lunedì, 13 ottobre 2008
Ci fu un particolare periodo, o più d'uno, della storia dell'uomo in cui cadevano le teste. Proprio così, scendevano lungo il collo della persona, a volte anche degli animali e rotolavano lungo le spalle, fino a precipitare a terra, esattamente come dei cocomeri maturi. Spesso si spaccavano a metà e molto più spesso venivano portate via di nascosto nelle notti buie dai ragazzini che uscivano furtivamente dalle loro piccole case di città. Non si può dire con certezza che le teste venissero separate con violenza dal resto del corpo, con un atto pianificato, che so un'arma o una ghigliottina messa in opera come di nascosto sul proprietario di cotanta estremità. No, niente affatto, sarebbe stato fin troppo semplice e chiaro da farsi: c'è che si verificò una vera e propria epidemia di precipitazione di teste, con la stessa frequenza e modalità di una banale alopecia, o di quando un'unghia dopo essere stata urtata contro una parete o un peso, per sbaglio o per rabbia, dopo essere diventata rosso vermiglio si trasformi in blu, poi nero, per infine cadere e farsi docilmente sostituire da una nuova e fresca come appena nata. Una volta atterrata la testa lasciava fuggire via in nugoli sciamando quelle poche idee che la avevano abitata, sgomitando a volte, standoci fin troppo larghi, altre. La cosa strana è che di quei tempi nessuno ebbe a volersene né a lamentarsi di quando si aggirava per le strade e si toglieva il cappello quasi direttamente dal collo per salutare, nessuno poi si mise a speculare su come quelle teste continuarono a vedere, annusare un profumo o figuriamoci a parlare. Si racconta che avvenisse e basta, alla faccia di quella testa decollata. I più fanatici e quelli che facevano fatica a separarsene, cosa che poi sarebbe presto o tardi avvenuta, portavano quella “sfera” sottobraccio (come consumati calciatori prima di battere una punizione) e di tanto in tanto con le dita dell'altra mano aggiustavano le ciocche sparse di capelli. Fino a che non sopraggiungeva il Comitato Promotore dei Senza Testa e gliela strappava a forza da quella drammatica stretta, beninteso tutto secondo il bene del singolo, del decoro e della comunità tutta. Si racconta poi che quelli più importanti fecero di tutto e di più (a volte anche di peggio), esortando scienziati e maghi per tenere bene a bada le proprie di teste ,ancorate alle spalle, per la paura che da un momento all'altro corressero lo stesso medesimo rischio. Alcuni arrivarono a rubarle, altri, preventivamente a pagarle a peso d'oro, ché non si poteva mai sapere. I ladruncoli le scippavano agli angoli dei marciapiedi, anche se erano quelle di signorine a passeggio o di vecchietti con le teste canute al sole di una panchina dei pubblici giardini. L'ingegneria genetica ne produsse limitatissimi numeri in laboratorio per chi se le poteva permettere, previo segretissimo compenso. Il mercato ebbe le sue pesanti ripercussioni, tutti i berrettifici optarono per un abile depistaggio di produzione: cominciarono a fabbricare dei guanti, molto più idonei, e delle sciarpe di sicura vendita. Par chiaro e inutile ribadirlo che in molti casi ci furono quelli che la testa non la persero mai, nemmeno una volta nel corso della loro esistenza, nemmeno per sbaglio. Così come quelli che per necessità la vendettero anzitempo, uscendo tutti interi e rincasando così privi di capo senza che nessuno della famiglia ebbe mai da ridire né eccepire. Le mamme smisero, va da sé di sferruzzare tutine di maglia comprensive di cappuccio. Anche i parrucchieri andarono falliti, si passò direttamente alle stole di pelliccia per le signore. I più ricchi se le fecero fare di crine umano, non era proprio tutto ma almeno qualcosa ricordava. Nessuno si pose mai il problema del contenuto del celebre cerebro. Si trattava esclusivamente di una questione di forme e fattezze, del comune sentire estetico, dell'unanimamente accettato come norma dettata dal piacevole e figurativamente sensato. Senza le idee a turbinare le teste s'erano atrofizzate, avanzarono coraggiose teorie filosofi e sociologi, la creatività s'era molto tempo prima scrollata di ogni più elementare prerogativa, spiegarono i pedagoghi. I politici aggiunsero semplicemente che era questione di tempi, che dati i corsi e ricorsi storici e cunei fiscali, infondo non era poi una così grave perdita, ché ci avrebbero pensato loro a tutta quella gente disgraziatamente acefala da un giorno all'altro. Perché tutto sommato, grossa differenza non c'era coi tempi ad esso precedenti. “Anzi, è stato debellato il problema della forfora, dell'emicrania e della cute grassa” sentenziarono i giornali. E lo fecero non senza poca solennità.

