lunedì, 23 giugno 2008
E' nel silenzio che la parola si consuma,

e agli angoli si smussa,

connotati labili di una valenza che deflagra,

lineamenti sfumati di un segno

che dilegua nei ricordi di un passato che non ritorna.

Le possibilità di recupero per sempre perse.

Come una mosca nel suo astuccio di velluto nero

a scatto, nata e rinchiusa,

prezioso diadema di una vita nella filigrana scolpita

a colpi di perché di discontinuo tratto.

Barcolla il pensiero inespresso

di una cronologia capovolta, a ritroso

destinata a ripetere gli stessi passi e gli stessi errori.

Mentre fuori un mondo vociante che sciama,

sul raso rosso lucida le zampette e il muso,

ali di tulle e di metallo cangiante.

E' il volo mai spiccato che inimmaginabile,

rimane intentata prova ed esperimento,

salto che la mente mille volte ha costruito.

E' al sole che asciugano le lacrime

e svaniscono i sorrisi disegnati a biro

sui palmi delle mani.

Passo dopo passo, si conosce a memoria il perimetro,

reclusione forzata di un astuccio a scatto,

aperto un giorno per caso,

inesorabile meta di destinazione fissa

ritorno certo già scritto.

La libertà non s'impara né s'insegna.

E' marchio a fuoco sulle carni

del suo amante più geloso e più devoto.

Anima scarmigliata che non aspetta tempo.


X




Ci guarderemo senza riconoscerci,
diffidenti l'uno dell'altro, queruli, ombrosi.
Come allora, staremo di sentinella
perché nell'alba non ci sorprenda il nemico.

Quale nemico? Ognuno e' nemico di ognuno,
spaccato ognuno dalla sua propria frontiera,
la mano destra nemica della sinistra.
In piedi, vecchi, nemici di voi stessi:
La nostra guerra non e' mai finita.

Primo Levi "Partigia"


Resistenza, perché le donne la scelsero
di Stefano Morselli


CONVEGNI A Gattatico di Reggio Emilia alla Festa nazionale dell’Anpi partigiane di ieri e «nuove partigiane» di oggi hanno ricordato il contributo femminile alla Lotta di Liberazione: 35mila combattenti, 7mila staffette e altre migliaia in retrovia

