mercoledì, 25 giugno 2008

Si racconta una storia,

a voce bassa,

in una lingua che in pochi capiscono.

Non è una favola,

ma è in cerchio che si siede

anche se c'è chi non ascolta,

e chi si benda per non parlare

ed è tutto un girar di pollici.

Storie che non vogliono commenti,

storie che non chiedono un finale.

C'è il lupo cattivo,

cappuccetto rosso e il cacciatore.

Si racconta un'altra storia,

fatta di nuvole a forma di cuore,

che sia una favola questa poco importa,

risulta sempre la più credibile.

Si racconta poi di un trofeo,

in svariate valute,

pagato in contanti, valore al portatore.

Ci vuol poco a vincere,

fuori gara e fuori concorso,

bastano i tasselli giusti,

una buona parola ben assestata.

Si racconta un'altra storia,

fatta di incantesimo e persuasioni,

dolci pressioni, forti convinzioni.

Si racconta la storia di un uomo,

o di un piccolo gruppo,

che ha preso in mano il mondo,

senza che nessuno sia stato formalmente d'accordo

perché d'assennato c'era quasi niente.

Preso al volo prima che cadesse

e rotolasse in un precipizio senza fondo.

Si racconta la storia di quando lo si pennellò di cielo,

e lo si puntellò d'alberi e fiori:

e lo circondarono tutti insieme,

come una catena, in un immenso

rutilante girotondo.


X

[...] Tutti gli addetti ai lavori, in questi giorni, sono benissimo a conoscenza di alcune verità elementari. Non è affatto garantito che tutti i verbali diventino "prova" in un dibattimento. Non è nemmeno certo che, alla fine, un processo debba necessariamente essere celebrato. E chiunque faccia questo mestiere, d'altronde, sa quanto sottile sia il discrimine fra verità e calunnia, e quanto sia arduo, a volte, individuarlo: solo pochi anni fa un "superteste" annunciò bombe e stragi e sui giornali si parlò di golpe imminente. Poi si venne a sapere che il superteste era screditato, e gli stessi giornali definirono il golpe "una bufala". Era il marzo 1992. E non era una bufala. Di lì a poco avrebbero ucciso Lima, Falcone, Borsellino, e fatto saltare in aria gli Uffizi e San Giorgio al Velabro, oscurato i centralini del Viminale, cercato di coinvolgere il Presidente della Repubblica in uno scandalo finanziario.

Giancarlo De Cataldo, su Repubblica




Gli intrecci pericolosi della Banda della magliana

Gli intrecci pericolosi conducono all’entourange adreottiano.Per fare un esempio, le ricchezze accumulate in maniera illecita erano talmente ingenti da richiedere l’intervento di vari banchieri ed esperti riciclatori di denaro sporco. Il migliore era Nicoletti, Enrico Nicoletti, che nel mandato di cattura del giudice Lupacchini, fu definito “detentore” dei patrimoni della Banda:<< Nicoletti funzionerà come una banca, nel senso che svolge un’attività di depositi e prestiti e attraverso una serie di operazioni di oculato reinvestimento moltiplica i capitali illeciti dell’organizzazione>>, spiega nell’ordinanza il giudice con la quale richiede il rinvio a giudizio di una novantina, tra piccoli e grandi boss. Imprenditore e costruttore, ( costruisce centinaia di appartamenti tra l’Eur e Ostia), Nicoletti era in affari da molti anni con Giuseppe Ciarrapico, personaggio di spicco della Roma di quegli anni ed ex fascista. Rapporti tempestosi  in qualche caso. Nel dossier legato all’operazione “Colosseo”, che ha portato in carcere il costruttore si accenna a una riappacificazione tra Nicoletti e il re delle acque minerali amico di Andreotti, nell’affollatissimo studio di Franco Evangelisti, intimassimo e braccio destro del divino Giulio.

