venerdì, 04 luglio 2008

Ci fu un tempo, oggi quasi da annoverare fra quelle fasi isolate della storia, in cui l'uomo credeva d'essere libero. Gli bastò sapere che gli altri gli permettevano di crederlo e di attuare la sua libertà come meglio ritenesse opportuno. Non è dato certo che fu per due ragioni in diverse occasioni, ma più o meno assimilabili, cioè che in quel momento l'uomo fu lasciato a se stesso, per ragioni talmente contingenti che non permettevano di fermare il pensiero sulla categoria umana, tanto indaffarati a concentrarsi su altro, come fame e carestia, o scambiare petrolio per generi alimentari, o semplicemente facendo sempre credere all'uomo che era lui a stabilire coordinate e dettami che applicava, sempre col beneficio del dubbio, a lui stesso. Capace quindi anche di insorgere alla sua stessa volontà se un impeto di ribellione l'avesse richiesto. Ma l'uomo non si contentò nemmeno in quella circostanza tanto vasta da lasciargli il libero arbitrio, un raggio di movimento tale, mentale e fisico, d'ampio respiro, da poter andare dall'equatore ai due poli in un medesimo istante, di pensare al giorno con la luna e alla notte più assolata, di concepire una laica divinità (ma questo accade ancora oggi) come un religioso dogma pagano (come sopra). Insomma, lui per essere libero, giacché aveva provato tutto, anche la libertà più sfrenata, quella lesiva e quella narcisista, quella egoistica e quella di una generosità speculare (ma ci si contentava uguale, visto che di nocivo non aveva nulla), e per essere l'essere più libero di tutti, anche delle rondini e dei lupi, dei delfini e dei gabbiani pensò concentrandosi tutto il tempo sul da farsi. E capì, a modo suo, e tanto autopersuaso, che per essere libero doveva nascere schiavo. Strana cosa a dirsi, figuriamoci a pensarla. Qualcosa suggeriva che nel suo remotissimo passato ciò doveva essere accaduto perché era come se ai polsi avesse ancora i segni delle catene e alle caviglie ne sopportasse ancora il peso. Ma purtroppo la decisione era già cosa fatta. Quando un'idea si palesa è in alcuni casi già concreta, tattile e visibile.

Inizialmente si stabilì che sarebbero stati tutti schiavi e così fu per un certo tempo senza che nessuno ebbe a lamentarsi. Il cibo fu da procacciare, le città si innalzarono dopo grandi sforzi inimmaginabili fino a poco tempo addietro, alcuni caddero senza vita costruendole, altri sudarono sette camicie di sangue e lacrime. Le donne furono separate dai loro compagni e portavano sui luoghi di fatica anche i piccini, chi a spalla, chi a dargli una mano. E questo venne considerato modello ideale della società umana e nessuno ebbe da ridire. Di tanto in tanto con la fronte arsa dal sole si pensava a quanto era bello starsene sdraiati presso una palma a discutere di cose filosofiche o di banalità ad occupare il tempo. Ma il cattivo pensiero era facile da scacciare quando c'era da sollevare un carretto di mattoni o salire in cima agli alberi e cogliere la frutta prima che maturasse troppo.

Era bello ma tutto questo all'uomo diceva che qualcosa mancava in questa mirabile struttura.

Un giorno un uomo cominciò a dire frasi inconcepibili, disse d'aver visto un gruppuscolo con le mani bianche di ozio e con i volti pallidi di ombra e riposo, le donne erano diverse dalle loro, nessuna era segnata da rughe profonde, nessuna aveva il corpo appesantito dalle continue gravidanze. Nessun bambino aveva lo sguardo spento e piangeva dalla fame a metà giornata. I loro erano pargoletti floridi e pasciuti, allegri e giocosi.

Nessuno gli credette perché non era possibile che così fosse, tutti erano uguali e tutti subivano la stessa sorte ed erano sottoposti alla stessa legge e alle stesse regole. L'avevano studiata alla perfezione una simile architettura, - :staremo mica scherzando?

Un giorno uno di questi, un giovane di belle speranze incontrò la più bella ragazza del luogo col viso scolpito nella neve e nella rugiada, la vide da lontano come un'apparizione e non poté credere ai suoi occhi, stanchi, dopo una giornata di lungo e duro lavoro. La guardò e lei fuggì talmente veloce che lui si rimise a sgobbare e a lavorare lesto. Tutto questo non era possibile. E' evidente che quel genere di uomini non esisteva, poiché nessuno li aveva mai visti ai campi o lavorare nei cantieri.