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«La rivoluzione non è una mela che cade da sola quando è matura. Devi farla cadere»

Ernesto Che Guevara


Cocaina nera


Dal Venezuela, passando per Napoli, spunta ancora il nome di Stefano Delle Chiaie
Saverio Ferrari-Left-03/10/2008


All’alba del 4 luglio scorso, per traffico internazionale di droga, veniva arrestato nella sua abitazione di San Giuliano Milanese un agente di polizia municipale, Domenico De Falco, di 41 anni, in servizio a Gaggiano, un comune alle porte di Corsico.
Originario di Pomigliano d’Arco, Domenico De Falco, una gran passione per le auto di lusso, era noto per il suo carattere irruento. Si era già fatto conoscere nel paese per alcuni diverbi coi cittadini. Assunto come vigile urbano nel 2001, aveva lavorato fino al 2005. Dopo un’interruzione di quasi due anni, nell'aprile del 2007 era tornato a Gaggiano, ma qui, a causa di una condanna per rissa con un capostazione, era stato privato della pistola e destinato a mansioni da centralinista al comando dei vigili, presso il Municipio in via Roma.
Tutta la storia ha inizio il 26 agosto 2005 con il sequestro a Castello di Cisterna, in provincia di Napoli, di un grammo di cocaina trovato in possesso di Domenico Piccolo. Dal controllo della sua utenza telefonica, da pedinamenti e appostamenti, si arrivava, due settimane dopo, a intercettare ben due chilogrammi di cocaina all’aeroporto di Malpensa, nascosti all’interno di alcune opere d’arte. A trasportarle Raffaella Parenti, 43 anni, di origini genovesi, di ritorno da un viaggio in Venezuela.
Istruttrice di tecniche di difesa personale e responsabile della sicurezza di importanti industriali e personaggi pubblici, Raffaella Parenti, finita in manette, decideva quasi subito di collaborare con la giustizia rivelando nomi e cognomi del gruppo di narcotrafficanti di cui aveva fatto parte, segnalando in primis Domenico De Falco, conosciuto proprio a Milano nel 2003, con cui aveva intrecciato anche una relazione sentimentale.



IL BLITZ

Dopo tre anni di lunghe e laboriose indagini, scattava agli inizi di luglio il blitz. Trentatré erano gli arresti che venivano effettuati dai carabinieri su richiesta del pm Vincenzo D’Onofrio della Direzione distrettuale antimafia di Napoli. Ciò che maggiormente aveva attirato l’attenzione degli investigatori era stata la ricostruzione di un incontro (poi saltato) tra Raffaella Parenti, Domenico De Falco e “don Paolo” successivamente identificato in Paolo Di Lauro, all’epoca latitante, boss di una delle più potenti organizzazioni del narcotraffico internazionale. “Era il febbraio 2005 – raccontò la Parenti ai magistrati – “il De Falco mi portò con sé nei pressi della stazione Circumvesuviana di Pomigliano, dove c’erano ad attenderci cinque persone. Una era quella che successivamente ho saputo chiamarsi Piccolo Domenico, delle altre quattro non mi venne detto il nome; solo una di queste mi fu detto che era nipote di un boss della zona appartenente al clan Foria. De Falco mi rappresentò che da lì a poco avremmo incontrato un importante latitante, ma l’incontro saltò dopo che il nipote del boss locale, ricevuta una telefonata, avvertì gli altri che tale don Paolo non avrebbe potuto incontrarci, in quanto quel giorno non passava da Scampia. Rientrammo io e De Falco a Genova. A mia richiesta sulle ragioni di quell’incontro, De Falco fu molto evasivo, anche se mi parlò di quel latitante che avremmo dovuto incontrare indicandolo con il nome di Ciruzzo”. “Ciruzzo” non era altri che Paolo Di Lauro. Pochi mesi dopo, nel settembre 2005, fu arrestato a Secondigliano.
Dalle intercettazioni telefoniche e ambientali emergeva con evidenza che era stata messa in piedi, con l’appoggio dei Di Lauro e degli “scissionisti”, una rete di piccoli imprenditori e commercianti che aveva inondato di cocaina la Campania. De Falco teneva i contatti con Di Lauro e un esponente della famiglia Foria. Il centro dello spaccio era a Pomigliano d’Arco in due locali: al bar “Zelig”, nel centro storico, e alla pizzeria “Lo sfizietto”. Due le rotte della droga: una dal Venezuela e una dalla Spagna. Gli stupefacenti iberici venivano poi trasportati in auto modificate con appositi vani grazie a carrozzieri compiacenti. Ma c’era qualcosa di più.
mercoledì, 16 luglio 2008

Questa è la storia di una rosa, una rosa rara che non ha cognizione del suo essere tanto bella. Rosa fra le rose, rossa nel rosso, nella distesa recintata di un giardino, nel rosso di una sfera arroventata del tramonto. Risplendeva e della propria bellezza non si curava poi tanto. Era una rosa generosa: non c'era bisogno di saccheggiarne petali e foglie, se ne staccava con l'atto di donarne senza che le fosse richiesto. “Ecco prendi questo” diceva con l'aria dolce e svagata “te ne faccio omaggio, è tuo”, “Puoi tenerlo in un cassetto come pensiero profumato, o farlo pian piano essiccare tra le pagine del libro che ora stai leggendo e ti ricorderai di me. Del rosso dei miei petali quando erano vivi”.

