mercoledì, 16 luglio 2008

Questa è la storia di una rosa, una rosa rara che non ha cognizione del suo essere tanto bella. Rosa fra le rose, rossa nel rosso, nella distesa recintata di un giardino, nel rosso di una sfera arroventata del tramonto. Risplendeva e della propria bellezza non si curava poi tanto. Era una rosa generosa: non c'era bisogno di saccheggiarne petali e foglie, se ne staccava con l'atto di donarne senza che le fosse richiesto. “Ecco prendi questo” diceva con l'aria dolce e svagata “te ne faccio omaggio, è tuo”, “Puoi tenerlo in un cassetto come pensiero profumato, o farlo pian piano essiccare tra le pagine del libro che ora stai leggendo e ti ricorderai di me. Del rosso dei miei petali quando erano vivi”.

Non si chiedeva davvero se quei petali sarebbero nati, come risorti dal bocciolo, ricresciuti tali e quali a quelli strappati in un atto d'affetto. Allo stesso modo donava anche le spine, che a ben vedere le offrivano in dote una bellezza ancora più rara e misteriosa. Iniziò con un uomo burbero dall'aria inquietante “che vorresti da me? Una spina?”, quello nemmeno rispose che fece per allungare la mano tozza e grossa, che ricordò alla rosa quella del suo giardiniere, ma nella mossa che somigliava più a uno scatto vide molta più aggressività, che fino a quell'istante il suo piccolo mondo non le aveva dato il lusso di conoscere. La rosa fece istintivamente un passo indietro, alla faccia delle radici e del roveto, come per ritrarsi. L'uomo tozzo e grosso come la sua mano, quasi ansimante dal desiderio di mettere in atto le sue bizzarre volontà rispose: ”mi serve la tua spina, ho assoluto bisogno della tua spina e se non vorrai darmela sarò io a prenderla con la forza”, “ma almeno dimmi che vuoi farne” chiese come in un grido disperato la rosa. “Devo punire una persona, e il tuo petalo mi assolverà mentre la tua spina mi aiuterà a ferirla mortalmente e tu sarai mia complice”. “Nessuno ti crederà!” gridò fra il fogliame che frusciava vorticoso nel vento e che cominciava a cadere d'oro e porpora sul terriccio per via dell'autunno che s'incamminava a passo lento. “La mia parola di certo – e sogghignò – vale molto di più della tua, mia piccola stoltissima rosa”. “Volendo potrei estirparti e zittirti per sempre”. La rosa cominciò a piangere lacrime di rugiada molto più copiose di quelle che si vedono come diamanti luminosi e accesi sui petali rubini d'estate al mattino presto. “Smettila di piangere e dammi quella spina”, allungò le dita con le unghie annerite dal lavoro nei campi e la mutilò come se strappasse un arto, un braccio o una gamba. Si racconta che la rosa sanguinò per qualche istante, un minuto al massimo. E che da quelle gocce distratte e fuori dall'ordinario di ogni legge botanica nacquero delle roselline minuscole ma bellissime. Peccato che chi le generò non ebbe modo di vederle. Il giorno dopo la rosa avvertì una fitta proprio dove la spina le era stata strappata, cosa strana pensò, perché la ferita e la cicatrice s'erano quasi immediatamente rimarginate senza lasciar segno se non nel mondo non troppo immaginario del dolore. In quel momento passava il giardiniere con la giovane moglie, anche lei somigliava a una rosellina di campo nelle guance e nella postura. “hanno ucciso un uomo in paese” disse come per non essere ascoltato dal cuore della ragazza, cuore puro e di rara modestia. “ma da noi nessuno uccide nessuno!” disse quasi sospirando. Eppoi prese a lacrimare pian piano. Si tolse i guanti e passo passo si diresse verso la rosa, proprio quella rosa che era impallidita fino a diventare di cipria e nuvole, i petali di cristallo si fecero di petroso e lapideo fossile. La ragazza preso un guanto lo infilò sul bocciolo, regalando alla rosa il sogno, così vestita e ammantata, d'essere eterna creatura.

Qualcuno giura d'averla vista sbocciare il giorno dopo.