Si pensò a delle allucinazioni. Alcuni vennero curati alla bell'e meglio per disturbi a carico del sistema nervoso. Altri si fecero zittire come era possibile. Qualcuno credette senza dubbio che erano fuggiti lontano, in un altrove che era inimmaginabile, altri ebbero paura di pensare che fossero semplicemente scomparsi.

Tutti ma proprio tutti pian piano dimenticarono, dopo nemmeno un paio di generazioni quanto fosse bello essere liberi come per un gioco del destino, erano all'inizio, un inizio che ebbe un poi stranamente stabilito da loro, con la loro stessa volontà, senza troppo accorgersi di quanto avevano sbagliato, di quanto male avessero fatto. A se stessi, si capisce, mentre agli altri, che sembravano come non esistere se non in una realtà e dimensione parallele, fu di grande giovamento.

La memoria svanì nel nulla a grandi passi, solo alcuni ebbero sporadici barlumi, ma non gli rimaneva che deglutire assieme all'amaro quotidiano quella speranza superstite ormai sottile come un'acciuga.

X





[..] «cercando di riattivare processi di civiltà in questa barbarie dilagante che non si può più tollerare». «smetterla con la configurazione dell’ebreo di corte, “quello carino, con lo zucchetto, con il quale ci si fa fotografare insieme per farsi assolvere del passato”. Si fa i carini con gli ebrei e e le carinerie al governo di Israele, che ormai è armato fino ai denti, e dunque dalli allo zingaro e al nero... Ma davvero ci siamo dimenticati che rom e ebrei hanno avuto lo stesso destino? Che sono 500mila i rom morti nelle camere a gas solo perché non hanno trovati altri?
E ancora, l’affondo più doloroso è per un’Italia dalla memoria corta, cortissima, che dimentica che dopo la seconda guerra mondiale erano 743 i criminali di guerra italiani reclamati da africani, slavi, albanesi e greci e nessuno è stato portato davanti ai tribunali «solo perché c’è stata la Resistenza antifascista». I comunisti hanno riportato la libertà in Italia con il sangue dei partigiani, mentre i fascisti italiani sono stati complici dei nazisti nello sterminare gli innocenti. Troppo facile ricordare le foibe dimenticando quello che c’è stato prima. Troppo semplice dare la colpa ai rom, dimenticando che «i veri criminali sono italiani e si chiamano Toto Riina e Provenzano».