Non si chiedeva davvero se quei petali sarebbero nati, come risorti dal bocciolo, ricresciuti tali e quali a quelli strappati in un atto d'affetto. Allo stesso modo donava anche le spine, che a ben vedere le offrivano in dote una bellezza ancora più rara e misteriosa. Iniziò con un uomo burbero dall'aria inquietante “che vorresti da me? Una spina?”, quello nemmeno rispose che fece per allungare la mano tozza e grossa, che ricordò alla rosa quella del suo giardiniere, ma nella mossa che somigliava più a uno scatto vide molta più aggressività, che fino a quell'istante il suo piccolo mondo non le aveva dato il lusso di conoscere. La rosa fece istintivamente un passo indietro, alla faccia delle radici e del roveto, come per ritrarsi. L'uomo tozzo e grosso come la sua mano, quasi ansimante dal desiderio di mettere in atto le sue bizzarre volontà rispose: ”mi serve la tua spina, ho assoluto bisogno della tua spina e se non vorrai darmela sarò io a prenderla con la forza”, “ma almeno dimmi che vuoi farne” chiese come in un grido disperato la rosa. “Devo punire una persona, e il tuo petalo mi assolverà mentre la tua spina mi aiuterà a ferirla mortalmente e tu sarai mia complice”. “Nessuno ti crederà!” gridò fra il fogliame che frusciava vorticoso nel vento e che cominciava a cadere d'oro e porpora sul terriccio per via dell'autunno che s'incamminava a passo lento. “La mia parola di certo – e sogghignò – vale molto di più della tua, mia piccola stoltissima rosa”. “Volendo potrei estirparti e zittirti per sempre”. La rosa cominciò a piangere lacrime di rugiada molto più copiose di quelle che si vedono come diamanti luminosi e accesi sui petali rubini d'estate al mattino presto. “Smettila di piangere e dammi quella spina”, allungò le dita con le unghie annerite dal lavoro nei campi e la mutilò come se strappasse un arto, un braccio o una gamba. Si racconta che la rosa sanguinò per qualche istante, un minuto al massimo. E che da quelle gocce distratte e fuori dall'ordinario di ogni legge botanica nacquero delle roselline minuscole ma bellissime. Peccato che chi le generò non ebbe modo di vederle. Il giorno dopo la rosa avvertì una fitta proprio dove la spina le era stata strappata, cosa strana pensò, perché la ferita e la cicatrice s'erano quasi immediatamente rimarginate senza lasciar segno se non nel mondo non troppo immaginario del dolore. In quel momento passava il giardiniere con la giovane moglie, anche lei somigliava a una rosellina di campo nelle guance e nella postura. “hanno ucciso un uomo in paese” disse come per non essere ascoltato dal cuore della ragazza, cuore puro e di rara modestia. “ma da noi nessuno uccide nessuno!” disse quasi sospirando. Eppoi prese a lacrimare pian piano. Si tolse i guanti e passo passo si diresse verso la rosa, proprio quella rosa che era impallidita fino a diventare di cipria e nuvole, i petali di cristallo si fecero di petroso e lapideo fossile. La ragazza preso un guanto lo infilò sul bocciolo, regalando alla rosa il sogno, così vestita e ammantata, d'essere eterna creatura.

Qualcuno giura d'averla vista sbocciare il giorno dopo.

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«L´immunità temporanea per reati comuni è prevista solo nelle Costituzioni greca, portoghese, israeliana e francese con riferimento però al solo Presidente della Repubblica, mentre analoga immunità non è prevista per il Presidente del Consiglio e per i ministri in alcun ordinamento di democrazia parlamentare analogo al nostro»
Appello contro il "Lodo Alfano" firmato da 100 costituzionalisti, ApCom 4 luglio



Carlo Giuliani legge le lettere dei partigiani condannati a morte


Diritti a Genova

Ritorno a piazza Alimonda. A denunciare le ingiustizie di oggi, partendo da quella che negò la vita a Carlo