X


«L´immunità temporanea per reati comuni è prevista solo nelle Costituzioni greca, portoghese, israeliana e francese con riferimento però al solo Presidente della Repubblica, mentre analoga immunità non è prevista per il Presidente del Consiglio e per i ministri in alcun ordinamento di democrazia parlamentare analogo al nostro»
Appello contro il "Lodo Alfano" firmato da 100 costituzionalisti, ApCom 4 luglio



Carlo Giuliani legge le lettere dei partigiani condannati a morte


Diritti a Genova

Ritorno a piazza Alimonda. A denunciare le ingiustizie di oggi, partendo da quella che negò la vita a Carlo

Giuliano Giuliani


Ancora Piazza Alimonda. Ancora Genova. Sì. In sette anni è cambiato poco o nulla. Molto è peggiorato. Per questo è ancora più necessario esserci.
Quelli che erano al Forte San Giuliano e nei luoghi dove si dirigevano la repressione e il disordine pubblico oggi sono di nuovo al governo. Chi la sera stessa emise la sentenza di legittima difesa, oggi occupa la terza carica dello Stato; ha fatto anche il carino con gli Ebrei, come ricorda Moni Ovadia, mai con i Palestinesi, che in quel contesto sono sicuramente i più deboli.
Chi dichiarò dalle scalette di un aereo di aver dato l'ordine di sparare e poi gratificò Marco Biagi dell'epiteto di «rompicoglioni», oggi è di nuovo ministro e pontifica sul nucleare, ignorando le scorie, tanto poi ci pensa la camorra.
Chi fu autore di un lodo teso a rendere non punibile il suo «maestro», oggi occupa la seconda carica dello Stato e ha diretto i lavori per l'approvazione di quel lodo ammodernato.
Chi diresse la repressione, ordinò la Diaz, costrinse suoi sottoposti alla falsa testimonianza e a smentire precedenti dichiarazioni, dopo una breve pausa trascorsa sulla spazzatura della Campania dirige oggi il complesso dei servizi, che spesso si scoprono deviati.
Chi diresse e coprì la «macelleria messicana» è stato promosso e oggi, con l'ennesima legge ad personam, è ancora più sicuro della prescrizione. Naturalmente la cosa vale anche per chi «torturò» (le virgolette non diminuiscono la colpa, ma indicano che in Italia quel reato non è contemplato).
«Scendendo per li rami», cioè per i gradi, persino chi lanciava sassi ai manifestanti e poi accusava un manifestante di avere ucciso Carlo con un sasso, è stato promosso e oggi è questore.
Si sollecita e si esaspera un clima di tensione e paura per estorcere consenso intorno a leggi razziste e liberticide che valgono al paese il biasimo dell'Europa. La militarizzazione del territorio è la traduzione di questa manovra in gran parte mediatica, che si avvale di un'informazione spesso asservita che fa il resto, sorvolando, mentendo. L'allarme lo lanciano non gli estremisti di sinistra, ma i più autorevoli rappresentanti della cultura liberale. Dice Eugenio Scalfari: «Attenti al risveglio. Può essere durissimo. Può essere il risveglio di un paese senza democrazia».
Un tempo c'era chi si lamentava del «lacci e laccioli». Chiamavano così i diritti che faticosamente e a duro prezzo si riusciva a inserire nella legislazione, nei contratti, nel funzionamento della macchina statale. «Lacci e laccioli» che imbrigliavano l'economia e impedivano (questa era già allora la litania del padronato grande e piccolo) alle vele dello sviluppo di alzarsi e gonfiarsi. Qualche sera fa «Primo piano» ci ha fornito una versione allucinante della teoria dei lacci e laccioli. E' stata riproposta l'intervista televisiva del padrone della