Moni Ovadia, Palasport di Villorba, Treviso 2.7.08



IL SOTTILE FASCINO DEL NEOFASCISMO

IL SOTTILE fascino del neofascismo da generone. Non come riedizione di un' idea della politica, di una pratica della politica che fu protagonista fra le due guerre mondiali e che è irripetibile, ma come voglia di rivoltarsi nel peggio, come odio per la buona educazione civica e per la storia, come l' eterno disprezzo per il "culturame". Il "Giornale", il quotidiano politico del cavalier Silvio Berlusconi, pubblica due pagine definite dal suo direttore di ' revisionismo storico' . Un articolo dell' ordinovista Erra in cui si spiega che la Germania nazista scese in campo per salvare l' Europa dalla immonda democrazia capitalista e dal feroce imperialismo comunista. E a fianco, l' articolo di un ignoto storico inglese il quale afferma che la Resistenza europea fu un bluff impopolare. Questo non è revisionismo storico, ma ignoranza e beceraggine. Ignoranza che a Monaco le grandi democrazie cedettero al ricatto nazista, che arrivarono alla guerra disarmate e che per convincere gli americani a entrarci Roosevelt dovette sopportare Pearl Harbour. Ignoranza dello Stalin che confidava ancora nei patti hitleriani quando già l' attacco nazista era in corso. Né si capisce come si possa fraintendere sul ' terzo elemento' storico del nazismo scritto chiaramente in Mein Kampf e poi eseguito con la soluzione finale degli ebrei che per il signor Erra certamente sarà un' invenzione della propaganda. Nessuno scandalo. Al cavalier Berlusconi un giornalismo così va bene non perché sia fascista o neonazista, niente di più lontano dalla sua bonarietà umana e commerciale, ma perché per lui son cose senza importanza, chiacchiere senza peso, combustibile come gli altri divorati dalla onnivora informazione. Il sottile fascino del neofascismo! Nel senso che un consumo culturale vale l' altro, una storia falsa ne vale una vera, l' indignazione morale è cosa stramba da riderci su, il senso della decenza un illustre sconosciuto. TRIONFA nell' informazione lo smercio delle bufale storiche. Persino uno studioso serio come De Felice è venuto fuori con la storia del Mussolini ucciso dagli inglesi, come se Mussolini non fosse stato catturato e giustiziato dai partigiani comunisti, secondo la testimonianza inoppugnabile di Longo e di Solari. Non sarà un concerto meditato, ma il risultato è quello di far sapere che la storia scritta dell' antifascismo è storia falsa, propaganda. Ci si mettono anche i familiari del Duce, la figlia Edda, il figlio Vittorio, la sorella Edvige e consorte mostrano l' abito di nozze di Rachele fotografati assieme all' editore Dino che va ripubblicando il ciarpame della letteratura neofascista. Triste spettacolo vedere una famiglia che forse senza accorgersene partecipa al mercato nostalgico di bassa lega e riduce a feticcio un personaggio storico, dominante nel socialismo rivoluzionario, direttore dell' "Avanti!", teorico del corporativismo, uno che non può essere ignorato per il mediocre, tragico epilogo delle aquile di cartapesta. Essere antifascisti in questa Italia presa dal sottile fascino del neofascismo, è, nel migliore dei casi, un fatto di cattivo gusto, di moralismo assurdo, di insopportabile puzza sotto il naso. Come se l' antifascismo fosse un conformismo da vecchi spaesati che coltivano paure inesistenti, combattono contro le ombre, ripetono vecchi slogan e non il controllo attento di questa confusa e pericolosa transizione, non la difesa attenta dei valori democratici e diciamo pure della cultura. Tutto deve apparire poco importante perché il peggio possa passare. UN ESPONENTE della vita parlamentare, il capo della commissione cultura della Camera, Vittorio Sgarbi, rilascia una dichiarazione demenziale, paradossale, quasi comica sul procuratore di Palermo Giancarlo Caselli: è lui il vero amico della Mafia, lui con il suo protagonismo ha fatto spendere cifre folli nelle sue inchieste persecutorie contro Andreotti, per comperare i pentiti, è lui che ha provocato la fuga dalla Procura di Palermo di quattordici magistrati. I giornali e le televisioni riportano l' inaudita dichiarazione nella rubrica fatti vari o in quella fatti curiosi, con l' aria di dire "il solito Sgarbi, che mattacchione". E suppergiù così gli ultimi digiuni e distribuzioni di droga del Babbo Natale Pannella che ha trovato il modo di versare dentro il cafarnao della politica italiana altri venti o ventiquattro referendum seguiti da un esercito di indefinibili sostenitori, simili a quelli di una setta religiosa che si sentono popolo sovrano, ovazionano Martelli e terroristi neri, e sono riusciti in due imprese incredibili: fare del movimento radicale un sostenitore dei reazionari e dei fascisti e tenere in piedi lo spettacolo falso e velleitario di una democrazia rinascente, di una perenne irresistibile progettazione e intuizione democratica, mentre il paese affonda lentamente nella sua voglia di Stato forte e di mano dura che credo preoccupi anche Giancarlo Fini che a noi sembra più postfascista di questo generume in cui anche gli esponenti della sinistra sono altamente onorati di essere invitati alla cena della vedova Angiolillo, il protettore del neofascismo romano con il primo "Tempo" e della signora Dell' Utri che è la cognata del Dell' Utri di Publitalia, ma da qualche settimana di sinistra. Il generume che pensa ad Andreotti come un perseguitato. A parte Bossi che è matto sul serio. - di GIORGIO BOCCA

Repubblica — 11 gennaio 1996 pagina 11 sezione: COMMENTI


lunedì, 23 giugno 2008
E' nel silenzio che la parola si consuma,

e agli angoli si smussa,

connotati labili di una valenza che deflagra,

lineamenti sfumati di un segno

che dilegua nei ricordi di un passato che non ritorna.

