come allora, staremo di sentinella
perché nell'alba non ci sorprenda il nemico.
Quale nemico? Ognuno e' nemico di ognuno,
spaccato ognuno dalla sua propria frontiera,
la mano destra nemica della sinistra.
In piedi, vecchi, nemici di voi stessi:
La nostra guerra non e' mai finita.
Primo Levi "Partigia"
CONVEGNI A Gattatico di Reggio Emilia alla Festa nazionale dell’Anpi partigiane di ieri e «nuove partigiane» di oggi hanno ricordato il contributo femminile alla Lotta di Liberazione: 35mila combattenti, 7mila staffette e altre migliaia in retrovia
Trentacinquemila combattenti nelle formazioni partigiane, ventimila staffette, settantamila organizzate in gruppi di difesa. E poi diverse centinaia cadute in combattimento o fucilate, molte altre migliaia ferite, arrestate, torturate, condannate dai tribunali fascisti, deportate in Germania.
I numeri dicono già quali dimensioni abbia avuto la partecipazione delle donne alla Resistenza. Ma per restituirne appieno il senso, la passione, l'importanza, bisogna ascoltare di persona le voci di quelle che sono ancora oggi sulla breccia. A testimoniare, a trasmettere la memoria alle nuove generazioni, a proseguire l'impegno per i valori di libertà, di democrazia, di uguaglianza che - giovanissime ragazze - seppero far vincere oltre sessant'anni fa.
Donne di ieri e di oggi. Il coraggio della scelta è il titolo del convegno che ieri - nell’ambito della prima festa nazionale dell’Anpi, alla casa-museo Cervi di Gattatico, luogo simbolo dell’antifascismo - ha offerto l'occasione per ascoltare queste voci e per presentare i progetti volti a promuovere la conoscenza di quanto le donne italiano hanno fatto prima, durante e dopo la Liberazione.
Ad organizzarlo hanno lavorato insieme anziane partigiane e «nuove resistenti» entrate nell’Anpi in questi ultimissimi anni. Non è stata una celebrazione rituale, né una esercitazione accademica, ma una riflessione sulla storia di ieri con un occhio esplicitamente rivolto alle vicende dei giorni nostri.
Non solo perché - con i tempi che corrono, con i revisionismi strumentali che vanno di moda - ricordare la realtà autentica del fascismo e della Resistenza è già mettere i piedi nel piatto della più stretta attualità politica. Ma anche perché - come avverte esplicitamente la Marisa Rodano, partigiana e fondatrice dell’Unione Donne Italiane - «certo l'Italia di oggi è molto diversa da quella fascista, però di fronte alle violazioni di diritti e di libertà fondamentali è necessario essere vigili, reagire. Purtroppo, i segnali non mancano».
E dunque, quale fu il momento in cui tante donne capirono da che parte bisognava stare? In molti casi, non si trattò di una scelta dettata da ideologie politiche, bensì di una reazione spontanea alle condizioni di vita proprie e delle proprie famiglie, alle ingiustizie e alle prepotenze del regime, poi alle sofferenze e ai lutti della guerra. «Mia madre era vedova - racconta Giacomina Castagnetti- - il regime la premiò perche aveva otto figli. Ma poi le rubò perfino l'anello nuziale, con la campagna per l’oro alla patria: lei consegnò piangendo, lo fece per proteggere noi figli da possibili rappresaglie. Ma nel 1938, vennero di notte ad arrestare uno dei miei fratelli. E nel 1941 vennero di nuovo, a portarci un telegramma con l’avviso che un altro fratello era morto in guerra, al confine tra Grecia e Albania. Dopo l’8 settembre, per me è stato un fatto naturale andare con i partigiani».
Anita Malavasi, nome di battaglia Laila, subì il primo sopruso a 10 anni: «A scuola ero arrivata prima al concorso di disegno. Mi dissero che, non avendo io la tessera di piccola fascista, il premio non me lo avrebbero dato. Tempo dopo, un mio caro amico fu picchiato pesantemente per aver raccontato una barzelletta sul duce. A un altro diedero l’olio di ricino perché si lamentava della difficoltà di trovar lavoro». Luciana Romoli iniziò a ribellarsi ad 8 anni, contro la maestra che perseguitava una compagna di classe ebrea: «Voleva che noi bambine scrivessimo frasi contro gli ebrei, invece ce la siamo presa con lei, l’abbiamo aggredita. Poi io e mia sorella Adriana, che aveva due anni in più di me, siamo state espulse dalla scuola perché avevamo portato volantini contro le leggi razziali. Ma io dopo la guerra ho ripreso a studiare, mi sono diplomata a 30 anni e laureata a 45». Tante storie di ragazze semplici, che vissero prestissimo sulla loro pelle le angherie della dittatura. E videro poi brutalità sempre più orrende.
Dianella Gagliani, docente universitaria di storia, cita un libro di Tina Anselmi, la quale comprese che «doveva esserci», quando vide 31 giovani impiccati ad altrettanti alberi dai nazisti, a Bassano del Grappa. «Oggi sentiamo parlare molto di crimini dei partigiani - commenta con amarezza la prof. Gagliani - Ma forse noi stessi non abbiamo mai spiegato abbastanza in quali forme terrificanti si esercitò la violenza nazifascista».