Trentacinquemila combattenti nelle formazioni partigiane, ventimila staffette, settantamila organizzate in gruppi di difesa. E poi diverse centinaia cadute in combattimento o fucilate, molte altre migliaia ferite, arrestate, torturate, condannate dai tribunali fascisti, deportate in Germania.
I numeri dicono già quali dimensioni abbia avuto la partecipazione delle donne alla Resistenza. Ma per restituirne appieno il senso, la passione, l'importanza, bisogna ascoltare di persona le voci di quelle che sono ancora oggi sulla breccia. A testimoniare, a trasmettere la memoria alle nuove generazioni, a proseguire l'impegno per i valori di libertà, di democrazia, di uguaglianza che - giovanissime ragazze - seppero far vincere oltre sessant'anni fa.
Donne di ieri e di oggi. Il coraggio della scelta è il titolo del convegno che ieri - nell’ambito della prima festa nazionale dell’Anpi, alla casa-museo Cervi di Gattatico, luogo simbolo dell’antifascismo - ha offerto l'occasione per ascoltare queste voci e per presentare i progetti volti a promuovere la conoscenza di quanto le donne italiano hanno fatto prima, durante e dopo la Liberazione.
Ad organizzarlo hanno lavorato insieme anziane partigiane e «nuove resistenti» entrate nell’Anpi in questi ultimissimi anni. Non è stata una celebrazione rituale, né una esercitazione accademica, ma una riflessione sulla storia di ieri con un occhio esplicitamente rivolto alle vicende dei giorni nostri.
Non solo perché - con i tempi che corrono, con i revisionismi strumentali che vanno di moda - ricordare la realtà autentica del fascismo e della Resistenza è già mettere i piedi nel piatto della più stretta attualità politica. Ma anche perché - come avverte esplicitamente la Marisa Rodano, partigiana e fondatrice dell’Unione Donne Italiane - «certo l'Italia di oggi è molto diversa da quella fascista, però di fronte alle violazioni di diritti e di libertà fondamentali è necessario essere vigili, reagire. Purtroppo, i segnali non mancano».
E dunque, quale fu il momento in cui tante donne capirono da che parte bisognava stare? In molti casi, non si trattò di una scelta dettata da ideologie politiche, bensì di una reazione spontanea alle condizioni di vita proprie e delle proprie famiglie, alle ingiustizie e alle prepotenze del regime, poi alle sofferenze e ai lutti della guerra. «Mia madre era vedova - racconta Giacomina Castagnetti- - il regime la premiò perche aveva otto figli. Ma poi le rubò perfino l'anello nuziale, con la campagna per l’oro alla patria: lei consegnò piangendo, lo fece per proteggere noi figli da possibili rappresaglie. Ma nel 1938, vennero di notte ad arrestare uno dei miei fratelli. E nel 1941 vennero di nuovo, a portarci un telegramma con l’avviso che un altro fratello era morto in guerra, al confine tra Grecia e Albania. Dopo l’8 settembre, per me è stato un fatto naturale andare con i partigiani».
Anita Malavasi, nome di battaglia Laila, subì il primo sopruso a 10 anni: «A scuola ero arrivata prima al concorso di disegno. Mi dissero che, non avendo io la tessera di piccola fascista, il premio non me lo avrebbero dato. Tempo dopo, un mio caro amico fu picchiato pesantemente per aver raccontato una barzelletta sul duce. A un altro diedero l’olio di ricino perché si lamentava della difficoltà di trovar lavoro». Luciana Romoli iniziò a ribellarsi ad 8 anni, contro la maestra che perseguitava una compagna di classe ebrea: «Voleva che noi bambine scrivessimo frasi contro gli ebrei, invece ce la siamo presa con lei, l’abbiamo aggredita. Poi io e mia sorella Adriana, che aveva due anni in più di me, siamo state espulse dalla scuola perché avevamo portato volantini contro le leggi razziali. Ma io dopo la guerra ho ripreso a studiare, mi sono diplomata a 30 anni e laureata a 45». Tante storie di ragazze semplici, che vissero prestissimo sulla loro pelle le angherie della dittatura. E videro poi brutalità sempre più orrende.
Dianella Gagliani, docente universitaria di storia, cita un libro di Tina Anselmi, la quale comprese che «doveva esserci», quando vide 31 giovani impiccati ad altrettanti alberi dai nazisti, a Bassano del Grappa. «Oggi sentiamo parlare molto di crimini dei partigiani - commenta con amarezza la prof. Gagliani - Ma forse noi stessi non abbiamo mai spiegato abbastanza in quali forme terrificanti si esercitò la violenza nazifascista».
Allora, è importante conservare la memoria, trovare i mezzi per comunicarla alle nuove generazioni. L’archivio audiovisivo che la giornalista Gabriella Gallozzi e il regista Guido Albonetti hanno cominciato a mettere insieme - per l'Acab (associazione culturale Antonello Branca), con il sostegno dell'Anpi, del nostro giornale e della Regione Lazio - si propone appunto di raccogliere i racconti delle donne partigiane di tutta Italia.
A Gattatico ne hanno presentato «provino», facendo passare, insieme a belle immagini storiche realizzate da Liliana Cavani, alcune brevi testimonianze. In una, che risale al 1964, Germana Boldrini racconta da protagonista la battaglia di Porta Lame, a Bologna, contro i nazisti. In un’altra, Marisa Rodano ricorda le sue prime attività antifasciste: «Non sono discese da una tradizione familiare, anzi mio padre aveva fatto la marcia su Roma. Ho cominciato all’università, dopo aver visto cacciare due studenti colpevoli di essere ebrei. Con alcuni compagni abbiamo costituito un piccolo gruppo, nel 1943 sono stata arrestata per la pubblicazione di un foglio comunista, si chiamava Pugno Chiuso, era il primo numero e sarebbe rimasto l'unico. Il 25 luglio sono uscita dal carcere e di lì a poco sono entrata nella Resistenza».
Un’altra «voce» che già fa parte dell'archivio è quella di Lina Fibbi: «Nell’aprile 1945 ero incinta, il mio compagno era appena stato ammazzato dai fascisti. Luigi Longo mi incaricò di smistare a Milano l'ordine di insurrezione generale del Cln. Io andai: in bicicletta, con il pancione e con molta paura». Poi c'è quella di Walchiria Terradura, comandante della «Brigata Garibaldi-Pesaro», una formazione di sette uomini conosciuta come «Settebello». E quella di Teresa Vergalli, che diventò partigiana «per amore dei genitori, contadini poverissimi, che hanno cresciuto i figli a radicchio di campo e antifascismo».
Teresa Vergalli, pure presente al convegno, tiene molto a ribadire una cosa: «Ora si guarda con una certa qual comprensione ai ragazzi di Salò, perché anche loro sarebbero stati in buona fede. Ma anche noi partigiani eravamo ragazzi, e stavamo dalla parte giusta! È una differenza che non bisogna mai dimenticare». E lancia un appello ai ragazzi di oggi: «Attenzione, stiamo vivendo un momento grave, nel quale si cerca di svuotare la Costituzione dall'interno. Dovete colmare il silenzio che è calato tra voi e le generazioni che vi hanno preceduto. Tocca voi, adesso, arrabbiarvi e dare battaglia».