Le possibilità di recupero per sempre perse.

Come una mosca nel suo astuccio di velluto nero

a scatto, nata e rinchiusa,

prezioso diadema di una vita nella filigrana scolpita

a colpi di perché di discontinuo tratto.

Barcolla il pensiero inespresso

di una cronologia capovolta, a ritroso

destinata a ripetere gli stessi passi e gli stessi errori.

Mentre fuori un mondo vociante che sciama,

sul raso rosso lucida le zampette e il muso,

ali di tulle e di metallo cangiante.

E' il volo mai spiccato che inimmaginabile,

rimane intentata prova ed esperimento,

salto che la mente mille volte ha costruito.

E' al sole che asciugano le lacrime

e svaniscono i sorrisi disegnati a biro

sui palmi delle mani.

Passo dopo passo, si conosce a memoria il perimetro,

reclusione forzata di un astuccio a scatto,

aperto un giorno per caso,

inesorabile meta di destinazione fissa

ritorno certo già scritto.

La libertà non s'impara né s'insegna.

E' marchio a fuoco sulle carni

del suo amante più geloso e più devoto.

Anima scarmigliata che non aspetta tempo.


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Ci guarderemo senza riconoscerci,
diffidenti l'uno dell'altro, queruli, ombrosi.
Come allora, staremo di sentinella
perché nell'alba non ci sorprenda il nemico.

Quale nemico? Ognuno e' nemico di ognuno,
spaccato ognuno dalla sua propria frontiera,
la mano destra nemica della sinistra.
In piedi, vecchi, nemici di voi stessi:
La nostra guerra non e' mai finita.

Primo Levi "Partigia"


Resistenza, perché le donne la scelsero
di Stefano Morselli


CONVEGNI A Gattatico di Reggio Emilia alla Festa nazionale dell’Anpi partigiane di ieri e «nuove partigiane» di oggi hanno ricordato il contributo femminile alla Lotta di Liberazione: 35mila combattenti, 7mila staffette e altre migliaia in retrovia