In un rapporto dei carabinieri del 1988 Nicoletti viene anche indicato come personaggio legato all’ultimo capo della Banda della Magliana, Enrico De Pedis, detto Renatino, ucciso nel febbraio del 1990. Il Ncoletti ebbe in eredità alcune proprietà immobiliari appartenute al boss. La morte non colse di sorpresa Renatino, il boss era stato tanto previdente da organizzarsi una sepoltura prestigiosa in una cripta nella chiesa di Sant’Apollinare nei pressi di piazza Navona, ed è ancora lì, con la benedizione della chiesa e da un (….) cardinale che “riconoscente” per le innumerevoli donazioni lo aveva in grande stima. A Renatino non mancavano certo i soldi , nell’operazione “Colosseo”, la polizia sequestrò ottanta miliardi di beni mobili e immobili, preziosi, quadri ed opere d’arte di grande valore, frutto del riciclaggio del traffico di armi e droga, poi reinvestito in affari e appalti resi possibili dagli agganci ed appoggi politici. Il De Pedis fu ucciso in pieno giorno in via del Pellegrino, vicino a Campo de Fiori, con lui muore l’ultimo boss della Magliana. La banda dunque, entra grazie alla politica negli affari seri della Roma che conta, investe, compra e rivende, entra ed esce dai salotti dove si decidono dove, come e quando costruire palazzi e strutture che in alcuni casi verranno vendute allo Stato.


Roma è una città che non accetta regole e neppure gerarchie, Renatino era considerato uno “sbirro”. Si sapeva e lo sapevano molti rivali in affari che il Renatino aveva rapporti con i servizi segreti, in realtà come tutti i big della Maglia usufruiva di protezioni importanti. Secondo i pentiti, ed in particolare Fabiola Moretti, una pentita del processo Andreotti, De Pedis era amico di Claudio Vitalone, riconducibile anche lui ad Andreotti, tanto che il De Pedis riuscì secondo la pentita, a far fuggire un imputato dall’aula Occorsio di piazzale Clodio durante il processo. Ma la cosa andò storta: l’evasione era stata organizzata a favore di Edoardo Toscano, un pezzo da novanta, ma quando venne il momento a guadagnare la porta fu Vittorio Carnevale, un pesce piccolo. Fuori il portone di piazzale Clodio c’era un’auto ad aspettarlo. Il pesce piccolo fu scaricato senza tanti complimenti in aperta campagna. Il pesce grosso, Toscano, fu ammazzato due anni dopo, appena uscito dal carcere. Secondo la Procura  di Perugia la fuga sarebbe stata organizzata da Vitalone che avrebbe inteso sdebitarsi in questo modo per il favore ricevuto, ovvero l’omicidio Pecorelli. La Corte però non ha ritenuto provata l’accusa.

Mille miliardi

Questa sarebbe la somma del giro di affari della Banda dalla fine degli anni ’70 al ’90. Per la maggior parte soldi provenienti dal giro della droga, estorsioni, armi e da “elargizioni” di qualche segretissimo apparato dello Stato per vari e importanti compiti svolti dalla Banda. I rapporti con la mafia e la camorra porteranno nelle casse della Magliana decine di miliardi che per la maggior parte verranno divisi fra i capi ”fondatori” dell’organizzazione. Ancora oggi, non tutte le proprietà del Nicoletti, tutore ed amministratore della Banda, sono state sequestrate per la difficoltà di ricostruire la provenienza. La burocrazia e la legge questa volta da ragione al Nicoletti ed ai suoi eredi.


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lunedì, 23 giugno 2008
E' nel silenzio che la parola si consuma,

e agli angoli si smussa,

connotati labili di una valenza che deflagra,

lineamenti sfumati di un segno

che dilegua nei ricordi di un passato che non ritorna.

Le possibilità di recupero per sempre perse.