fabbrica umbra che chiede risarcimento ai familiari dei quattro lavoratori morti il 26 novembre 2006. Si lamentava del fatto che non fossero ancora stati sgomberati i poco gradevoli resti dell'incendio, perché tutta quella roba e il continuo parlarne rovina il mercato e danneggia l'azienda. Oggi i lacci e i laccioli non esistono più, non esistono più neppure le stringhe delle scarpe, e ancora non basta. Uccidono ogni giorno sul lavoro, perché non ci sono protezioni, non si rispettano le regole, non c'è la sicurezza di cui ci si dovrebbe occupare davvero, quella sul lavoro. Ma il padronato non vuole, e il governo della destra di nuovo insediato toglie di mezzo anche i timidi tentativi di introdurre qualche regola.
Occorre produrre, correre, competere: per il mercato, per lo sviluppo. Dire per il profitto, per il padrone non sta bene, sembra che se ne vergognino. «Spara prima la mina, mezz'ora si guadagna, me ne infischio se rischio se di sangue poi si bagna, tu prepara la bara minatore di zolfara», grida una canzone di Michele Straniero e Fausto Amodei, degli anni '60.
Quella canzone la potremo ascoltare alla mostra che il Comitato Piazza Carlo Giuliani allestisce al Munizioniere di Palazzo Ducale dal 15 al 22 luglio. La ascolteremo insieme a tante altre che ci fanno ritrovare la storia e le passioni di quegli anni e ci fanno comprendere meglio quello che accade oggi. Perché è ancora così, anche oggi si deve fare più in fretta. No, è peggio di così. E a morire sono quasi sempre gli ultimi, i più deboli, i più indifesi. Sarà una mostra sul lavoro e su quello che gli sta attorno. Le lotte, i morti, i diritti. Canzoni e filmati e manifesti e fotografie e storie. Già, storie. Che insieme fanno un pezzo di storia.
Noi la storia la cominciamo da Piazza Alimonda, da Carlo, dall'omicidio che lo ha privato dei suoi vent'anni, del diritto a conoscere un pezzo di futuro, con gli altri, per gli altri.
Sono sette anni che ripetiamo che si è trattato di un assassinio. Che persone meschine gli hanno negato persino il diritto a un processo che potesse affermare la verità, che chiarisse gli imbrogli, i sotterfugi, le omissioni, le falsità di cui si sono avvalsi.
L'assassinio di Carlo resta il simbolo della repressione genovese, il punto più alto, ciò che determina poi la Diaz e Bolzaneto e gran parte delle stesse violenze di strada. Alcune anime belle (non parlo della destra) provano a distinguere. In Piazza Alimonda ci sarebbero stati i cattivi, quelli che se la sono andata a cercare. Alla Diaz e a Bolzaneto i bravi, quelli che non c'entravano. E' un modo poco attento a quella che non è più soltanto cronaca. Sono il clima cileno e la vendetta politica della destra che costruiscono la sospensione dei diritti democratici. In Piazza Alimonda Carlo è fra quanti hanno deciso di operare un «reato di resistenza», cioè di rispondere alle cariche violente e ingiustificate di reparti speciali di carabinieri. Lo ha implicitamente riconosciuto il Tribunale che nella sentenza contro 25 manifestanti accusati di devastazione e saccheggio ha derubricato l'accusa per la maggior parte di essi. Carlo sarebbe stato condannato in primo grado a tre anni. Invece è stato condannato a morte con esecuzione immediata. Ecco perché ci pare giusto che una mostra sul lavoro, sui suoi diritti, sulle morti sul lavoro e quindi sui diritti negati, incominci da Carlo.
Per questo siamo ancora a Genova, Per questo, il 20 luglio, siamo ancora in Piazza Alimonda.