Giuliano Giuliani


Ancora Piazza Alimonda. Ancora Genova. Sì. In sette anni è cambiato poco o nulla. Molto è peggiorato. Per questo è ancora più necessario esserci.
Quelli che erano al Forte San Giuliano e nei luoghi dove si dirigevano la repressione e il disordine pubblico oggi sono di nuovo al governo. Chi la sera stessa emise la sentenza di legittima difesa, oggi occupa la terza carica dello Stato; ha fatto anche il carino con gli Ebrei, come ricorda Moni Ovadia, mai con i Palestinesi, che in quel contesto sono sicuramente i più deboli.
Chi dichiarò dalle scalette di un aereo di aver dato l'ordine di sparare e poi gratificò Marco Biagi dell'epiteto di «rompicoglioni», oggi è di nuovo ministro e pontifica sul nucleare, ignorando le scorie, tanto poi ci pensa la camorra.
Chi fu autore di un lodo teso a rendere non punibile il suo «maestro», oggi occupa la seconda carica dello Stato e ha diretto i lavori per l'approvazione di quel lodo ammodernato.
Chi diresse la repressione, ordinò la Diaz, costrinse suoi sottoposti alla falsa testimonianza e a smentire precedenti dichiarazioni, dopo una breve pausa trascorsa sulla spazzatura della Campania dirige oggi il complesso dei servizi, che spesso si scoprono deviati.
Chi diresse e coprì la «macelleria messicana» è stato promosso e oggi, con l'ennesima legge ad personam, è ancora più sicuro della prescrizione. Naturalmente la cosa vale anche per chi «torturò» (le virgolette non diminuiscono la colpa, ma indicano che in Italia quel reato non è contemplato).
«Scendendo per li rami», cioè per i gradi, persino chi lanciava sassi ai manifestanti e poi accusava un manifestante di avere ucciso Carlo con un sasso, è stato promosso e oggi è questore.
Si sollecita e si esaspera un clima di tensione e paura per estorcere consenso intorno a leggi razziste e liberticide che valgono al paese il biasimo dell'Europa. La militarizzazione del territorio è la traduzione di questa manovra in gran parte mediatica, che si avvale di un'informazione spesso asservita che fa il resto, sorvolando, mentendo. L'allarme lo lanciano non gli estremisti di sinistra, ma i più autorevoli rappresentanti della cultura liberale. Dice Eugenio Scalfari: «Attenti al risveglio. Può essere durissimo. Può essere il risveglio di un paese senza democrazia».
Un tempo c'era chi si lamentava del «lacci e laccioli». Chiamavano così i diritti che faticosamente e a duro prezzo si riusciva a inserire nella legislazione, nei contratti, nel funzionamento della macchina statale. «Lacci e laccioli» che imbrigliavano l'economia e impedivano (questa era già allora la litania del padronato grande e piccolo) alle vele dello sviluppo di alzarsi e gonfiarsi. Qualche sera fa «Primo piano» ci ha fornito una versione allucinante della teoria dei lacci e laccioli. E' stata riproposta l'intervista televisiva del padrone della fabbrica umbra che chiede risarcimento ai familiari dei quattro lavoratori morti il 26 novembre 2006. Si lamentava del fatto che non fossero ancora stati sgomberati i poco gradevoli resti dell'incendio, perché tutta quella roba e il continuo parlarne rovina il mercato e danneggia l'azienda. Oggi i lacci e i laccioli non esistono più, non esistono più neppure le stringhe delle scarpe, e ancora non basta. Uccidono ogni giorno sul lavoro, perché non ci sono protezioni, non si rispettano le regole, non c'è la sicurezza di cui ci si dovrebbe occupare davvero, quella sul lavoro. Ma il padronato non vuole, e il governo della destra di nuovo insediato toglie di mezzo anche i timidi tentativi di introdurre qualche regola.
Occorre produrre, correre, competere: per il mercato, per lo sviluppo. Dire per il profitto, per il padrone non sta bene, sembra che se ne vergognino. «Spara prima la mina, mezz'ora si guadagna, me ne infischio se rischio se di sangue poi si bagna, tu prepara la bara minatore di zolfara», grida una canzone di Michele Straniero e Fausto Amodei, degli anni '60.
Quella canzone la potremo ascoltare alla mostra che il Comitato Piazza Carlo Giuliani allestisce al Munizioniere di Palazzo Ducale dal 15 al 22 luglio. La ascolteremo insieme a tante altre che ci fanno ritrovare la storia e le passioni di quegli anni e ci fanno comprendere meglio quello che accade oggi. Perché è ancora così, anche oggi si deve fare più in fretta. No, è peggio di così. E a morire sono quasi sempre gli ultimi, i più deboli, i più indifesi. Sarà una mostra sul lavoro e su quello che gli sta attorno. Le lotte, i morti, i diritti. Canzoni e filmati e manifesti e fotografie e storie. Già, storie. Che insieme fanno un pezzo di storia.
Noi la storia la cominciamo da Piazza Alimonda, da Carlo, dall'omicidio che lo ha privato dei suoi vent'anni, del diritto a conoscere un pezzo di futuro, con gli altri, per gli altri.
Sono sette anni che ripetiamo che si è trattato di un assassinio. Che persone meschine gli hanno negato persino il diritto a un processo che potesse affermare la verità, che chiarisse gli imbrogli, i sotterfugi, le omissioni, le falsità di cui si sono avvalsi.
L'assassinio di Carlo resta il simbolo della repressione genovese, il punto più alto, ciò che determina poi la Diaz e Bolzaneto e gran parte delle stesse violenze di strada. Alcune anime belle (non parlo della destra) provano a distinguere. In Piazza Alimonda ci sarebbero stati i cattivi, quelli che se la sono andata a cercare. Alla Diaz e a Bolzaneto i bravi, quelli che non c'entravano. E' un modo poco attento a quella che non è più soltanto cronaca. Sono il clima cileno e la vendetta politica della destra che costruiscono la sospensione dei diritti democratici. In Piazza Alimonda Carlo è fra quanti hanno deciso di operare un «reato di resistenza», cioè di rispondere alle cariche violente e ingiustificate di reparti speciali di carabinieri. Lo ha implicitamente riconosciuto il Tribunale che nella sentenza contro 25 manifestanti accusati di devastazione e saccheggio ha derubricato l'accusa per la maggior parte di essi. Carlo sarebbe stato condannato in primo grado a tre anni. Invece è stato condannato a morte con esecuzione immediata. Ecco perché ci pare giusto che una mostra sul lavoro, sui suoi diritti, sulle morti sul lavoro e quindi sui diritti negati, incominci da Carlo.
Per questo siamo ancora a Genova, Per questo, il 20 luglio, siamo ancora in Piazza Alimonda.