Come una mosca nel suo astuccio di velluto nero

a scatto, nata e rinchiusa,

prezioso diadema di una vita nella filigrana scolpita

a colpi di perché di discontinuo tratto.

Barcolla il pensiero inespresso

di una cronologia capovolta, a ritroso

destinata a ripetere gli stessi passi e gli stessi errori.

Mentre fuori un mondo vociante che sciama,

sul raso rosso lucida le zampette e il muso,

ali di tulle e di metallo cangiante.

E' il volo mai spiccato che inimmaginabile,

rimane intentata prova ed esperimento,

salto che la mente mille volte ha costruito.

E' al sole che asciugano le lacrime

e svaniscono i sorrisi disegnati a biro

sui palmi delle mani.

Passo dopo passo, si conosce a memoria il perimetro,

reclusione forzata di un astuccio a scatto,

aperto un giorno per caso,

inesorabile meta di destinazione fissa

ritorno certo già scritto.

La libertà non s'impara né s'insegna.

E' marchio a fuoco sulle carni

del suo amante più geloso e più devoto.

Anima scarmigliata che non aspetta tempo.


X




Ci guarderemo senza riconoscerci,
diffidenti l'uno dell'altro, queruli, ombrosi.
Come allora, staremo di sentinella
perché nell'alba non ci sorprenda il nemico.

Quale nemico? Ognuno e' nemico di ognuno,
spaccato ognuno dalla sua propria frontiera,
la mano destra nemica della sinistra.
In piedi, vecchi, nemici di voi stessi:
La nostra guerra non e' mai finita.

Primo Levi "Partigia"


Resistenza, perché le donne la scelsero
di Stefano Morselli


CONVEGNI A Gattatico di Reggio Emilia alla Festa nazionale dell’Anpi partigiane di ieri e «nuove partigiane» di oggi hanno ricordato il contributo femminile alla Lotta di Liberazione: 35mila combattenti, 7mila staffette e altre migliaia in retrovia