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categoria:co sto popolo, er cane nero, cera na vorta, er barcone, carezza de nsogno
venerdì, 11 luglio 2008

E' un cuore quello che mi hanno donato,

ma io l'ho trattenuto stretto in uno spago

perché non volasse altrove, fino all'inferno.

Sigillato in una scatola sottovuoto,

portato in tasca, chiuso da un bottone di madreperla,

perché, nel caso, fossi identificato.

E' diverso il cuore di un povero da quello di un ricco,

lo tiene in cassetta di sicurezza, è placcato, d'oro zecchino,

stimato, censito, valutato e assicurato.

Non pulsa all'impazzata, ma si limita

a mandare il sangue a spasso col contagocce a gelargli le vene.

Mi hanno fatto scrivere il nome coi polpastrelli,

e mi è stato tratteggiato il ritratto

a penne d'odio e omologato disprezzo

e con questi sono stato cancellato

lasciato senza gli occhi il volto.

Hanno scolpito la propria idea

nella pietra e nelle nuvole

dimenticando la storia, i testimoni e la memoria.

Eretto nel porfido il monumento al tiranno,

ne è stato fatto un calco per il culto.

Feticcio e sacralità pagana,

orazione funebre e banconota di nuovo conio,

valuta dove il ricco lascia l'impronta,

dove il povero lascia l'anima

e il credo, entrambi in uno strano connubio

annodando i sogni nella scarpa,

con tutto quello che fu.

X



«Evitare le critiche al padrone è possibile, anche se impone un forte autocontrollo. Ma come evitare le lodi al padrone dei cortigiani, per cui servire e genuflettersi è un piacere? A ben guardare, il fascismo è questa normalità, quando le si aggiunge la galera o l’esilio»
Giorgio Bocca l’Espresso 4 giugno

Un Panorama agghiacciante

Dijana Pavlovic

«Ho rubato un orologio / e l’ho messo sotto le costole / per far sì che il mio petto non sia vuoto / per far sì che dentro non ci passi il vento. / Lo puoi sentire proprio bene come batte sotto la camicia / se pensi che sia il cuore ti sbagli. / Io il cuore ce l’ho in gola da quando sono nata».

È una poesia di un poeta serbo, Miroslav Antic. Avere il cuore in gola è lo stato d’animo di tutti i bambini Rom che vivono in Italia e che non rubano. Ma ci sono altri bambini che stanno male in questo Paese. Due esempi.

Palermo: mi racconta un’amica che lavora in una Fondazione antimafia che per una recita in una scuola di Palermo hanno proposto un tema sulla mafia, ma è stato rifiutato, allora hanno fatto un sondaggio tra i ragazzi su che cosa volevano rappresentare. Risultato: tutti i ragazzi, nessun escluso, volevano mettere in scena una rapina in banca e uccidere i poliziotti.

Napoli: le maestre delle scuole di Ponticelli hanno proposto ai bambini un tema su quello che è accaduto nei campi Rom. Risultato: nei temi e nei disegni si inneggia al rogo dei campi a cui molti di loro addirittura hanno partecipato.

Di chi sono figli questi bambini? Non solo dei loro genitori naturali, ma anche di Maroni e della “cultura” delle sue camice verdi che percorrono questo Paese in ronde minacciose. E sono anche figli di chi, sull’ultimo numero di
Panorama, criminalizza un intero popolo con la foto di un bambino rom e il titolo: «Nati per rubare». Ricorda il passato e riviste come «La difesa della razza».

La politica di Maroni, condannata dalla comunità internazionale, dalla chiesa e dall’associazionismo, ha bisogno dell’appoggio della comunicazione. E allora ecco che scoppia il caso dei bambini “nati per rubare”, proprio nel momento giusto.

Tante volte negli ultimi anni mi sono sentita impotente quando ho incontrato situazioni di abuso nei confronti dei minori rom e le ho denunciate alla polizia e agli assistenti sociali. Ho combattuto per un anno perché un bambino venisse tolto ai genitori e messo in un ambiente protetto perchè subiva violenze in famiglia. Mi è stato sempre risposto che i bambini rom non vengono presi nelle comunità perché tanto scappano sempre, per loro non c’è niente da fare.

E poi ci sono esempi eclatanti che sono sfuggiti a Panorama: per esempio a Rho dei bambini rom hanno telefonato al
Telefono Azzurro perché i loro genitori li volevano costringere a elemosinare. Qualcuno si è occupato di questo caso e ha cercato di capire le ragioni di questo gesto? Nessuno, perché pubblicizzare un esempio di consapevolezza frutto di una situazione positiva di un campo regolare, nel quale i bambini vanno a scuola, contrasta con il pregiudizio razzista e con la necessità di sostenere una politica che crea un’emergenza inesistente per nascondere i problemi ben più seri e profondi di un paese in crisi.

Io vengo da un Paese devastato da guerre civili, bombardamenti, dittature e libertà negate - di infamie ne ho viste tante! Ma speculare in questo modo sui bambini è qualcosa di più di un’infamia, è un crimine morale.