Trentacinquemila combattenti nelle formazioni partigiane, ventimila staffette, settantamila organizzate in gruppi di difesa. E poi diverse centinaia cadute in combattimento o fucilate, molte altre migliaia ferite, arrestate, torturate, condannate dai tribunali fascisti, deportate in Germania.
I numeri dicono già quali dimensioni abbia avuto la partecipazione delle donne alla Resistenza. Ma per restituirne appieno il senso, la passione, l'importanza, bisogna ascoltare di persona le voci di quelle che sono ancora oggi sulla breccia. A testimoniare, a trasmettere la memoria alle nuove generazioni, a proseguire l'impegno per i valori di libertà, di democrazia, di uguaglianza che - giovanissime ragazze - seppero far vincere oltre sessant'anni fa.
Donne di ieri e di oggi. Il coraggio della scelta è il titolo del convegno che ieri - nell’ambito della prima festa nazionale dell’Anpi, alla casa-museo Cervi di Gattatico, luogo simbolo dell’antifascismo - ha offerto l'occasione per ascoltare queste voci e per presentare i progetti volti a promuovere la conoscenza di quanto le donne italiano hanno fatto prima, durante e dopo la Liberazione.
Ad organizzarlo hanno lavorato insieme anziane partigiane e «nuove resistenti» entrate nell’Anpi in questi ultimissimi anni. Non è stata una celebrazione rituale, né una esercitazione accademica, ma una riflessione sulla storia di ieri con un occhio esplicitamente rivolto alle vicende dei giorni nostri.
Non solo perché - con i tempi che corrono, con i revisionismi strumentali che vanno di moda - ricordare la realtà autentica del fascismo e della Resistenza è già mettere i piedi nel piatto della più stretta attualità politica. Ma anche perché - come avverte esplicitamente la Marisa Rodano, partigiana e fondatrice dell’Unione Donne Italiane - «certo l'Italia di oggi è molto diversa da quella fascista, però di fronte alle violazioni di diritti e di libertà fondamentali è necessario essere vigili, reagire. Purtroppo, i segnali non mancano».
E dunque, quale fu il momento in cui tante donne capirono da che parte bisognava stare? In molti casi, non si trattò di una scelta dettata da ideologie politiche, bensì di una reazione spontanea alle condizioni di vita proprie e delle proprie famiglie, alle ingiustizie e alle prepotenze del regime, poi alle sofferenze e ai lutti della guerra. «Mia madre era vedova - racconta Giacomina Castagnetti- - il regime la premiò perche aveva otto figli. Ma poi le rubò perfino l'anello nuziale, con la campagna per l’oro alla patria: lei consegnò piangendo, lo fece per proteggere noi figli da possibili rappresaglie. Ma nel 1938, vennero di notte ad arrestare uno dei miei fratelli. E nel 1941 vennero di nuovo, a portarci un telegramma con l’avviso che un altro fratello era morto in guerra, al confine tra Grecia e Albania. Dopo l’8 settembre, per me è stato un fatto naturale andare con i partigiani».
Anita Malavasi, nome di battaglia Laila, subì il primo sopruso a 10 anni: «A scuola ero arrivata prima al concorso di disegno. Mi dissero che, non avendo io la tessera di piccola fascista, il premio non me lo avrebbero dato. Tempo dopo, un mio caro amico fu picchiato pesantemente per aver raccontato una barzelletta sul duce. A un altro diedero l’olio di ricino perché si lamentava della difficoltà di trovar lavoro». Luciana Romoli iniziò a ribellarsi ad 8 anni, contro la maestra che perseguitava una compagna di classe ebrea: «Voleva che noi bambine scrivessimo frasi contro gli ebrei, invece ce la siamo presa con lei, l’abbiamo aggredita. Poi io e mia sorella Adriana, che aveva due anni in più di me, siamo state espulse dalla scuola perché avevamo portato volantini contro le leggi razziali. Ma io dopo la guerra ho ripreso a studiare, mi sono diplomata a 30 anni e laureata a 45». Tante storie di ragazze semplici, che vissero prestissimo sulla loro pelle le angherie della dittatura. E videro poi brutalità sempre più orrende.
Dianella Gagliani, docente universitaria di storia, cita un libro di Tina Anselmi, la quale comprese che «doveva esserci», quando vide 31 giovani impiccati ad altrettanti alberi dai nazisti, a Bassano del Grappa. «Oggi sentiamo parlare molto di crimini dei partigiani - commenta con amarezza la prof. Gagliani - Ma forse noi stessi non abbiamo mai spiegato abbastanza in quali forme terrificanti si esercitò la violenza nazifascista».
Allora, è importante conservare la memoria, trovare i mezzi per comunicarla alle nuove generazioni. L’archivio audiovisivo che la giornalista Gabriella Gallozzi e il regista Guido Albonetti hanno cominciato a mettere insieme - per l'Acab (associazione culturale Antonello Branca), con il sostegno dell'Anpi, del nostro giornale e della Regione Lazio - si propone appunto di raccogliere i racconti delle donne partigiane di tutta Italia.
A Gattatico ne hanno presentato «provino», facendo passare, insieme a belle immagini storiche realizzate da Liliana Cavani, alcune brevi testimonianze. In una, che risale al 1964, Germana Boldrini racconta da protagonista la battaglia di Porta Lame, a Bologna, contro i nazisti. In un’altra, Marisa Rodano ricorda le sue prime attività antifasciste: «Non sono discese da una tradizione familiare, anzi mio padre aveva fatto la marcia su Roma. Ho cominciato all’università, dopo aver visto cacciare due studenti colpevoli di essere ebrei. Con alcuni compagni abbiamo costituito un piccolo gruppo, nel 1943 sono stata arrestata per la pubblicazione di un foglio comunista, si chiamava Pugno Chiuso, era il primo numero e sarebbe rimasto l'unico. Il 25 luglio sono uscita dal carcere e di lì a poco sono entrata nella Resistenza».
Un’altra «voce» che già fa parte dell'archivio è quella di Lina Fibbi: «Nell’aprile 1945 ero incinta, il mio compagno era appena stato ammazzato dai fascisti. Luigi Longo mi incaricò di smistare a Milano l'ordine di insurrezione generale del Cln. Io andai: in bicicletta, con il pancione e con molta paura». Poi c'è quella di Walchiria Terradura, comandante della «Brigata Garibaldi-Pesaro», una formazione di sette uomini conosciuta come «Settebello». E quella di Teresa Vergalli, che diventò partigiana «per amore dei genitori, contadini poverissimi, che hanno cresciuto i figli a radicchio di campo e antifascismo».
Teresa Vergalli, pure presente al convegno, tiene molto a ribadire una cosa: «Ora si guarda con una certa qual comprensione ai ragazzi di Salò, perché anche loro sarebbero stati in buona fede. Ma anche noi partigiani eravamo ragazzi, e stavamo dalla parte giusta! È una differenza che non bisogna mai dimenticare». E lancia un appello ai ragazzi di oggi: «Attenzione, stiamo vivendo un momento grave, nel quale si cerca di svuotare la Costituzione dall'interno. Dovete colmare il silenzio che è calato tra voi e le generazioni che vi hanno preceduto. Tocca voi, adesso, arrabbiarvi e dare battaglia».