Trentacinquemila combattenti nelle formazioni partigiane, ventimila staffette, settantamila organizzate in gruppi di difesa. E poi diverse centinaia cadute in combattimento o fucilate, molte altre migliaia ferite, arrestate, torturate, condannate dai tribunali fascisti, deportate in Germania.
I numeri dicono già quali dimensioni abbia avuto la partecipazione delle donne alla Resistenza. Ma per restituirne appieno il senso, la passione, l'importanza, bisogna ascoltare di persona le voci di quelle che sono ancora oggi sulla breccia. A testimoniare, a trasmettere la memoria alle nuove generazioni, a proseguire l'impegno per i valori di libertà, di democrazia, di uguaglianza che - giovanissime ragazze - seppero far vincere oltre sessant'anni fa.
Donne di ieri e di oggi. Il coraggio della scelta è il titolo del convegno che ieri - nell’ambito della prima festa nazionale dell’Anpi, alla casa-museo Cervi di Gattatico, luogo simbolo dell’antifascismo - ha offerto l'occasione per ascoltare queste voci e per presentare i progetti volti a promuovere la conoscenza di quanto le donne italiano hanno fatto prima, durante e dopo la Liberazione.
Ad organizzarlo hanno lavorato insieme anziane partigiane e «nuove resistenti» entrate nell’Anpi in questi ultimissimi anni. Non è stata una celebrazione rituale, né una esercitazione accademica, ma una riflessione sulla storia di ieri con un occhio esplicitamente rivolto alle vicende dei giorni nostri.
Non solo perché - con i tempi che corrono, con i revisionismi strumentali che vanno di moda - ricordare la realtà autentica del fascismo e della Resistenza è già mettere i piedi nel piatto della più stretta attualità politica. Ma anche perché - come avverte esplicitamente la Marisa Rodano, partigiana e fondatrice dell’Unione Donne Italiane - «certo l'Italia di oggi è molto diversa da quella fascista, però di fronte alle violazioni di diritti e di libertà fondamentali è necessario essere vigili, reagire. Purtroppo, i segnali non mancano».
E dunque, quale fu il momento in cui tante donne capirono da che parte bisognava stare? In molti casi, non si trattò di una scelta dettata da ideologie politiche, bensì di una reazione spontanea alle condizioni di vita proprie e delle proprie famiglie, alle ingiustizie e alle prepotenze del regime, poi alle sofferenze e ai lutti della guerra. «Mia madre era vedova - racconta Giacomina Castagnetti- - il regime la premiò perche aveva otto figli. Ma poi le rubò perfino l'anello nuziale, con la campagna per l’oro alla patria: lei consegnò piangendo, lo fece per proteggere noi figli da possibili rappresaglie. Ma nel 1938, vennero di notte ad arrestare uno dei miei fratelli. E nel 1941 vennero di nuovo, a portarci un telegramma con l’avviso che un altro fratello era morto in guerra, al confine tra Grecia e Albania. Dopo l’8 settembre, per me è stato un fatto naturale andare con i partigiani».
Anita Malavasi, nome di battaglia Laila, subì il primo sopruso a 10 anni: «A scuola ero arrivata prima al concorso di disegno. Mi dissero che, non avendo io la tessera di piccola fascista, il premio non me lo avrebbero dato. Tempo dopo, un mio caro amico fu picchiato pesantemente per aver raccontato una barzelletta sul duce. A un altro diedero l’olio di ricino perché si lamentava della difficoltà di trovar lavoro». Luciana Romoli iniziò a ribellarsi ad 8 anni, contro la maestra che perseguitava una compagna di classe ebrea: «Voleva che noi bambine scrivessimo frasi contro gli ebrei, invece ce la siamo presa con lei, l’abbiamo aggredita. Poi io e mia sorella Adriana, che aveva due anni in più di me, siamo state espulse dalla scuola perché avevamo portato volantini contro le leggi razziali. Ma io dopo la guerra ho ripreso a studiare, mi sono diplomata a 30 anni e laureata a 45». Tante storie di ragazze semplici, che vissero prestissimo sulla loro pelle le angherie della dittatura. E videro poi brutalità sempre più orrende.
Dianella Gagliani, docente universitaria di storia, cita un libro di Tina Anselmi, la quale comprese che «doveva esserci», quando vide 31 giovani impiccati ad altrettanti alberi dai nazisti, a Bassano del Grappa. «Oggi sentiamo parlare molto di crimini dei partigiani - commenta con amarezza la prof. Gagliani - Ma forse noi stessi non abbiamo mai spiegato abbastanza in quali forme terrificanti si esercitò la violenza nazifascista».
Allora, è importante conservare la memoria, trovare i mezzi per comunicarla alle nuove generazioni. L’archivio audiovisivo che la giornalista Gabriella Gallozzi e il regista Guido Albonetti hanno cominciato a mettere insieme - per l'Acab (associazione culturale Antonello Branca), con il sostegno dell'Anpi, del nostro giornale e della Regione Lazio - si propone appunto di raccogliere i racconti delle donne partigiane di tutta Italia.
A Gattatico ne hanno presentato «provino», facendo passare, insieme a belle immagini storiche realizzate da Liliana Cavani, alcune brevi testimonianze. In una, che risale al 1964, Germana Boldrini racconta da protagonista la battaglia di Porta Lame, a Bologna, contro i nazisti. In un’altra, Marisa Rodano ricorda le sue prime attività antifasciste: «Non sono discese da una tradizione familiare, anzi mio padre aveva fatto la marcia su Roma. Ho cominciato all’università, dopo aver visto cacciare due studenti colpevoli di essere ebrei. Con alcuni compagni abbiamo costituito un piccolo gruppo, nel 1943 sono stata arrestata per la pubblicazione di un foglio comunista, si chiamava Pugno Chiuso, era il primo numero e sarebbe rimasto l'unico. Il 25 luglio sono uscita dal carcere e di lì a poco sono entrata nella Resistenza».
Un’altra «voce» che già fa parte dell'archivio è quella di Lina Fibbi: «Nell’aprile 1945 ero incinta, il mio compagno era appena stato ammazzato dai fascisti. Luigi Longo mi incaricò di smistare a Milano l'ordine di insurrezione generale del Cln. Io andai: in bicicletta, con il pancione e con molta paura». Poi c'è quella di Walchiria Terradura, comandante della «Brigata Garibaldi-Pesaro», una formazione di sette uomini conosciuta come «Settebello». E quella di Teresa Vergalli, che diventò partigiana «per amore dei genitori, contadini poverissimi, che hanno cresciuto i figli a radicchio di campo e antifascismo».
Teresa Vergalli, pure presente al convegno, tiene molto a ribadire una cosa: «Ora si guarda con una certa qual comprensione ai ragazzi di Salò, perché anche loro sarebbero stati in buona fede. Ma anche noi partigiani eravamo ragazzi, e stavamo dalla parte giusta! È una differenza che non bisogna mai dimenticare». E lancia un appello ai ragazzi di oggi: «Attenzione, stiamo vivendo un momento grave, nel quale si cerca di svuotare la Costituzione dall'interno. Dovete colmare il silenzio che è calato tra voi e le generazioni che vi hanno preceduto. Tocca voi, adesso, arrabbiarvi e dare battaglia».