l’Unità 23.6.08



Raimondo Ricci, vicepresidente nazionale dell’associazione partigiani

Mi sento l’ultimo superstite ero in montagna e a Mauthausen. Ora tocca a voi difendere la libertà

Tonino Bucci

Oggi ha 87 anni, portati con vitalità. Interesse per la politica, acume, memoria storica, esercizio dell'eloquio - dote maturata nel corso della sua lunga professione di avvocato. Emozioni, nella sua vita, non ne sono mancate. E' nato nel 1921 a Imperia, anche se la sua città adottiva è Genova dove risiede tuttora. Quando era poco più che ventenne Raimondo Ricci era ufficiale di marina, «addetto alle comunicazioni in codice». Alle spalle aveva già un brillante corso di studi, «mi ero iscritto alla Scuola normale superiore di Pisa a diciott'anni. I miei genitori erano già morti entrambi. Mio padre, magistrato, era morto in Africa. Ero praticamente solo». Assiste all'8 settembre da una prospettiva particolare. «Pensi che ascoltai via radio le operazioni dei tedeschi mentre occupavano il porto di Genova».
La trafila che seguirà è simile a quelli di tanti altri compagni di generazione all'indomani dell'8 settembre 1943: lo sbandamento, i primi tentativi di organizzare la Resistenza armata all'esercito nazista. La montagna, il carcere, la prigionia, le percosse e la tortura, la deportazione. Dopo la guerra si iscriverà al Pci. E farà l'avvocato in prima linea. Gli toccherà difendere tanti ex partigiani da una persecuzione che oggi, forse, abbiamo dimenticato. «Negli anni della Guerra fredda erano guardati con sospetto. Molti subirono processi perché le loro azioni di lotta venivano considerate crimini». Raimondo Ricci è dirigente nazionale- vicepresidente vicario, per l'esattezza - dell'Anpi, l'Associazione nazionale dei partigiani italiani che da domani terrà a Gattatico (Reggio Emilia), nel Museo Cervi, la sua prima festa nazionale.


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categoria:contro, co sto popolo, a voce mozza, drento nà balena nera, carezza de nsogno, coperta colorata, cè chi decide
lunedì, 07 aprile 2008

Una frazione d’arcobaleno

Attraverso una scheggia di vetro

È un omaggio al cielo

Che si celebra nella corsa trafelata

Attraversando la piazza deserta

Puntellata di lustri lastroni,

e senza guardare il passo.

Mi chiedi cos’è la libertà,

la sua traduzione simultanea

nella cruda realtà.

Una cartina da un’altra mano disegnata,

punti e coordinate per seguirne la rotta,

tracciati prestabiliti,

cento, duecento gradini, salite

itinerari e percorsi già noti, discese.

Voglio essere libero di correre,

di parlare col ladro di fede

e col sacrestano di lotta operaia,

di farmi bagnare dalla pioggia e dal vento,

di ubriacarmi di  parole e di illusioni,

d’indossare un ideale e spogliarmene

confutata la tesi più bella.

Voglio che nessuno mendichi affetto

Né si trasformi in un postulante di diritto.

Voglio un sole che non scotti

ma che riscaldi i cuori e le mani tese,

voglio baciare la fronte dell’appestato

per cancellarne i fili che gli intrecciano le dita

e che l’agitato gesticolare sia suo

e di nessun altro che lo muove.

Voglio togliere il cappio all’impiccato

di notizie false e di sistematica manipolazione,

voglio sciogliere i nodi del pensiero comune.

Voglio un mantello rosso

e una spiga fra i capelli.

