venerdì, 27 giugno 2008
Affacciata de Finestra
che se spalanca e fà
da reggi moccolo...

...basta che parli...

a n'muro che pare...
che chiude frontiera...

...occhioni bbelli...

de nà stanzetta oscura...
...e che nun je daresti mezza
lira...e che n'vece da scrigno
n'giojellato e sbriccicoso nisconne...
n'tesoro...

a stà Finestra ce stà
nà sbocciosa de Rosa
n'mprofumata

e guardanno da spettatore...
se vede passanno forestiere
vele abbassate e odori gialli limoni
succosi e fragolosi baci dà riempì...
bocca illumata...de raggi
spampanati...
...che abbruciano pelle
d'ambra profuma....n'granita 
de mare...che se arruga dar
soffio che viè giù da collina
e che se
...spaparanza su fronne...
che ondulanno come campane...
...je fanno da cuscino..
de n'riparo che Giustizia ja
n'mbastito...e .
...riposannose pe
la fatica...de stà sgobbata...
e carezzanno...abbraccicato...
...ce se abbandona...
stordennose de stà infinita perfezione...
n'dorce respiro d'Amore...e morbido...
seno rosato...che solo nà mente divina
raggiona e
..che tutto aripara tutto sistema...
riportanno scojera pe arginà...
bagnoasciuga...co nà ventata!
 

casuale se n'travede...godennoselo
fino alla fine...ribbartone
de chi se crede che nissuno lò smove e
da essese sistemato...a dovere
...sur loggione
ma me dispiace nun ce sò qui...
più ne pupari ne padroni...
ne avanzi ciancicati da cani
neri.

Hasta la Victoria Siempre!



Coppie di Fatto

A distanza di appena due mesi dall'elezione del neofascista Alemanno e le polemiche sugli apparentamenti pre-ballottaggio, l'unione tra Storace e Alemanno si è finalmente consumata.



L' intervista Il magistrato di piazza Fontana:

«Impunità per i protagonisti che sveleranno i misteri»
Il giudice Salvini: sì a una commissione con giuristi e storici