l’Unità 23.6.08



Raimondo Ricci, vicepresidente nazionale dell’associazione partigiani

Mi sento l’ultimo superstite ero in montagna e a Mauthausen. Ora tocca a voi difendere la libertà

Tonino Bucci

Oggi ha 87 anni, portati con vitalità. Interesse per la politica, acume, memoria storica, esercizio dell'eloquio - dote maturata nel corso della sua lunga professione di avvocato. Emozioni, nella sua vita, non ne sono mancate. E' nato nel 1921 a Imperia, anche se la sua città adottiva è Genova dove risiede tuttora. Quando era poco più che ventenne Raimondo Ricci era ufficiale di marina, «addetto alle comunicazioni in codice». Alle spalle aveva già un brillante corso di studi, «mi ero iscritto alla Scuola normale superiore di Pisa a diciott'anni. I miei genitori erano già morti entrambi. Mio padre, magistrato, era morto in Africa. Ero praticamente solo». Assiste all'8 settembre da una prospettiva particolare. «Pensi che ascoltai via radio le operazioni dei tedeschi mentre occupavano il porto di Genova».
La trafila che seguirà è simile a quelli di tanti altri compagni di generazione all'indomani dell'8 settembre 1943: lo sbandamento, i primi tentativi di organizzare la Resistenza armata all'esercito nazista. La montagna, il carcere, la prigionia, le percosse e la tortura, la deportazione. Dopo la guerra si iscriverà al Pci. E farà l'avvocato in prima linea. Gli toccherà difendere tanti ex partigiani da una persecuzione che oggi, forse, abbiamo dimenticato. «Negli anni della Guerra fredda erano guardati con sospetto. Molti subirono processi perché le loro azioni di lotta venivano considerate crimini». Raimondo Ricci è dirigente nazionale- vicepresidente vicario, per l'esattezza - dell'Anpi, l'Associazione nazionale dei partigiani italiani che da domani terrà a Gattatico (Reggio Emilia), nel Museo Cervi, la sua prima festa nazionale.


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venerdì, 13 giugno 2008

Non sarà la corrente contro a interrompere il lesto passo

Non saranno sterminati campi gialli di fieno a impedire la corsa

O la pioggia battente che fa abbassare le palpebre e inzuppa le vesti.

Non sarà lo strapiombo, la rupe e la scogliera a trattenerci dal tuffo

In acque profonde dove volano delfini d’arcobaleno e gabbiani di sole.