Voglio saltare l’ostacolo non raggirarlo,

voglio la risata a crepapelle

e vedere ancora di notte pulsare le stelle.

Voglio rubare ancora una volta un pezzo di cielo

nella mia scheggia affilata di vetro.

Il pane e le rose, della vita

Voglio un intero caleidoscopio. 

 

X

 normal_camillo

Il Partigiano Fuoco

 

"La fatalità che sembra dominare la storia non è altro appunto che apparenza illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo. Dei fatti maturano nell'ombra, poche mani, non sorvegliate da nessun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa. I destini di un'epoca sono manipolati a seconda delle visioni ristrette, degli scopi immediati, delle ambizioni e passioni personali di piccoli gruppi attivi, e la massa degli uomini ignora, perché non se ne preoccupa. Ma i fatti che hanno maturato vengono a sfociare; ma la tela tessuta nell'ombra arriva a compimento: e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia che un enorme fenomeno naturale, un'eruzione, un terremoto, del quale rimangono vittima tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente.differenza, di questo assenteismo. Dei fatti maturano nell'ombra, poche mani, non sorvegliate da nessun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa. I destini di un'epoca sono manipolati a seconda delle visioni ristrette, degli scopi immediati, delle ambizioni e passioni personali di piccoli gruppi attivi, e la massa degli uomini ignora, perché non se ne preoccupa. Ma i fatti che hanno maturato vengono a sfociare; ma la tela tessuta nell'ombra arriva a compimento: e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia che un enorme fenomeno naturale, un'eruzione, un terremoto, del quale rimangono vittima tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente".

[ … ]

"Odio gli indifferenti anche per ciò che mi dà noia il loro piagnisteo di eterni innocenti. Domando conto ad ognuno di essi del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime. Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze virili della mia parte già pulsare l'attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c'è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano nel sacrifizio; e colui che sta alla finestra, in agguato, voglia usufruire del poco bene che l'attività di pochi procura e sfoghi la sua delusione vituperando il sacrificato, lo svenato perché non è riuscito nel suo intento".

Gramsci, "La Città futura", pp. 1-1 Raccolto in SG, 78-80

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LAZIO/ VITERBO, SCOPERTO ARSENALE IN TUTTO 22 ARMI E MUNIZIONI

Munizionamento da guerra sequestrato a giovane coppia

Roma, 5 apr. (Apcom) - Sono in tutto 22 le armi trovate e sequestrate ad una giovane coppia di Viterbo. Fucili a pompa, pistole semiautomatiche con le relative munizioni, polvere da sparo, pugnali e stiletti in uso ad alcuni eserciti stranieri. Questo è quanto scoperto dalla polizia.

Il sequestro è stato compiuto dagli uomini della Divisione di polizia amministrativa della Questura di Viterbo, diretti da Francesco Monaco, nell'ambito di una vasta operazione disposta dal questore Raffaele Micillo per contrastare l'importazione illegale di armi sul territorio nazionale.

L'arsenale è stato sequestrato nell'abitazione della coppia. I due giovani, da quanto spiegano gli inquirenti, sarebbero impegnati in politica e candidati nelle liste per le prossime elezioni comunali della città. La polizia sospetta che siano collegati con qualche organizzazione terroristica definita 'non convenzionale'. Sono i corso gli interrogatori.

 mordillo stelle

La rivista "Internazionale" e i fascisti ....

autore:gbbx

 

"Internazionale" dà una sviolinata ai fascisti con un articolone di due pagine + foto

Sulla rivista "Internazionale" di questo mese appare un "bell"'articolo dedicato al caporione fascista Gianluca Iannone.

Il giornalista dimentica il ruolo di Iannone e della Fiamma Tricolore nelle aggressioni fasciste degli ultimi tempi a Roma, il razzismo delle "case per italiani", lo squadrismo dei giovanotti del Blocco Studentesco durante le elezioni della Consulta Studentesca, il revisionismo storico, la parentela della Fiamma col Movimento Politico illegalizzato ex decreto Mancino ... ma riesce a dire "...quelli di Casa Pound pensano a delle belle città giardino con cinema, biblioteche e centri per gli anziani..."