Allora, è importante conservare la memoria, trovare i mezzi per comunicarla alle nuove generazioni. L’archivio audiovisivo che la giornalista Gabriella Gallozzi e il regista Guido Albonetti hanno cominciato a mettere insieme - per l'Acab (associazione culturale Antonello Branca), con il sostegno dell'Anpi, del nostro giornale e della Regione Lazio - si propone appunto di raccogliere i racconti delle donne partigiane di tutta Italia.
A Gattatico ne hanno presentato «provino», facendo passare, insieme a belle immagini storiche realizzate da Liliana Cavani, alcune brevi testimonianze. In una, che risale al 1964, Germana Boldrini racconta da protagonista la battaglia di Porta Lame, a Bologna, contro i nazisti. In un’altra, Marisa Rodano ricorda le sue prime attività antifasciste: «Non sono discese da una tradizione familiare, anzi mio padre aveva fatto la marcia su Roma. Ho cominciato all’università, dopo aver visto cacciare due studenti colpevoli di essere ebrei. Con alcuni compagni abbiamo costituito un piccolo gruppo, nel 1943 sono stata arrestata per la pubblicazione di un foglio comunista, si chiamava Pugno Chiuso, era il primo numero e sarebbe rimasto l'unico. Il 25 luglio sono uscita dal carcere e di lì a poco sono entrata nella Resistenza».
Un’altra «voce» che già fa parte dell'archivio è quella di Lina Fibbi: «Nell’aprile 1945 ero incinta, il mio compagno era appena stato ammazzato dai fascisti. Luigi Longo mi incaricò di smistare a Milano l'ordine di insurrezione generale del Cln. Io andai: in bicicletta, con il pancione e con molta paura». Poi c'è quella di Walchiria Terradura, comandante della «Brigata Garibaldi-Pesaro», una formazione di sette uomini conosciuta come «Settebello». E quella di Teresa Vergalli, che diventò partigiana «per amore dei genitori, contadini poverissimi, che hanno cresciuto i figli a radicchio di campo e antifascismo».
Teresa Vergalli, pure presente al convegno, tiene molto a ribadire una cosa: «Ora si guarda con una certa qual comprensione ai ragazzi di Salò, perché anche loro sarebbero stati in buona fede. Ma anche noi partigiani eravamo ragazzi, e stavamo dalla parte giusta! È una differenza che non bisogna mai dimenticare». E lancia un appello ai ragazzi di oggi: «Attenzione, stiamo vivendo un momento grave, nel quale si cerca di svuotare la Costituzione dall'interno. Dovete colmare il silenzio che è calato tra voi e le generazioni che vi hanno preceduto. Tocca voi, adesso, arrabbiarvi e dare battaglia».
l’Unità 23.6.08

Raimondo Ricci, vicepresidente nazionale dell’associazione partigiani
Mi sento l’ultimo superstite ero in montagna e a Mauthausen. Ora tocca a voi difendere la libertà
Tonino Bucci
Oggi ha 87 anni, portati con vitalità. Interesse per la politica, acume, memoria storica, esercizio dell'eloquio - dote maturata nel corso della sua lunga professione di avvocato. Emozioni, nella sua vita, non ne sono mancate. E' nato nel 1921 a Imperia, anche se la sua città adottiva è Genova dove risiede tuttora. Quando era poco più che ventenne Raimondo Ricci era ufficiale di marina, «addetto alle comunicazioni in codice». Alle spalle aveva già un brillante corso di studi, «mi ero iscritto alla Scuola normale superiore di Pisa a diciott'anni. I miei genitori erano già morti entrambi. Mio padre, magistrato, era morto in Africa. Ero praticamente solo». Assiste all'8 settembre da una prospettiva particolare. «Pensi che ascoltai via radio le operazioni dei tedeschi mentre occupavano il porto di Genova».
La trafila che seguirà è simile a quelli di tanti altri compagni di generazione all'indomani dell'8 settembre 1943: lo sbandamento, i primi tentativi di organizzare la Resistenza armata all'esercito nazista. La montagna, il carcere, la prigionia, le percosse e la tortura, la deportazione. Dopo la guerra si iscriverà al Pci. E farà l'avvocato in prima linea. Gli toccherà difendere tanti ex partigiani da una persecuzione che oggi, forse, abbiamo dimenticato. «Negli anni della Guerra fredda erano guardati con sospetto. Molti subirono processi perché le loro azioni di lotta venivano considerate crimini». Raimondo Ricci è dirigente nazionale- vicepresidente vicario, per l'esattezza - dell'Anpi, l'Associazione nazionale dei partigiani italiani che da domani terrà a Gattatico (Reggio Emilia), nel Museo Cervi, la sua prima festa nazionale.

categoria:contro, co sto popolo, a voce mozza, drento nà balena nera, carezza de nsogno, coperta colorata, cè chi decide
