Non sarà l’anima suturata a filo spinato che ci occluderà al sentimento

Che prende quota velocissimo come un falco pellegrino.

Non sarà il cuore frantumato e raffazzonato alla buona

Che pulsando sordo impedirà sangue alle vene dei nostri polsi

Stretti legati dietro la schiena, uniti agli altri prigionieri.

Non saranno il cielo di metallo e la parola glaciale a generare il silenzio.

Non sarà la carta straccia di un giornale a chiuderci la bocca,

appallottolato bolo marcio di un oggi trascritto di sacrosanto veleno.

Non sarà la nostra voce a tratti muta a smettere di gridare

Come clarino soave si spanderà fra i vicoli e la spazzatura,

i mendicanti e le zingare con le lunghe gonne, i bambini presi per mano

e i questuanti d’amore, gli ingorghi e le maledizioni, il precariato e

innumerevoli le più melliflue persuasioni.   

 

P.S. E’ un peluche meccanico,

quello che fa da guardia, dietro la porta,

ha un tasto sulla schiena che comanda ogni suo movimento.

Può fare l’occhiolino e ridere.

Il peluche meccanico può anche sferrare un pugno.

Ha un buon odore sa quasi  d’innocenza;

basta controllare gli ingranaggi, dicono.

Oppure cambiare l’olio di tanto in tanto.

Non chiede altro, è un peluche meccanico.

Qualcuno in passato gli ha impiantato un cuore

(Ma potrebbe averlo perso, strada facendo).

X

 

Miscellanea di notizie

Invito al dialogo e alla tolleranza. «È finita è finita. Per voi clandestini e marocchini biglietto di sola andata. La Lega ce l’ha sempre duro, clandestini di merda. Con questo governo la Padania è arrivata a Roma. I clandestini l’hanno capito...»
Mario Borghezio, europarlamentare della Lega giuramento di Pontida Ansa, 1° giugno


privacy di delinquenti

Maria Novella Oppo

Il giornalista Aldo Cazzullo, intervenendo ieri mattina ad Omnibus, ha detto che semplicemente non gli interessa la privacy di un chirurgo capace di rovinare i suoi pazienti. Ecco un’idea sulle intercettazioni così chiara che quasi nessuno la può contestare. Ma in quel «quasi», purtroppo, c’è tutto l’abisso che divide un essere umano da un portavoce berlusconiano come Maurizio Gasparri. Il quale, l’altra sera a Ballarò, ha dato tutto il peggio di se stesso, praticamente il meglio che ha, straparlando, interrompendo, offendendo e, come gli ha fatto notare Di Pietro (noi non ci permetteremmo mai) dicendo «un miliardo di balle». Giusto quante sarebbero le intercettazioni ordinate dai magistrati in Italia. Paese in cui la vera emergenza è provocata dai giudici, che hanno violato la privacy di Erika e Omar, come di Rosa e Olindo, quando potevano benissimo accontentarsi di arrestare un immigrato di passaggio. E tutto al solo scopo di avere un alibi per intercettare Berlusconi, mentre comprava senatori per salvare la patria.

 