Nessun bambino è nato per essere ladro, mafioso o assassino. Bisognerebbe proteggerli tutti, dai loro genitori e da questa politica barbara che non si fa scrupoli di usarli per interessi di bottega e fare in modo che nessuno di loro abbia il cuore in gola: né quelli di Palermo, né quelli di Napoli, né quelli Rom, né nessun altro.

dijana.pavlovic@fastwebnet.it

Razzismo Patinato, i soliti Noti:


 

Nel Paese di Pulcinella spaventato dalle lumache
di Erri De Luca


Da noi si perseguitano solo i poveri, che siano dirimpettai albanesi o remoti curdi. Se sono ricchi offriamo loro volentieri mogli e figlie

La paura in politica è un abbondante serbatoio di voti, come pure il coraggio. Durante tempi eroici diventa maggioranza chi fa leva sulla resistenza alle avversità, sul sentimento di sacrificio e di slancio solidale. Durante tempi vili vince chi aizza le paure, i rancori, circondando la vita civile di filo spinato. La povera nazionale di calcio ai campionati europei ha rappresentato bene il nostro blocco nervoso difensivo senza slancio in avanti La paura è una merce deperibile. Ci stanca, ci si abitua, perde presa, allora bisogna rinnovarla con stratagemmi. Ci si propone di schedare in massa gli zingari, rilevare impronte digitali anche ai bambini. La misura stuzzica l'immaginazione a fare di più: invece di far loro lasciare un'impronta, perché non provvedere piuttosto a mettere un'impronta su di loro? Un tatuaggio obbligatorio, magari un numero su un braccio? Sarebbe costoso. Ma si può imporre loro di portare sul risvolto del vestito, bene in vista, una zeta cucita, lettera ultima del nostro alfabeto, per loro lettera iniziale di riconoscimento. E poi buttarla anche sul ridere, come fece il film
La vita è bella. Il padre spiegherebbe al figlio che è la zeta di Zorro.
Il bello di chi sfrutta la paura, il suo vantaggio, è che procura amnesia. Dimentica il tempo precedente, dà a un paese invecchiato l'aria imbambolata di uno nato ieri. Le impronte digitali ai bimbi zingari sono razzismo? Ma no, sono gli zingari a voler essere una razza, è una scelta loro.
Da noi si mettono nei campi di concentramento migratori colpevoli di viaggio, madri e bambini inclusi se no è troppo poco. Da noi si chiamano Centri di Permanenza Temporanea: permanenza, un buon nome alberghiero per un posto con sbarre, filo spinato, guardie. Servono i campi di concentramento a fermare il flusso migratorio? No, ma servono molto a compiacere il sentimento di paura ben aizzato. È razzismo la caccia all'immigrato? Ma no, è opera di scoraggiamento a fin di bene. Il razzismo, come la mafia, non esiste. Il sospettato di esserlo nega come Totò Riina: «Tutte bugiarderie». La differenza sta solo nel fatto che uno sta in prigione e l'altro al potere.
Nella città della mia infanzia si usa un'espressione per la persona che si impaurisce facilmente: Pulcinella spaventato dalle lumache. Le vede nel cesto che tirano fuori le corna e se ne scappa. Il nostro è un paese spaventato dalle lumache. Non è il caso di chiamare razzista la sua paura e le meschine misure di compiacimento dei peggiori sentimenti. Razzismo è una parola tragica e seria, il razzista è uno che va a fondo della sua avversione e si permette di trascurare il suo vantaggio: il razzista azzanna e perseguita anche il ricco della specie odiata. Da noi invece si perseguitano solo i poveri, che siano dirimpettai albanesi o remoti curdi. Se sono ricchi offriamo loro volentieri mogli e figlie. Il razzismo è un odio disinteressato, il nostrano è una varietà condita di tornaconto.
Sono tempi per vili, orgogliosi di esserlo. Non mi auguro tempi eroici, non troverebbero personale di rappresentanza.

Corriere della Sera 5.7.08

lunedì, 23 giugno 2008
E' nel silenzio che la parola si consuma,

e agli angoli si smussa,

connotati labili di una valenza che deflagra,

lineamenti sfumati di un segno

che dilegua nei ricordi di un passato che non ritorna.

Le possibilità di recupero per sempre perse.