09/05/2008 Corriere della Sera

MILANO - Nella prima giornata dedicata alle vittime del terrorismo, Guido Salvini, giudice in molte inchieste sul terrorismo, invita alla riconciliazione e rilancia la proposta dell' ex presidente della commissione stragi Giovanni Pellegrino di una commissione che, almeno sul piano storico, faccia luce sugli anni di piombo e della strategia della tensione. Dottor Salvini, si celebrano le vittime, ma l' Italia non ha ancora voltato pagina. «La giornata della memoria è il frutto di una legge condivisa, votata da tutti i partiti, che esprime un principio forte: la vita umana, anche dell' avversario, è un valore assoluto, non vi può essere una graduatoria tra le vittime e la memoria di tutte. Per evitare che si trasformi in una vuota celebrazione, deve tendere non solo al ricordo, ma anche alla riconciliazione e soprattutto alla verità. Il futuro di una società e la vita dei singoli non possono fondarsi per sempre sul rancore. Vi sono stati momenti di riconciliazione tra vittime e responsabili di violenze negli anni di piombo. In queste occasioni può chiudersi un ciclo di sofferenze, a patto che, grazie ai processi, si sia fatta in quel singolo evento piena giustizia. A patto che gli ex terroristi rinunzino ad ogni ostentazione e riconoscano non solo di aver sbagliato tempi e strategie, ma qualcosa di più e cioè che la loro sconfitta personale e quella dei loro progetti è stata un bene per tutti». E se la giustizia non riesce a fare il suo corso? «Non può esserci vera riconciliazione nei non pochi casi in cui la giustizia ha dovuto fermarsi e vi è stata poca o monca verità. La storia e gli anniversari ci ripropongono tragedie rimaste insolute o non chiarite in modo soddisfacente nella loro genesi e nelle loro motivazioni profonde: stragi come piazza Fontana, di cui è certa solo la paternità della destra, o Ustica, crudeli assassini di giovani come Fausto e Iaio e altri sia di destra sia di sinistra. Altri eventi restano in parte oscuri, come l' assassinio di Aldo Moro, scelto, nella data, come riferimento del giorno della Memoria. Di altri eventi ancora, come l' omicidio Calabresi e la strage di Bologna, nonostante le condanne certo non sappiamo tutto o forse sappiamo ben poco. Per tentare di rispondere a queste domande di verità se non di giustizia Giovanni Pellegrino ha proposto la costituzione di una commissione prima che tutti gli attori di quelle vicende scompaiano». Perché dovrebbe avere successo laddove hanno fallito altre commissioni e le inchieste? «Prima di tutto non deve essere la solita commissione di inchiesta politico-parlamentare con i suoi ritorni strumentali e le grancasse mediatiche, ma una commissione per la verità formata da giuristi, storici e personalità indipendenti». Con quali compiti? «Come ha ipotizzato Pellegrino nel libro "Segreto di Stato", dovrebbe raccogliere con serietà e senza obiettivi ambigui le testimonianze di chi, ex terroristi, uomini politici, uomini dei servizi segreti e semplici testimoni che hanno avuto la ventura di entrare in contatto con quegli eventi, sentano di poter dire qualcosa su ciò che di quegli anni è rimasto sepolto e che è magari occasionalmente affidato solo a frammentarie interviste o memoriali». Cosa le fa pensare che qualcuno si presenti? «Per facilitare questa scelta i racconti potrebbero essere resi pubblici solo al termine dei lavori e qualora a carico del testimone o di altri dovessero profilarsi reati commessi nel passato, non vi sarebbe comunque punizione. Una scelta che non deve scandalizzare perché di fatto l' impunità giudiziaria si è già compiuta, non vi sono, salvo per la strage di Brescia, processi in corso e comprendere e sapere vale comunque più di ipotetiche carcerazioni. Per questa operazione di verità, che può restituire alla società e ai familiari il senso della morte di tante persone, non è troppo tardi. Serve coraggio, anche per rivedere eventualmente i propri schemi di interpretazione, serve una legge, anche se qualcuno può pensare che nel paese vi sono solo altre priorità, e sarebbe determinante per far nascere la commissione un intervento del capo dello Stato. Il passato, se ancora terreno di dicerie, ricatti, strumentalizzazioni e accordi indicibili, può condannare una società a ripetere gli stessi errori nel futuro e solo la verità sulle sue ombre è un anticorpo ed anche la strada per una piena riconciliazione». * * * In toga Piazza Fontana Nel 1998 chiede il rinvio a giudizio di 8 persone accusate di essere gli autori materiali della strage. Nel 2005 la Cassazione assolverà gli imputati Neofascismo Segue le trame nere legate alla «strategie della tensione» Mafia Nel febbraio scorso firma l' arresto dell' avvocato Giuseppe Melzi per i suoi legami con la ' ndrangheta