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categoria:co sto popolo, er cane nero, cera na vorta, er barcone, carezza de nsogno
venerdì, 04 luglio 2008

Ci fu un tempo, oggi quasi da annoverare fra quelle fasi isolate della storia, in cui l'uomo credeva d'essere libero. Gli bastò sapere che gli altri gli permettevano di crederlo e di attuare la sua libertà come meglio ritenesse opportuno. Non è dato certo che fu per due ragioni in diverse occasioni, ma più o meno assimilabili, cioè che in quel momento l'uomo fu lasciato a se stesso, per ragioni talmente contingenti che non permettevano di fermare il pensiero sulla categoria umana, tanto indaffarati a concentrarsi su altro, come fame e carestia, o scambiare petrolio per generi alimentari, o semplicemente facendo sempre credere all'uomo che era lui a stabilire coordinate e dettami che applicava, sempre col beneficio del dubbio, a lui stesso. Capace quindi anche di insorgere alla sua stessa volontà se un impeto di ribellione l'avesse richiesto. Ma l'uomo non si contentò nemmeno in quella circostanza tanto vasta da lasciargli il libero arbitrio, un raggio di movimento tale, mentale e fisico, d'ampio respiro, da poter andare dall'equatore ai due poli in un medesimo istante, di pensare al giorno con la luna e alla notte più assolata, di concepire una laica divinità (ma questo accade ancora oggi) come un religioso dogma pagano (come sopra). Insomma, lui per essere libero, giacché aveva provato tutto, anche la libertà più sfrenata, quella lesiva e quella narcisista, quella egoistica e quella di una generosità speculare (ma ci si contentava uguale, visto che di nocivo non aveva nulla), e per essere l'essere più libero di tutti, anche delle rondini e dei lupi, dei delfini e dei gabbiani pensò concentrandosi tutto il tempo sul da farsi. E capì, a modo suo, e tanto autopersuaso, che per essere libero doveva nascere schiavo. Strana cosa a dirsi, figuriamoci a pensarla. Qualcosa suggeriva che nel suo remotissimo passato ciò doveva essere accaduto perché era come se ai polsi avesse ancora i segni delle catene e alle caviglie ne sopportasse ancora il peso. Ma purtroppo la decisione era già cosa fatta. Quando un'idea si palesa è in alcuni casi già concreta, tattile e visibile.

Inizialmente si stabilì che sarebbero stati tutti schiavi e così fu per un certo tempo senza che nessuno ebbe a lamentarsi. Il cibo fu da procacciare, le città si innalzarono dopo grandi sforzi inimmaginabili fino a poco tempo addietro, alcuni caddero senza vita costruendole, altri sudarono sette camicie di sangue e lacrime. Le donne furono separate dai loro compagni e portavano sui luoghi di fatica anche i piccini, chi a spalla, chi a dargli una mano. E questo venne considerato modello ideale della società umana e nessuno ebbe da ridire. Di tanto in tanto con la fronte arsa dal sole si pensava a quanto era bello starsene sdraiati presso una palma a discutere di cose filosofiche o di banalità ad occupare il tempo. Ma il cattivo pensiero era facile da scacciare quando c'era da sollevare un carretto di mattoni o salire in cima agli alberi e cogliere la frutta prima che maturasse troppo.

Era bello ma tutto questo all'uomo diceva che qualcosa mancava in questa mirabile struttura.

Un giorno un uomo cominciò a dire frasi inconcepibili, disse d'aver visto un gruppuscolo con le mani bianche di ozio e con i volti pallidi di ombra e riposo, le donne erano diverse dalle loro, nessuna era segnata da rughe profonde, nessuna aveva il corpo appesantito dalle continue gravidanze. Nessun bambino aveva lo sguardo spento e piangeva dalla fame a metà giornata. I loro erano pargoletti floridi e pasciuti, allegri e giocosi.

Nessuno gli credette perché non era possibile che così fosse, tutti erano uguali e tutti subivano la stessa sorte ed erano sottoposti alla stessa legge e alle stesse regole. L'avevano studiata alla perfezione una simile architettura, - :staremo mica scherzando?

Un giorno uno di questi, un giovane di belle speranze incontrò la più bella ragazza del luogo col viso scolpito nella neve e nella rugiada, la vide da lontano come un'apparizione e non poté credere ai suoi occhi, stanchi, dopo una giornata di lungo e duro lavoro. La guardò e lei fuggì talmente veloce che lui si rimise a sgobbare e a lavorare lesto. Tutto questo non era possibile. E' evidente che quel genere di uomini non esisteva, poiché nessuno li aveva mai visti ai campi o lavorare nei cantieri.

Si pensò a delle allucinazioni. Alcuni vennero curati alla bell'e meglio per disturbi a carico del sistema nervoso. Altri si fecero zittire come era possibile. Qualcuno credette senza dubbio che erano fuggiti lontano, in un altrove che era inimmaginabile, altri ebbero paura di pensare che fossero semplicemente scomparsi.

Tutti ma proprio tutti pian piano dimenticarono, dopo nemmeno un paio di generazioni quanto fosse bello essere liberi come per un gioco del destino, erano all'inizio, un inizio che ebbe un poi stranamente stabilito da loro, con la loro stessa volontà, senza troppo accorgersi di quanto avevano sbagliato, di quanto male avessero fatto. A se stessi, si capisce, mentre agli altri, che sembravano come non esistere se non in una realtà e dimensione parallele, fu di grande giovamento.

La memoria svanì nel nulla a grandi passi, solo alcuni ebbero sporadici barlumi, ma non gli rimaneva che deglutire assieme all'amaro quotidiano quella speranza superstite ormai sottile come un'acciuga.