Come una mosca nel suo astuccio di velluto nero

a scatto, nata e rinchiusa,

prezioso diadema di una vita nella filigrana scolpita

a colpi di perché di discontinuo tratto.

Barcolla il pensiero inespresso

di una cronologia capovolta, a ritroso

destinata a ripetere gli stessi passi e gli stessi errori.

Mentre fuori un mondo vociante che sciama,

sul raso rosso lucida le zampette e il muso,

ali di tulle e di metallo cangiante.

E' il volo mai spiccato che inimmaginabile,

rimane intentata prova ed esperimento,

salto che la mente mille volte ha costruito.

E' al sole che asciugano le lacrime

e svaniscono i sorrisi disegnati a biro

sui palmi delle mani.

Passo dopo passo, si conosce a memoria il perimetro,

reclusione forzata di un astuccio a scatto,

aperto un giorno per caso,

inesorabile meta di destinazione fissa

ritorno certo già scritto.

La libertà non s'impara né s'insegna.

E' marchio a fuoco sulle carni

del suo amante più geloso e più devoto.

Anima scarmigliata che non aspetta tempo.


X




Ci guarderemo senza riconoscerci,
diffidenti l'uno dell'altro, queruli, ombrosi.
Come allora, staremo di sentinella
perché nell'alba non ci sorprenda il nemico.

Quale nemico? Ognuno e' nemico di ognuno,
spaccato ognuno dalla sua propria frontiera,
la mano destra nemica della sinistra.
In piedi, vecchi, nemici di voi stessi:
La nostra guerra non e' mai finita.

Primo Levi "Partigia"


Resistenza, perché le donne la scelsero
di Stefano Morselli


CONVEGNI A Gattatico di Reggio Emilia alla Festa nazionale dell’Anpi partigiane di ieri e «nuove partigiane» di oggi hanno ricordato il contributo femminile alla Lotta di Liberazione: 35mila combattenti, 7mila staffette e altre migliaia in retrovia