Il ritorno del picchiatore
di Fulvio Abbate


La mia profezia, purtroppo, si è avverata. La profezia in questione diceva esattamente così: con la vittoria elettorale della destra risorgerà lo spettro di Er Nerchia, un antico picchiatore neofascista degli anni Cinquanta-Sessanta, non sarà proprio lui a rimettersi al lavoro, a pattugliare le strade armato di mazza e ghigno, bensì i suoi molti eredi, coloro che reputano che la violenza e soprattutto l’arroganza siano un bene assoluto, un metodo di doverosa prassi quotidiana, da praticare appunto in nome dell’ordine, e dell’estro personale, come quando uno dice che gli stanno tutti antipatici.
Parlo delle aggressioni e delle molotov indirizzate ai rom, parlo dei pestaggi ai gay, parlo degli assalti ai ragazzi di sinistra e dei centri sociali, ma su tutto, molto al di là di questi picchi estremi, parlo del clima che si respira nel quotidiano, un brutto, merdoso clima che è possibile assaporare un po’ dovunque, perfino sotto casa, perfino da fermi. Inutile fare finta di niente, ma il nostro paese ama, tiene sempre nel cuore le insegne del fascismo, le ama perché il fascismo, con il suo bagaglio di certezze e di aggressività, di espressioni da fureria («tutti fuori dal cazzo!», tanto per dirne una, la più naturale), con il suo carico di rabbia coltivata come un segno di “distinzione” e di “buonsenso”, un sentimento che nasce dalla convinzione che sia finalmente giunta la resa dei conti. Anche a colpi di spranga. Con chi? Faccio subito un esempio banale. È dell’altro giorno un episodio che, sempre parlando del quotidiano, che è poi il termometro della qualità della vita e dei suoi livelli d’allarme, mi ha decisamente angosciato.

Sto facendo ritorno a casa in auto, sto anche cercando di scansare le altre vetture che non rispettano il diritto di precedenza, così come gli sportelli che si aprono all’improvviso, gli sportelli delle auto parcheggiate, beninteso, in seconda fila, ed è nel pieno di un tutti contro tutti che in corrispondenza di un passaggio pedonale intravedo una ragazza che spinge una carrozzina con un bambino. Bene, facendo del mio meglio, freno per consentire a questa persona di mettersi in salvo sul marciapiede opposto. Dunque freno, faccio soltanto il mio dovere civico memore di tutte le volte in cui mi sono trovato nella medesima situazione della mamma con carrozzina. Intendiamoci, nel mondo di oggi con siamo in molti a rispettare i diritti concessi dalla presenza delle strisce pedonali, infatti tutte le volte che ti fermi intuisci sempre qualcuno che sopraggiunge alle tue spalle, e quasi lo senti ringhiare contro il tuo rispetto del codice della strada, contro i diritti del passante, del pedone. A questo punto accade però che la mamma con carrozzina sta lì a guardarmi con odio furente, quanto basta perché io, tirando fuori la testa dal finestrino, le faccia notare che quel suo sguardo colmo di odio andrebbe riservato ad altri, «sì, signora, è inutile che guardi come, riservi a tutti quegli altri che non si fermano la sua rabbia». Un istante dopo, ecco che vedo sopraggiungere un uomo sui trent’anni (“faccia da fascista”) che prende a battere con i pugni contro la mia auto e ad insultarmi, cercando di insinuare una mia qualche responsabilità in tema di rispetto dei diritti offerti dal codice della strada, improvvisamente vedo insomma la mia posizione ribaltarsi, lo capisco dalla faccia (“da fascista”) dell’uomo che vorrebbe avermi fra le mani per fare, come dire?, “giustizia”, un istante appena ed eccomi lì come “capro espiatorio” di un mondo dove si sempre più fatica a intuire il rispetto reale per l’altro. Ovviamente, mi allontano, scelgo di mettere in salvo la pelle e il setto nasale, intanto però continuo a osservare dallo specchietto: vedo nuove minacce, vedo un gesto della mano che suona come minaccia ulteriore, un gesto che sa di amore per linciaggio, vedo ancora, a decine, le auto parcheggiate in seconda fila, vedo i poveri pedoni che inutilmente supplicano di non finire sotto la furia di chi brucia le strisce pedonali come non fossero, torno a casa e chiamo un’amica per raccontarle l’accaduto. Mi dice che la stessa cosa le è accaduta due giorni prima. Alla fine sogno di volare, sogno di non mettere più piede in un mondo che ignora la grazia, un mondo che dove il fascismo è un sentimento e uno strumento ritenuti, insieme alla violenza, molto civici.

l’Unità 11.6.08

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