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[..] «cercando di riattivare processi di civiltà in questa barbarie dilagante che non si può più tollerare». «smetterla con la configurazione dell’ebreo di corte, “quello carino, con lo zucchetto, con il quale ci si fa fotografare insieme per farsi assolvere del passato”. Si fa i carini con gli ebrei e e le carinerie al governo di Israele, che ormai è armato fino ai denti, e dunque dalli allo zingaro e al nero... Ma davvero ci siamo dimenticati che rom e ebrei hanno avuto lo stesso destino? Che sono 500mila i rom morti nelle camere a gas solo perché non hanno trovati altri?
E ancora, l’affondo più doloroso è per un’Italia dalla memoria corta, cortissima, che dimentica che dopo la seconda guerra mondiale erano 743 i criminali di guerra italiani reclamati da africani, slavi, albanesi e greci e nessuno è stato portato davanti ai tribunali «solo perché c’è stata la Resistenza antifascista». I comunisti hanno riportato la libertà in Italia con il sangue dei partigiani, mentre i fascisti italiani sono stati complici dei nazisti nello sterminare gli innocenti. Troppo facile ricordare le foibe dimenticando quello che c’è stato prima. Troppo semplice dare la colpa ai rom, dimenticando che «i veri criminali sono italiani e si chiamano Toto Riina e Provenzano».

Moni Ovadia, Palasport di Villorba, Treviso 2.7.08



IL SOTTILE FASCINO DEL NEOFASCISMO

IL SOTTILE fascino del neofascismo da generone. Non come riedizione di un' idea della politica, di una pratica della politica che fu protagonista fra le due guerre mondiali e che è irripetibile, ma come voglia di rivoltarsi nel peggio, come odio per la buona educazione civica e per la storia, come l' eterno disprezzo per il "culturame". Il "Giornale", il quotidiano politico del cavalier Silvio Berlusconi, pubblica due pagine definite dal suo direttore di ' revisionismo storico' . Un articolo dell' ordinovista Erra in cui si spiega che la Germania nazista scese in campo per salvare l' Europa dalla immonda democrazia capitalista e dal feroce imperialismo comunista. E a fianco, l' articolo di un ignoto storico inglese il quale afferma che la Resistenza europea fu un bluff impopolare. Questo non è revisionismo storico, ma ignoranza e beceraggine. Ignoranza che a Monaco le grandi democrazie cedettero al ricatto nazista, che arrivarono alla guerra disarmate e che per convincere gli americani a entrarci Roosevelt dovette sopportare Pearl Harbour. Ignoranza dello Stalin che confidava ancora nei patti hitleriani quando già l' attacco nazista era in corso. Né si capisce come si possa fraintendere sul ' terzo elemento' storico del nazismo scritto chiaramente in Mein Kampf e poi eseguito con la soluzione finale degli ebrei che per il signor Erra certamente sarà un' invenzione della propaganda. Nessuno scandalo. Al cavalier Berlusconi un giornalismo così va bene non perché sia fascista o neonazista, niente di più lontano dalla sua bonarietà umana e commerciale, ma perché per lui son cose senza importanza, chiacchiere senza peso, combustibile come gli altri divorati dalla onnivora informazione. Il sottile fascino del neofascismo! Nel senso che un consumo culturale vale l' altro, una storia falsa ne vale una vera, l' indignazione morale è cosa stramba da riderci su, il senso della decenza un illustre sconosciuto. TRIONFA nell' informazione lo smercio delle bufale storiche. Persino uno studioso serio come De Felice è venuto fuori con la storia del Mussolini ucciso dagli inglesi, come se Mussolini non fosse stato catturato e giustiziato dai partigiani comunisti, secondo la testimonianza inoppugnabile di Longo e di Solari. Non sarà un concerto meditato, ma il risultato è quello di far sapere che la storia scritta dell' antifascismo è storia falsa, propaganda. Ci si mettono anche i familiari del Duce, la figlia Edda, il figlio Vittorio, la sorella Edvige e consorte mostrano l' abito di nozze di Rachele fotografati assieme all' editore Dino che va ripubblicando il ciarpame della letteratura neofascista. Triste spettacolo vedere una famiglia che forse senza accorgersene partecipa al mercato nostalgico di bassa lega e riduce a feticcio un personaggio storico, dominante nel socialismo rivoluzionario, direttore dell' "Avanti!", teorico del corporativismo, uno che non può essere ignorato per il mediocre, tragico epilogo delle aquile di cartapesta. Essere antifascisti in questa Italia presa dal sottile fascino del neofascismo, è, nel migliore dei casi, un fatto di cattivo gusto, di moralismo assurdo, di insopportabile puzza sotto il naso. Come se l' antifascismo fosse un conformismo da vecchi spaesati che coltivano paure inesistenti, combattono contro le ombre, ripetono vecchi slogan e non il controllo attento di questa confusa e pericolosa transizione, non la difesa attenta dei valori democratici e diciamo pure della cultura. Tutto deve apparire poco importante perché il peggio possa passare. UN ESPONENTE della vita parlamentare, il capo della commissione cultura della Camera, Vittorio Sgarbi, rilascia una dichiarazione demenziale, paradossale, quasi comica sul procuratore di Palermo Giancarlo Caselli: è lui il vero amico della Mafia, lui con il suo protagonismo ha fatto spendere cifre folli nelle sue inchieste persecutorie contro Andreotti, per comperare i pentiti, è lui che ha provocato la fuga dalla Procura di Palermo di quattordici magistrati. I giornali e le televisioni riportano l' inaudita dichiarazione nella rubrica fatti vari o in quella fatti curiosi, con l' aria di dire "il solito Sgarbi, che mattacchione". E suppergiù così gli ultimi digiuni e distribuzioni di droga del Babbo Natale Pannella che ha trovato il modo di versare dentro il cafarnao della politica italiana altri venti o ventiquattro referendum seguiti da un esercito di indefinibili sostenitori, simili a quelli di una setta religiosa che si sentono popolo sovrano, ovazionano Martelli e terroristi neri, e sono riusciti in due imprese incredibili: fare del movimento radicale un sostenitore dei reazionari e dei fascisti e tenere in piedi lo spettacolo falso e velleitario di una democrazia rinascente, di una perenne irresistibile progettazione e intuizione democratica, mentre il paese affonda lentamente nella sua voglia di Stato forte e di mano dura che credo preoccupi anche Giancarlo Fini che a noi sembra più postfascista di questo generume in cui anche gli esponenti della sinistra sono altamente onorati di essere invitati alla cena della vedova Angiolillo, il protettore del neofascismo romano con il primo "Tempo" e della signora Dell' Utri che è la cognata del Dell' Utri di Publitalia, ma da qualche settimana di sinistra. Il generume che pensa ad Andreotti come un perseguitato. A parte Bossi che è matto sul serio. - di GIORGIO BOCCA

