Si racconta una storia,
a voce bassa,
in una lingua che in pochi capiscono.
Non è una favola,
ma è in cerchio che si siede
anche se c'è chi non ascolta,
e chi si benda per non parlare
ed è tutto un girar di pollici.
Storie che non vogliono commenti,
storie che non chiedono un finale.
C'è il lupo cattivo,
cappuccetto rosso e il cacciatore.
Si racconta un'altra storia,
fatta di nuvole a forma di cuore,
che sia una favola questa poco importa,
risulta sempre la più credibile.
Si racconta poi di un trofeo,
in svariate valute,
pagato in contanti, valore al portatore.
Ci vuol poco a vincere,
fuori gara e fuori concorso,
bastano i tasselli giusti,
una buona parola ben assestata.
Si racconta un'altra storia,
fatta di incantesimo e persuasioni,
dolci pressioni, forti convinzioni.
Si racconta la storia di un uomo,
o di un piccolo gruppo,
che ha preso in mano il mondo,
senza che nessuno sia stato formalmente d'accordo
perché d'assennato c'era quasi niente.
Preso al volo prima che cadesse
e rotolasse in un precipizio senza fondo.
Si racconta la storia di quando lo si pennellò di cielo,
e lo si puntellò d'alberi e fiori:
e lo circondarono tutti insieme,
come una catena, in un immenso
rutilante girotondo.
X
[...] Tutti gli addetti ai lavori, in questi giorni, sono benissimo a conoscenza di alcune verità elementari. Non è affatto garantito che tutti i verbali diventino "prova" in un dibattimento. Non è nemmeno certo che, alla fine, un processo debba necessariamente essere celebrato. E chiunque faccia questo mestiere, d'altronde, sa quanto sottile sia il discrimine fra verità e calunnia, e quanto sia arduo, a volte, individuarlo: solo pochi anni fa un "superteste" annunciò bombe e stragi e sui giornali si parlò di golpe imminente. Poi si venne a sapere che il superteste era screditato, e gli stessi giornali definirono il golpe "una bufala". Era il marzo 1992. E non era una bufala. Di lì a poco avrebbero ucciso Lima, Falcone, Borsellino, e fatto saltare in aria gli Uffizi e San Giorgio al Velabro, oscurato i centralini del Viminale, cercato di coinvolgere il Presidente della Repubblica in uno scandalo finanziario.
Giancarlo De Cataldo, su Repubblica

Gli intrecci pericolosi della Banda della magliana
Gli intrecci pericolosi conducono all’entourange adreottiano.Per fare un esempio, le ricchezze accumulate in maniera illecita erano talmente ingenti da richiedere l’intervento di vari banchieri ed esperti riciclatori di denaro sporco. Il migliore era Nicoletti, Enrico Nicoletti, che nel mandato di cattura del giudice Lupacchini, fu definito “detentore” dei patrimoni della Banda:<< Nicoletti funzionerà come una banca, nel senso che svolge un’attività di depositi e prestiti e attraverso una serie di operazioni di oculato reinvestimento moltiplica i capitali illeciti dell’organizzazione>>, spiega nell’ordinanza il giudice con la quale richiede il rinvio a giudizio di una novantina, tra piccoli e grandi boss. Imprenditore e costruttore, ( costruisce centinaia di appartamenti tra l’Eur e Ostia), Nicoletti era in affari da molti anni con Giuseppe Ciarrapico, personaggio di spicco della Roma di quegli anni ed ex fascista. Rapporti tempestosi in qualche caso. Nel dossier legato all’operazione “Colosseo”, che ha portato in carcere il costruttore si accenna a una riappacificazione tra Nicoletti e il re delle acque minerali amico di Andreotti, nell’affollatissimo studio di Franco Evangelisti, intimassimo e braccio destro del divino Giulio.
In un rapporto dei carabinieri del 1988 Nicoletti viene anche indicato come personaggio legato all’ultimo capo della Banda della Magliana, Enrico De Pedis, detto Renatino, ucciso nel febbraio del 1990. Il Ncoletti ebbe in eredità alcune proprietà immobiliari appartenute al boss. La morte non colse di sorpresa Renatino, il boss era stato tanto previdente da organizzarsi una sepoltura prestigiosa in una cripta nella chiesa di Sant’Apollinare nei pressi di piazza Navona, ed è ancora lì, con la benedizione della chiesa e da un (….) cardinale che “riconoscente” per le innumerevoli donazioni lo aveva in grande stima. A Renatino non mancavano certo i soldi , nell’operazione “Colosseo”, la polizia sequestrò ottanta miliardi di beni mobili e immobili, preziosi, quadri ed opere d’arte di grande valore, frutto del riciclaggio del traffico di armi e droga, poi reinvestito in affari e appalti resi possibili dagli agganci ed appoggi politici. Il De Pedis fu ucciso in pieno giorno in via del Pellegrino, vicino a Campo de Fiori, con lui muore l’ultimo boss della Magliana. La banda dunque, entra grazie alla politica negli affari seri della Roma che conta, investe, compra e rivende, entra ed esce dai salotti dove si decidono dove, come e quando costruire palazzi e strutture che in alcuni casi verranno vendute allo Stato.

Roma è una città che non accetta regole e neppure gerarchie, Renatino era considerato uno “sbirro”. Si sapeva e lo sapevano molti rivali in affari che il Renatino aveva rapporti con i servizi segreti, in realtà come tutti i big della Maglia usufruiva di protezioni importanti. Secondo i pentiti, ed in particolare Fabiola Moretti, una pentita del processo Andreotti, De Pedis era amico di Claudio Vitalone, riconducibile anche lui ad Andreotti, tanto che il De Pedis riuscì secondo la pentita, a far fuggire un imputato dall’aula Occorsio di piazzale Clodio durante il processo. Ma la cosa andò storta: l’evasione era stata organizzata a favore di Edoardo Toscano, un pezzo da novanta, ma quando venne il momento a guadagnare la porta fu Vittorio Carnevale, un pesce piccolo. Fuori il portone di piazzale Clodio c’era un’auto ad aspettarlo. Il pesce piccolo fu scaricato senza tanti complimenti in aperta campagna. Il pesce grosso, Toscano, fu ammazzato due anni dopo, appena uscito dal carcere. Secondo la Procura di Perugia la fuga sarebbe stata organizzata da Vitalone che avrebbe inteso sdebitarsi in questo modo per il favore ricevuto, ovvero l’omicidio Pecorelli. La Corte però non ha ritenuto provata l’accusa.
Mille miliardi
Questa sarebbe la somma del giro di affari della Banda dalla fine degli anni ’70 al ’90. Per la maggior parte soldi provenienti dal giro della droga, estorsioni, armi e da “elargizioni” di qualche segretissimo apparato dello Stato per vari e importanti compiti svolti dalla Banda. I rapporti con la mafia e la camorra porteranno nelle casse della Magliana decine di miliardi che per la maggior parte verranno divisi fra i capi ”fondatori” dell’organizzazione. Ancora oggi, non tutte le proprietà del Nicoletti, tutore ed amministratore della Banda, sono state sequestrate per la difficoltà di ricostruire la provenienza. La burocrazia e la legge questa volta da ragione al Nicoletti ed ai suoi eredi.
categoria:chiacchiere, co sto popolo, er potere, la saccoccia, còre corettie anulare, lì fanti, er minestrone, cè chi decide



