INTERNAZIONALE

• email posta@internazionale.it

ecco l'articolo integrale

GIANLUCA
IANNONE

Cravatta e croce celtica

È il direttore di Radio bandiera nera e
portavoce di Casa Pound, un palazzo di
Roma occupato dalla destra. Alle elezioni
si presenta con Storace e Santanchè

Cristiano de Majo


 Gianluca Iannone ha un tatuaggio sul lato sinistro del collo con scritto “Me ne frego”, ma chissà se poi se ne frega. È alto uno e novanta ed è grosso, imponente. Ha i capelli rasati e la barba lunga. Ha l’espressione di uno molto incazzato, ma quando si scioglie sembra un bonaccione. Somiglia vagamente a una versione estremista di Raymond Burr, l’attore che impersonava Perry Mason nella vecchia serie americana. È il fondatore e il portavoce di Casa Pound, la prima – o una delle prime – occupazioni di destra a Roma. È il cantante del gruppo Zetazeroalfa in cui si esibisce con il nomignolo Sinevox. È candidato alla camera con La Destra, al quarto posto nel collegio Campania 1, e quindi con poche speranze di essere eletto.

La prima volta lo incontro a Casa Pound, la comune fascista intitolata al poeta americano in via Napoleone III a Roma, nel quartiere Esquilino, cinque minuti a piedi dalla stazione Termini. È un vecchio palazzo del ministero dell’istruzione che si affaccia sui binari del tram. Il marciapiede è una sfilata di negozi cinesi. Qui, nell’inverno del 2003 prende vita quello che i fondatori chiamano “il sogno”: il palazzo disabitato è occupato “a scopo abitativo” da un gruppo di giovani di estrema destra. Venticinque famiglie con problemi di alloggio ricevono nuove case, a patto di rispettare alcune regole: 1) non fare uso di sostanze stupefacenti; 2) mantenere puliti gli spazi comuni; 3) pagare le bollette. Si organizzano anche incontri, dibattiti e presentazioni di libri, annunciati per le strade di Roma con manifesti dallo sfondo nero, inquietanti ma seducenti. Casa Pound ospita inoltre una sezione della Fiamma tricolore e la redazione centrale di Radio bandiera nera, “la prima web radio non conforme”.

L’atrio è buio. Ci sono dei motorini parcheggiati all’interno. Due ragazzi rapati a zero stanno sistemando dei pacchi. I muri bianchi sono ricoperti di scritte multicolori. Sono i nomi che piacciono a Casa Pound, i riferimenti ideali e culturali. Alcuni scontati – Gabriele D’Annunzio, Benito Mussolini, Filippo Tommaso Marinetti, Yukio Mishima – altri meno, come Jack Kerouac, James G. Ballard e Ray Bradbury. Mi faccio strada con soggezione, ma tutti salutano in modo cordiale e senza fare il saluto romano. Un ragazzo con il pizzetto sta disegnando qualcosa su una striscia di stoffa bianca. Una signora di una certa età scende le scale trascinandosi dietro una grande busta di plastica. Altri parlano in modo concitato. Tre ragazzi fanno avanti e indietro per un corridoio come se stesse succedendo qualcosa di importante.

Iannone mi riceve in un ufficio al secondo piano. Nella stanza c’è un suo ritratto fotografico in bianco e nero, a grandezza supernaturale, che mi guarda minaccioso. C’è una bandiera nera con scritto “451”, “perché Fahrenheit 451 è un libro che ci piace e in cui ci ritroviamo, e abbiamo dato il nome 451 alla nostra comunità metapolitica”. Ci sono aquile e simboli che non conosco. C’è una stampa con la foto di Totò e la scritta “Vota Antonio La Trippa”. C’è la foto di un guerrigliero del popolo karen con la mitraglietta in mano e la maglietta degli Zetazeroalfa. Lui, invece, è in giacca e cravatta, e indossa una camicia azzurra con le cifre ricamate. Quasi imbarazzato, mi spiega che ha appena rilasciato un’intervista in televisione, poi mi chiede di aspettare un attimo perché gli squilla il cellulare. La suoneria del telefono è la vecchia sigla di Novantesimo minuto.

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lunedì, 25 febbraio 2008

E’ nel mucchio che si pesca,

tirando a sorte,

chiudendo stretti gli occhi,

per non vedere se è uno stagno

di letame e fogliame

o un ruscello di acque cristalline.

Si tira su di peso,

e si strappa alla vita.

Quante volte lo si è guardato,

ma non è legittimo, convulso si dibatte,  

non è uno spettacolo o un’abile manovra

perché sia il direttore della giostra

a stabilire il prezzo del biglietto,

e gli astanti con agli occhi

lacrime artificiali e d’applausi fragorosi

allenano i palmi, tanto da bruciare.