Repubblica — 11 gennaio 1996 pagina 11 sezione: COMMENTI


mercoledì, 02 luglio 2008
La giustizia graziò ingiustamente il giustiziato, lo guardò ingiustificatamente come se non ne avesse diritto, lo fissò diritto negli occhi, lui che di diritti a detta di tutti ne aveva tanti e troppi.

La legge sentenziò illegittima la condanna e legiferò la sua libertà incondizionata, previo pagamento sottobanco ma alla luce del sole, leggendo ad alta voce la sentenza che lo condannava alla felicità.

La vittima non fece del vittimismo la sua bandiera, perché era come gridare al vento o ventilare una blanda minaccia, ma camminò pur sempre vittoriosa a testa alta, perché la vera vittima era il colpevole, vittima di se stesso vittima di una strumentalizzazione a suo carico, senza possibilità d'essere discolpato, braccato dal senso di colpa seppur di plastilina filigrana e broccato che lo perseguitava. O semplicemente vittima della propria incoscienza studiata a tavolino da un'anima latitante da che era lattante.

Il processo non fu processato perché protetto l'imputato e tutto l'ambaradan dal segreto di stato, ci furono manifestazioni, lacrime zuccherose, solenni discorsi e roghi di piazza, caccia alle streghe a sconti stracciati, offerte speciali di amnistie liquida tutto, ideologie a buon mercato, tribunali in disuso. Processioni in nome di Caino, Abele fu linciato per tutto quello che fino a quel momento aveva rappresentato e gli si diede il resto, a piacere si aprirono filiali, si coniarono monete, si battezzarono Onlus. Si processarono per direttissima gli innocenti e i colpevoli furono tra i giurati in corte d'assise assiepati. Fortunatamente con la cassazione si giunse al massimo della pena senza colpo ferire, un moderato numero d'ergastoli tanto per gradire. Non ci fu più ingiusto tra gli ingiusti. Le coppole gaudiose si levarono al cielo in gesto di giubilo e strinsero mani baciandole, abiti talari misero all'asta indulgenze plenarie dietro preventivo personalizzato.

La spia spossata spiò dallo spioncino con la coda dell'occhio monitorato e non ci furono segreti per nessuno, neanche ad andarli a cercare col lanternino, l'anonimato ebbe un nome e un cognome, l'innominato rimase pur sempre tale, a cui fu garantita copertura eterna, benché lo conoscessero fino ad arrivare al patronimico e all'albero genealogico.

Infine si celebrò un grande funerale ecumenico, con tanto di fuochi pirotecnici, si prese carta e penna e si riscrisse la storia per filo e per segno, si appose qualche fiocco, si decurtò di episodi spiacevoli. I notiziari fecero di tutto per abbellirsi, incipriandosi il naso di ottimismo nuovo di zecca e profumato di bucato, che giungeva direttamente dalla fabbrica dell'Estetica della Propaganda.

Si guardò con clemenza l'assassino, e con simpatia il bandito, e si additarono il morto e il derubato dalla vita, li si guardò torvi perché ebbero la pretesa con la loro stessa presenza di portare a galla certe strane faccende di cui trafficoni, braccia armate e faccendieri, così come la gente comune proprio non voleva più saperne. Erano da poco state messe in ordine le carte nell'armadio e nessuno voleva farne soqquadro.

Fissarono senza interpellanza parlamentare date e destinazioni di vacanza, pagarono con ritardo le rate dell'automobile e regalarono a moglie, padrino, prete ed amante lo stesso anello, di oro vecchio fuso.

E tutto il resto fu ottimo contorno, soddisfatti o rimborsati, tutti gli altri, i ritardatari, pagano il conto.