l’Unità 23.6.08



Raimondo Ricci, vicepresidente nazionale dell’associazione partigiani

Mi sento l’ultimo superstite ero in montagna e a Mauthausen. Ora tocca a voi difendere la libertà

Tonino Bucci

Oggi ha 87 anni, portati con vitalità. Interesse per la politica, acume, memoria storica, esercizio dell'eloquio - dote maturata nel corso della sua lunga professione di avvocato. Emozioni, nella sua vita, non ne sono mancate. E' nato nel 1921 a Imperia, anche se la sua città adottiva è Genova dove risiede tuttora. Quando era poco più che ventenne Raimondo Ricci era ufficiale di marina, «addetto alle comunicazioni in codice». Alle spalle aveva già un brillante corso di studi, «mi ero iscritto alla Scuola normale superiore di Pisa a diciott'anni. I miei genitori erano già morti entrambi. Mio padre, magistrato, era morto in Africa. Ero praticamente solo». Assiste all'8 settembre da una prospettiva particolare. «Pensi che ascoltai via radio le operazioni dei tedeschi mentre occupavano il porto di Genova».
La trafila che seguirà è simile a quelli di tanti altri compagni di generazione all'indomani dell'8 settembre 1943: lo sbandamento, i primi tentativi di organizzare la Resistenza armata all'esercito nazista. La montagna, il carcere, la prigionia, le percosse e la tortura, la deportazione. Dopo la guerra si iscriverà al Pci. E farà l'avvocato in prima linea. Gli toccherà difendere tanti ex partigiani da una persecuzione che oggi, forse, abbiamo dimenticato. «Negli anni della Guerra fredda erano guardati con sospetto. Molti subirono processi perché le loro azioni di lotta venivano considerate crimini». Raimondo Ricci è dirigente nazionale- vicepresidente vicario, per l'esattezza - dell'Anpi, l'Associazione nazionale dei partigiani italiani che da domani terrà a Gattatico (Reggio Emilia), nel Museo Cervi, la sua prima festa nazionale.


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categoria:contro, co sto popolo, a voce mozza, drento nà balena nera, carezza de nsogno, coperta colorata, cè chi decide
lunedì, 26 maggio 2008

Difficilmente dalla più vorticosa

delle spirali si farà un nodo

perché le linee nemmeno a farlo apposta,

si assoggetteranno alla curva

e ne seguiranno docili il circolare

andamento che sembrerà farle danzare,

come musicata sinusoide.

Così fa il pensiero, come argano

che attorno avvolge fune e peso,

traino e forza motrice.

E da perno fa la parola

che srotola la lettera che trotta

O al paio galoppa

con in serbo invisibile ma tattile

Traguardo.

Che a deporsi e a germogliare

sembra poca cosa ma tutto teme,

grandine e sassi scagliati

da un altare di controcanti

e dissonanze dissipate

da massimi sistemi

pronti a non contemplare

null’altro che non sia il coro

genitore di un’unica creatura

piatta uniformità di monotona

sopravvivenza sottovuoto.  

X


"Il nostro motto dev'essere dunque: riforma della coscienza non per mezzo di dogmi, ma mediante l'analisi della coscienza non chiara a sé stessa, o si presenti sotto forma religiosa o politica. Apparirà allora che il mondo ha da lungo tempo il sogno di una cosa..." (Karl Marx, da una lettera a Ruge, da Kreutznach, settembre 1843)

 


Razzista e fascista. Ricordate chi era Almirante

Vincenzo Vasile

E così, ci toccherà in un domani darci appuntamento in via Giorgio Almirante? L’intenzione di intitolargli una strada l’ha annunciata, forse per sondare il terreno, il neosindaco di Roma, Alemanno. E vuoi vedere che tra un po’ qualcuno non salterà su a dire che in fondo, dopo tanti anni, sono superati e ormai morti i vecchi schemi ideologici. E dunque...