E’ nel mucchio che si colpisce,

senza prendere giusta la mira,

perché non importa

se è silenziato lo sparo,

se è a salve, o d’ipocriti sorrisi la munizione.

E’ pur sempre contemplato dal più macabro

ragioniere, la resa dei conti che fa pari e patta.

E’ nel mucchio che si coglie,

quello che è funzionale allo scopo,

con i tacchi calpestandolo, con cura e dovizia,

tanto da dimenticare che dietro a quelle fattezze

c’è ancora un uomo che,

dalla teca di cristallo

ha appena estratto il proprio cuore

e non ce lo richiuderà a breve.

E’ nel mucchio che si pesca.  

 

X

 

Segavano i rami sui quali erano seduti e si scambiavano a gran voce le loro esperienza di come segare più in fretta, e precipitarono con uno schianto, e quelli che li videro scossero la testa segando e continuarono a segare. (Brecht da Esilio)

 


“Il fascismo piaceva agli italiani, forse piace tuttora, perché era intransigente a parole, ma permissivista, complice dei nostri vizi nei fatti. È per questo che si sente puzza di fascismo perenne nella retorica permissivista della Repubblica per cui chiunque faccia il suo dovere è un eroe, qualsiasi morto va applaudito al passar del feretro, anche il mercenario che faceva la guerra per soldi al servizio di coloro che con la guerra fanno affari, salutato da fanfare e capi di Stato dolenti.
Ci siamo abituati nella Resistenza ai morti insepolti, che un nemico feroce lasciava appesi al cappio della impiccagione o in qualche fossa comune. Diffidavamo anche dei funerali familiari. Il nemico feroce li usava per fotografare i presenti. La democrazia non è intransigente come le dittature, ma una democrazia che non sappia difendersi ha breve vita. E quando una democrazia come la nostra è fondata sulla Resistenza e sul patto resistenziale che esclude il ritorno del fascismo, coloro che stanno nelle "stanze alte" dello Stato devono intervenire in difesa dello Stato e non di chi ne minaccia l'esistenza.
La differenza fra un'opinione pubblica democratica e una filo-fascista, filo-autoritaria non è una questione di vaghe idee come si ama far credere, ma di seri comportamenti, di rispetto delle leggi e non della loro violazione sistematica. Assistiamo a una fioritura di fascisti inconsapevoli o fascisticamente tracotanti: uomini politici che essendo a capo del governo invitano i cittadini a non pagare le tasse e a non accettare le decisioni della magistratura, a definire i giudici assassini e i giornalisti onesti terroristi, sindaci che pur sapendo che l'apologia di fascismo è un reato vogliono intitolare una via a Pavolini, il capo delle brigate nere, la teppaglia arruolata dal fascismo morente: l'esercito nero che, venuta meno la protezione dei tedeschi, si sciolse, scappò, non ebbe il coraggio di opporsi a quella insurrezione che non fu una bugia, ma liberò le città e presentò agli alleati vincitori un paese che poteva autogovernarsi, che meritava di rientrare fra le nazioni civili, che ricostruiva il paese distrutto, che arrivava a un più civile rapporto fra le classi sociali.
È a questo patrimonio di sacrifici e di opere dobbiamo rinunciare, questi meriti dobbiamo abbandonare alla diffamazione solo perché è di moda parlar male dei padri, diffamando quella grande occasione dai diffamatori perduta, quella occasione di mostrarci al mondo come un paese coraggioso e civile? Il revisionismo è accettabile anche come menzogna?
Guardavo un servizio sull'attentato di via Rasella di una televisione, manco a dirlo revisionista: sosteneva che i partigiani avevano attaccato una colonna di pacifici altoatesini, bravi figli di mamma capitati per caso nella Roma della Resistenza. In realtà trattavasi del famigerato battaglione Bozen, specializzato nella repressione di partigiani, più nazista dei nazisti. Manca solo che le stragi di Marzabotto come di Sant'Anna di Stazzema siano rievocate come delle liete scampagnate delle brave SS del colonnello Reder.
La revisione della storia è una funzione culturale indispensabile, ma forse lo è di più, e prima, la conoscenza della storia: sapere, anche se a grandi linee, come è avvenuto che l'Italia sia diventato uno Stato unico e indivisibile.”

Da L'INTRANSIGENZA MAESTRA DI VITA di Giorgio Bocca