Trentacinquemila combattenti nelle formazioni partigiane, ventimila staffette, settantamila organizzate in gruppi di difesa. E poi diverse centinaia cadute in combattimento o fucilate, molte altre migliaia ferite, arrestate, torturate, condannate dai tribunali fascisti, deportate in Germania.
I numeri dicono già quali dimensioni abbia avuto la partecipazione delle donne alla Resistenza. Ma per restituirne appieno il senso, la passione, l'importanza, bisogna ascoltare di persona le voci di quelle che sono ancora oggi sulla breccia. A testimoniare, a trasmettere la memoria alle nuove generazioni, a proseguire l'impegno per i valori di libertà, di democrazia, di uguaglianza che - giovanissime ragazze - seppero far vincere oltre sessant'anni fa.
Donne di ieri e di oggi. Il coraggio della scelta è il titolo del convegno che ieri - nell’ambito della prima festa nazionale dell’Anpi, alla casa-museo Cervi di Gattatico, luogo simbolo dell’antifascismo - ha offerto l'occasione per ascoltare queste voci e per presentare i progetti volti a promuovere la conoscenza di quanto le donne italiano hanno fatto prima, durante e dopo la Liberazione.
Ad organizzarlo hanno lavorato insieme anziane partigiane e «nuove resistenti» entrate nell’Anpi in questi ultimissimi anni. Non è stata una celebrazione rituale, né una esercitazione accademica, ma una riflessione sulla storia di ieri con un occhio esplicitamente rivolto alle vicende dei giorni nostri.
Non solo perché - con i tempi che corrono, con i revisionismi strumentali che vanno di moda - ricordare la realtà autentica del fascismo e della Resistenza è già mettere i piedi nel piatto della più stretta attualità politica. Ma anche perché - come avverte esplicitamente la Marisa Rodano, partigiana e fondatrice dell’Unione Donne Italiane - «certo l'Italia di oggi è molto diversa da quella fascista, però di fronte alle violazioni di diritti e di libertà fondamentali è necessario essere vigili, reagire. Purtroppo, i segnali non mancano».
E dunque, quale fu il momento in cui tante donne capirono da che parte bisognava stare? In molti casi, non si trattò di una scelta dettata da ideologie politiche, bensì di una reazione spontanea alle condizioni di vita proprie e delle proprie famiglie, alle ingiustizie e alle prepotenze del regime, poi alle sofferenze e ai lutti della guerra. «Mia madre era vedova - racconta Giacomina Castagnetti- - il regime la premiò perche aveva otto figli. Ma poi le rubò perfino l'anello nuziale, con la campagna per l’oro alla patria: lei consegnò piangendo, lo fece per proteggere noi figli da possibili rappresaglie. Ma nel 1938, vennero di notte ad arrestare uno dei miei fratelli. E nel 1941 vennero di nuovo, a portarci un telegramma con l’avviso che un altro fratello era morto in guerra, al confine tra Grecia e Albania. Dopo l’8 settembre, per me è stato un fatto naturale andare con i partigiani».
Anita Malavasi, nome di battaglia Laila, subì il primo sopruso a 10 anni: «A scuola ero arrivata prima al concorso di disegno. Mi dissero che, non avendo io la tessera di piccola fascista, il premio non me lo avrebbero dato. Tempo dopo, un mio caro amico fu picchiato pesantemente per aver raccontato una barzelletta sul duce. A un altro diedero l’olio di ricino perché si lamentava della difficoltà di trovar lavoro». Luciana Romoli iniziò a ribellarsi ad 8 anni, contro la maestra che perseguitava una compagna di classe ebrea: «Voleva che noi bambine scrivessimo frasi contro gli ebrei, invece ce la siamo presa con lei, l’abbiamo aggredita. Poi io e mia sorella Adriana, che aveva due anni in più di me, siamo state espulse dalla scuola perché avevamo portato volantini contro le leggi razziali. Ma io dopo la guerra ho ripreso a studiare, mi sono diplomata a 30 anni e laureata a 45». Tante storie di ragazze semplici, che vissero prestissimo sulla loro pelle le angherie della dittatura. E videro poi brutalità sempre più orrende.
Dianella Gagliani, docente universitaria di storia, cita un libro di Tina Anselmi, la quale comprese che «doveva esserci», quando vide 31 giovani impiccati ad altrettanti alberi dai nazisti, a Bassano del Grappa. «Oggi sentiamo parlare molto di crimini dei partigiani - commenta con amarezza la prof. Gagliani - Ma forse noi stessi non abbiamo mai spiegato abbastanza in quali forme terrificanti si esercitò la violenza nazifascista».
Allora, è importante conservare la memoria, trovare i mezzi per comunicarla alle nuove generazioni. L’archivio audiovisivo che la giornalista Gabriella Gallozzi e il regista Guido Albonetti hanno cominciato a mettere insieme - per l'Acab (associazione culturale Antonello Branca), con il sostegno dell'Anpi, del nostro giornale e della Regione Lazio - si propone appunto di raccogliere i racconti delle donne partigiane di tutta Italia.
A Gattatico ne hanno presentato «provino», facendo passare, insieme a belle immagini storiche realizzate da Liliana Cavani, alcune brevi testimonianze. In una, che risale al 1964, Germana Boldrini racconta da protagonista la battaglia di Porta Lame, a Bologna, contro i nazisti. In un’altra, Marisa Rodano ricorda le sue prime attività antifasciste: «Non sono discese da una tradizione familiare, anzi mio padre aveva fatto la marcia su Roma. Ho cominciato all’università, dopo aver visto cacciare due studenti colpevoli di essere ebrei. Con alcuni compagni abbiamo costituito un piccolo gruppo, nel 1943 sono stata arrestata per la pubblicazione di un foglio comunista, si chiamava Pugno Chiuso, era il primo numero e sarebbe rimasto l'unico. Il 25 luglio sono uscita dal carcere e di lì a poco sono entrata nella Resistenza».
Un’altra «voce» che già fa parte dell'archivio è quella di Lina Fibbi: «Nell’aprile 1945 ero incinta, il mio compagno era appena stato ammazzato dai fascisti. Luigi Longo mi incaricò di smistare a Milano l'ordine di insurrezione generale del Cln. Io andai: in bicicletta, con il pancione e con molta paura». Poi c'è quella di Walchiria Terradura, comandante della «Brigata Garibaldi-Pesaro», una formazione di sette uomini conosciuta come «Settebello». E quella di Teresa Vergalli, che diventò partigiana «per amore dei genitori, contadini poverissimi, che hanno cresciuto i figli a radicchio di campo e antifascismo».
Teresa Vergalli, pure presente al convegno, tiene molto a ribadire una cosa: «Ora si guarda con una certa qual comprensione ai ragazzi di Salò, perché anche loro sarebbero stati in buona fede. Ma anche noi partigiani eravamo ragazzi, e stavamo dalla parte giusta! È una differenza che non bisogna mai dimenticare». E lancia un appello ai ragazzi di oggi: «Attenzione, stiamo vivendo un momento grave, nel quale si cerca di svuotare la Costituzione dall'interno. Dovete colmare il silenzio che è calato tra voi e le generazioni che vi hanno preceduto. Tocca voi, adesso, arrabbiarvi e dare battaglia».