In tempi così pieni di smemoratezza non sarà male, perciò, sfogliare qualche pagina della biografia di un leader neofascista che conquistò - in verità solo sul finire della sua vita, conclusasi nel 1988 - un'immeritata fama di "equilibrio" e di capacità dialogante, dopo avere impersonato non solo durante il ventennio fascista, ma anche nel dopoguerra, la più squallida vena razzista e le pulsioni più inquietanti della destra italiana.

C'è chi segnala, in questo curriculum un particolare non di dettaglio: Almirante veniva da una famiglia di uomini di spettacolo; il padre era stato direttore di scena e regista di Eleonora Duse, gli zii erano noti attori: tra loro quell'Ernesto Almirante che negli anni 50 fece la parte del vecchio bersagliere rincoglionito che saltava fuori in mutandoni suonando la carica con la trombetta in diverse sequenze un vecchio film di Totò e Gino Cervi ("Il coraggio"). E forse da quella vena familiare veniva al più giovane nipote una certa vocazione trasformista, retorica, ambigua e populista che gli consentì di traghettare il fascismo sovversivo, anticapitalista e antiborghese di Salò nelle istituzioni parlamentari e repubblicane. E che lo portò, dopo diversi travagli interni all'Msi, fino all'obiettivo di espandersi fino al massimo storico (il 9 per cento di media nazionale nel 1972, con punte a due cifre in Sicilia), parlando alla pancia di un elettorato per la prima volta dal 1948 in libera uscita dall'interclassismo della Dc, con lo slogan della difesa della terra, della casa e della proprietà.

Sotto al doppiopetto e dietro alla retorica rigonfia che affascinò tanta piccola borghesia dei primi anni Settanta erano celati i vecchi e lugubri "labari" del fascismo più nero e militante. Destinato all'insegnamento nelle scuole medie, Almirante aveva pontificato sin dall'indomani delle leggi antiebraiche sulla rivista "La difesa della razza" di Telesio Interlandi (altro personaggio come lui di origini siciliane, interprete delle più fosche spinte del regime) che "l'Italia non ha ancora avuto la sua scuola". E che essa avrebbe dovuto da allora in poi forgiare gli italiani secondo la seguente, delirante, dottrina: "Il razzismo è il più vasto e coraggioso riconoscimento di sé che l'Italia abbia mai tentato. Chi teme, ancor oggi, che si tratti di un'imitazione straniera (e i giovani non mancano nelle file di questi timorosi) non si accorge di ragionare per assurdo: perché è veramente assurdo sospettare che un movimento inteso a dare agli italiani una coscienza di razza posa condurre a un asservimento alle ideologie straniere". Tutto nasce invece da quell'"insuperabile e spesso drammatico contrasto tra romanità - vera romanità e non quella annacquata della pseudo-cultura internazionalista - e giudaismo. Il che dimostra ancora una volta che in fatto di razzismo e di antigiudaismo gli italiani non hanno avuto, né avranno bisogno di andare a scuola da chicchessia".


Negli anni della "maturità", più che rinnegare, l'interessato avrebbe minimizzato la sua attività di "segretario di redazione" e uomo-macchina della rivista di Interlandi, e la sua personale opera di decretazione delle rinnovate norme razziali della Repubblica di Salò. Leggi che furono condensate nella circolare esplicativa da lui stesso firmata, non appena il giovane tenente della Guardia Nazionale repubblicana passò dall'ufficio per 007 delle "intercettazioni" cui era stato originariamente destinato, a quello di capo di gabinetto del Minculpop repubblichino (succeduto nell'incarico a Gilberto Bernabei, poi divenuto segretario particolare di Andreotti a palazzo Chigi). Con il compito di propagandare alla radio la bontà delle nuove norme che consentivano di condurre a termine la persecuzione antiebraica con arresti, deportazioni ed espropri: bisognava, sui mezzi di informazione della triste repubblichetta mussoliniana, "rilevare che le nuove leggi"costituivano non la cancellazione ma l'aggiornamento delle norme del 1938 "in base alle esperienze acquisite, e alle nuove necessità determinate dalla situazione in cui la guerra, il tradimento e la ricostruzione hanno messo e mettono il paese".