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Bologna 2 Agosto: 'Ricordo la nuvola nera e la stanza piena di giochi'

«Della strage alla stazione mi sono rimaste impresse due immagini: la polvere nera che copriva ogni cosa e una stanza d' ospedale piena di giochi». Parole di Alessandra, che aveva solo quattro anni il 2 agosto 1980, quando una bomba esplose, a pochi metri da lei, all' interno della sala d' attesa di seconda classe della stazione di Bologna. Un' intera ala dell' edificio crollò, seppellendo centinaia di persone. Alessandra si trovava lì con tutta la famiglia: padre, madre, sorellina di due anni, zii, cugini e nonni. Avevano preso il treno da Bari con l' auto al seguito, perché non volevano rischiare incidenti in autostrada. Una volta giunti a Bologna avrebbero dovuto proseguire per l' Appennino. «Mia nonna e mia zia si erano allontanate da noi per comprare in edicola un biglietto della lotteria - prosegue Alessandra - mia madre con me, mia sorella Simona e le mie due cugine, Patrizia e Sonia, stava comprando delle caramelle. Era incinta e aveva un' insolita voglia di dolci». All' improvviso l' esplosione: Patrizia, diciotto anni, venne investita e morì sul colpo. Sonia, sette anni, venne colpita alla testa da un masso. La zia e la nonna restarono illese, salvate dal desiderio di una vincita alla lotteria. Cominciarono così a cercare le nipotine. Trovarono prima Patrizia, sotto il treno in sosta al primo binario, poi Sonia che estrassero dalle macerie ancora in vita. Le pulirono il viso dai vetri e la fecero caricare su una barella. Morì dopo due giorni di agonia. Poco dopo arrivarono gli uomini, che erano andati a ritirare l' auto da un' altra parte della stazione. Trovarono anche Silvana, la mamma di Alessandra, che riconobbero unicamente dagli abiti. Era stata investita dalla fiammata, per proteggere, con il suo corpo, le due bambine. «Fu mio padre ad estrarci dalle macerie. L' immagine della polvere nera che copre ogni cosa risale a quel momento. Molti avvenimenti mi sono stati raccontati successivamente, ma quella polvere nera non l' ho mai dimenticata. Mia madre morì il sei agosto per le ustioni, le avevano già dovuto amputare una gamba. Io e mia sorella avevamo ferite su tutto il corpo, restammo nel reparto ustionati dell' ospedale Maggiore di Bologna per un mese. In quei giorni ricevemmo giocattoli e cartoline da ogni parte d' Italia, anche questo non l' ho dimenticato. Ho bene in mente la stanza piena di giochi, ho anche conservato la cartolina inviatami da una bambina che si chiamava come me. Mi hanno detto che venne a trovarci anche Pertini, ma purtroppo questo l' ho dimenticato. Mio nonno, subito dopo l' esplosione, vagò per le strade di Bologna. Fu soccorso da un cittadino bolognese che lo ospitò in casa sua, e gli offrì da mangiare. Nonostante le ricerche non siamo mai riusciti a rintracciare quest' uomo. Mio nonno, che aveva fatto la guerra, aveva compreso subito, dall' odore e dal rumore dell' esplosione, che era stata una bomba». In effetti molti dei testimoni percepirono immediatamente le cause dell' esplosione. Le radio e le televisioni, in un primo momento, parlarono invece dello scoppio di una caldaia. Comprensibile che non si volesse diffondere il panico, meno comprensibile che anche le forze dell' ordine, che non potevano non aver compreso la natura dell' esplosione, non abbiano effettuato un solo posto di blocco nella giornata del 2 agosto perdendo ore preziose nel far partire le indagini. D' altra parte oltre a Francesca Mambro e a Giuseppe Valerio Fioravanti, condannati all' ergastolo come esecutori della strage, sono stati condannati per depistaggio due alti ufficiali dei servizi segreti militari: Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte. Erano morte 85 persone e 200 erano rimaste ferite, ma una parte delle istituzioni non voleva che venissero individuati i colpevoli. Oggi a ventidue anni di distanza, sono ancora 17, le persone che devono sottoporsi a cure a causa dell' attentato del 2 agosto. Tra queste, naturalmente Alessandra e Simona. «Fino a che non termina il periodo dello sviluppo certe operazioni di chirurgia estetica non si possono fare e poi, nonostante quello che ci veniva detto quando eravamo bambine, certe cicatrici non svaniranno mai. L' ultima operazione l' abbiamo subita lo scorso novembre, forse ne dovremo fare altre, ma il peggio è passato. Per anni abbiamo dovuto portare bende, cerotti e fasciature molto strette che, soprattutto d' estate, erano insopportabili». Alessandra e la sua famiglia non hanno però smesso di vivere da quel primo sabato di agosto del 1980. «Mio padre si è risposato, con un' infermiera bolognese che ci aveva accudito e ora abbiamo un' altra sorella. Mia zia, che perse entrambe le figlie nella strage, ha avuto un altro figlio, che ha chiamato Silvano, in onore di mia mamma». Ma rimangono i ricordi: «Fino a che ero bambina ho sofferto molto a causa delle ferite che portavo addosso, soprattutto psicologicamente. I bambini chiedevano continuamente cosa fossero quei segni. Da una decina di anni non è più così, io e mia