l’Unità 23.6.08



Raimondo Ricci, vicepresidente nazionale dell’associazione partigiani

Mi sento l’ultimo superstite ero in montagna e a Mauthausen. Ora tocca a voi difendere la libertà

Tonino Bucci

Oggi ha 87 anni, portati con vitalità. Interesse per la politica, acume, memoria storica, esercizio dell'eloquio - dote maturata nel corso della sua lunga professione di avvocato. Emozioni, nella sua vita, non ne sono mancate. E' nato nel 1921 a Imperia, anche se la sua città adottiva è Genova dove risiede tuttora. Quando era poco più che ventenne Raimondo Ricci era ufficiale di marina, «addetto alle comunicazioni in codice». Alle spalle aveva già un brillante corso di studi, «mi ero iscritto alla Scuola normale superiore di Pisa a diciott'anni. I miei genitori erano già morti entrambi. Mio padre, magistrato, era morto in Africa. Ero praticamente solo». Assiste all'8 settembre da una prospettiva particolare. «Pensi che ascoltai via radio le operazioni dei tedeschi mentre occupavano il porto di Genova».
La trafila che seguirà è simile a quelli di tanti altri compagni di generazione all'indomani dell'8 settembre 1943: lo sbandamento, i primi tentativi di organizzare la Resistenza armata all'esercito nazista. La montagna, il carcere, la prigionia, le percosse e la tortura, la deportazione. Dopo la guerra si iscriverà al Pci. E farà l'avvocato in prima linea. Gli toccherà difendere tanti ex partigiani da una persecuzione che oggi, forse, abbiamo dimenticato. «Negli anni della Guerra fredda erano guardati con sospetto. Molti subirono processi perché le loro azioni di lotta venivano considerate crimini». Raimondo Ricci è dirigente nazionale- vicepresidente vicario, per l'esattezza - dell'Anpi, l'Associazione nazionale dei partigiani italiani che da domani terrà a Gattatico (Reggio Emilia), nel Museo Cervi, la sua prima festa nazionale.


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mercoledì, 11 giugno 2008
L’uomo alla finestra guardava la gente passare,

ma non era troppo sicuro che fosse fatta di membra e cuore.

L’uomo alla finestra si contentava di quel che la vita gli dava,

un disco d’oro rotondo e lontano quanto basta,

una poderosa pioggia d’agosto, un arcobaleno rampa di lancio.

L’uomo alla finestra contava le rondini tagliare il cielo

carreggiate di rotte, strisce minute come coriandoli.

L’uomo alla finestra sapeva di strada e di bucato appena fatto.

Indossava la sciarpa per affacciarsi d’inverno,

portava il berretto per ripararsi dal sole d’estate.

L’uomo alla finestra non amava i cannocchiali,

ma tutto sommato nemmeno gli acquari.

Questo pensava quando fuori pioveva,

o un suo amico si allontanava girando l’angolo.

L’uomo alla finestra voleva una visuale completa,

ma sapeva che non ci sarebbe mai riuscito.

L’uomo alla finestra teneva i gomiti poggiati al balcone,

come se qualcuno li avesse incollati.

Così come gli occhi che aveva stretti come fessure,

tali e quali a quelle delle persiane che chiudeva di sera.

L’uomo alla finestra vedeva tramontare i suoi sogni,

mai certo che potessero risorgere sani e salvi,

perché dalla finestra la notte cambiava il mondo.