Lui, Almirante, intanto, faceva la spola - anche per "missioni segrete" - tra il "duro" ministro Mezzasoma e Mussolini. Nelle disposizioni razziali a sua firma si tessevano elogi dell' accanimento contro i "meticci" e i matrimoni misti, e si aggiungevano accurate precisazioni sul tasso di "arianesimo" da garantire per rendere efficace la selezione dei perseguitati. Più tardi, Almirante avrebbe falsamente sostenuto di avere lasciato in un cassetto del ministero le norme "antigiudaiche" (richieste, a suo dire, dai tedeschi), in uno scritto sprezzantemente intitolato "autobiografia di un fucilatore".

La polemica di quel titolo era proprio rivolta all'Unità, che nel 1968 aveva pubblicato il testo di un manifesto firmato dal "capo di gabinetto" Almirante, che intimava; "Alle ore 24 del 25 Maggio scade il termine stabilito per la presentazione ai posti militari e di Polizia Italiani e Tedeschi, degli sbandati ed appartenenti a bande. (…) Tutti coloro che non si saranno presentati saranno considerati fuori legge e passati per le armi mediante fucilazione nella schiena. Vi preghiamo curare immediatamente affinché testo venga affisso in tutti i Comuni vostra Provincia". Sulla base di questo editto 83 "sbandati" furono fucilati in Maremma. E questa terribile eredità, assieme alla militanza di Almirante almeno fino al 25 aprile nelle Brigate nere impegnate nei massacri di partigiani in Valdossola con il grado di tenente, macchiò per anni e anni l'immagine pubblica del più duraturo e forte dirigente del Movimento sociale, che un Tribunale clamorosamente per di più sbugiardò riguardo all'editto contro gli "sbandati", assolvendo il nostro giornale dall'accusa di diffamazione.

L'Msi l'aveva fondato proprio lui, Giorgio Almirante, assieme a una combriccola di reduci della Rsi, nel 1946, e questa "istituzionalizzazione" delle nostalgie più o meno eversive per il regime fascista e per Salò, concordata con la Dc e il Vaticano, di solito gli viene ascritta a merito. Ma pochi sanno che pochi mesi prima lo stesso Almirante e altri futuri protagonisti della storia dell'Msi avevano creato, tanto per non legarsi le mani, anche un'organizzazione clandestina, detta Fronte armato rivoluzionario - Far - protagonista di numerosi attentati e sabotaggi, che convisse fino al 1952 in un rapporto altalenante ma quasi ininterrotto con l'Msi, e diede anche vita a un Esercito Clandestino Anticomunista, ramificato in varie parti del paese.

Bombe carta, attentati, blitz contro cortei di lavoratori: la storia dei Far negli anni seguenti avrebbe avuto la sua diretta filiazione in Ordine Nuovo e Avanguardia nazionale, le due organizzazioni clandestine, protagoniste della strategia della tensione e delle stragi. Fate attenzione a certi album di famiglia. Tra i fondatori del Far, c'era un'altra allora "giovane speranza" dell'eversione nera: Giuseppe Umberto Rauti, per gli amici "Pino". Che è il suocero del sindaco di Roma che vorrebbe oggi dedicare una strada ad Almirante; e fu per lunghi anni il fratello-coltello del defunto leader in diversi dissidi e molteplici scissioni e riappacificazioni della tumultuosa storia - forse ancora da scrivere - del Movimento sociale.

 

venerdì, 16 maggio 2008

Non sarà una barricata a interrompere il passo,

nemmeno il vento che sferzerà di gelo e incredule lascerà a casa le donne,

con i piccoli al braccio a giocare d’anelli le ciocche,

non sarà l’opinione comune a darci per dispersi,

né il sole a bruciare la fronte che nelle rughe porterà scritta la rotta.

Non sarà nemmeno la fiducia persa nello sguardo senza orizzonte,

la voce che grida terra, strozzata ancora prima di pronunciarla.

Non sarà la menzogna costruita su misura per smarrire la dolce utopia,

nella vociante folla di parole che a spinto