Guastella Giuseppe



RICATTI, BOTTE E MINACCE AI CRONISTI DEL CALCIO

Repubblica — 22 ottobre 1996   pagina 21   sezione: CRONACA

ROMA - Giornalisti sotto il tallone degli ultras, minacce, "avvertimenti", irruzioni, perfino qualche pestaggio. Un clima di paura che aleggia nelle redazioni sportive dei quotidiani romani e di quasi tutte le radio e le televisioni locali tanto che alcune firme piuttosto note sarebbero state costrette a scrivere sotto pseudonimo per timore di ritorsione. Questa, secondo la Digos romana, la situazione, a dir poco drammatica in cui vive chi, per lavoro, si occupa di calcio (e in particolare della Roma) nella capitale. Dopo una lunga indagine fatta di intercettazioni telefoniche e testimonianze più o meno "coperte", gli agenti del vicequestore Domenico Vulpiani hanno chiesto e ottenuto dal Gip nuovi provvedimenti per cinque dei sette ultras giallorossi già arrestati il 27 settembre scorso per una storia di ricatti alla società sportiva. Si tratta di Mario Corsi, 38 anni, alias "Marione", Fabrizio Carroccia, di 26, Giuseppe De Vivo, 36 anni, "Peppone" (figura storica della tifoseria più scatenata), Fabio Mazzei, 33 anni, "er Mafia" e Guglielmo Criserà, 25 anni. I primi quattro sono agli arresti domiciliari mentre a Criserà, in libertà vigilata, è arrivato il divieto di assistere, per un anno, a qualunque manifestazione sportiva. Impressionante l' elenco delle accuse: un' irruzione all' emittente "Radio Radio" nel gennaio ' 96 durante la quale il conduttore di una trasmissione fu costretto a mandare in onda un nastro registrato che conteneva, tra l' altro, pesanti accuse a un giornalista del "Messaggero" (Corsi, Carroccia e Criserà). Un vero e proprio blitz all' emittente "Tele Roma Europa", nel gennaio ' 93 con gli ultras che impongono, pistola in pugno, la loro presenza sullo schermo (De Vivo e Carroccia). Striscioni minacciosi contro un giornalista de "l' Unità", telefonate minatorie alle redazioni di "Radio Incontro", "Radio Radio", "Tolk Radio" e "Spazio Aperto". Un radiocronista che, dopo il derby del 18 febbraio ' 96 viene lanciato in aria per tre volte, tra insulti, pugni, sputi e slogan fascisti. E ancora: una pattuglia di ultras che durante la partita Roma-Torino costringe gli addetti alla porta della Curva Sud ad aprire e a far entrare tutti gratis (Mazzei). Il presidente della Roma, Francesco Sensi, circondato da una calca minacciosa in Tribuna Stampa, il 12 maggio e costretto a una sorta di "intervista" forzata (Carroccia). "Molti giornalisti non volevano denunciare le minacce" spiegano alla Digos "e alcune situazioni a rischio sono venute fuori con le intercettazioni". Ma intanto, dalle redazioni, è una pioggia di smentite: "Nessuna irruzione, gli ultras chiesero semplicemente di partecipare a una trasmissione e noi glielo accordammo di buon grado, visto che si parlava di loro" dice l' editore di "Radio Radio", Pino Castiello. E Giulio Galasso, firma di punta dello sport (ed ex agente di polizia) "Ma quale paura? Sono solo quattro scemi". Fabrizio Piacenti, di "Super 3" (ex T.R.E.) è sulla stessa linea: "Nessun blitz, solo un dibattito. Tanto che il conduttore ebbe perfino il premio ' Cuore di Curva' . Se c' è da punire qualcuno bisogna mirare bene". - di MASSIMO LUGLI

http://ricerca.repubblica.it/



ROMA, FINISCE IN TRAPPOLA LA BANDA DELL' OLIMPICO

Repubblica — 28 settembre 1996   pagina 19   sezione: CRONACA

ROMA - Volevano trasferte pagate, ingressi di favore. Pretendevano vantaggi di tutti i tipi per entrare allo stadio e assistere alle partite della Roma, per fare il tifo nella curva sud. Il metodo era sempre lo stesso, l' estorsione. Se le pretese non venivano esaudite scattavano violenze e minacce. Intimidazioni contro i funzionari della squadra giallorossa. Li avvertivano sempre in tempo: "Sugli spalti potrebbe scoppiare il caos, se non fate come diciamo noi ci saranno problemi di ordine pubblico, non riuscirete a tenere sotto controllo la situazione". Adesso sette della banda dell' Olimpico sono agli arresti domiciliari. Alcuni hanno precedenti legati alla tifoseria estrema, altri hanno fatto parte di gruppi di destra. Ma il numero dei fermi è destinato ad aumentare. Un' inchiesta cominciata nella primavera di quest' anno. Sei mesi di interrogatori. Gli uomini della Digos hanno perfino una serie di filmati girati nella curva sud. Video analizzati al millimetro, sequenze che dimostrano la storia dei biglietti illegali. Tessere che sono finite sotto sequestro. Qualcuno, incalzano gli investigatori, ha voluto denunciare una situazione "diventata ormai ingestibile". Troppe pretese. Troppe vittime. E tra queste spuntano anche alcuni cronisti sportivi. Gli avvocati della Roma però gettano acqua sul fuoco. Dice Lubrano: "Non so nulla di tutta questa storia, non sono stato informato". E Ferrero, secondo legale: "Non c' è stato nessun esposto da parte della società. Noi non intratteniamo rapporti con i tifosi. La Roma non dà biglietti gratis né fa concessioni. Non so se il fatto che la squadra non abbia nessun rapporto possa aver giustificato qualche pressione nei confronti di singoli funzionari". L' unico episodio certo e schedato nei dossier della questura, almeno per il momento, è l' aggressione fatta a Franco Sensi, presidente dei giallorossi, subito dopo la partita Roma-Inter durante lo scorso campionato. Ma la denuncia è rimasta contro ignoti. Gli autori non sono saltati fuori. Ed è proprio da qui che sono partite le indagini. I provvedimenti di custodia cautelare richiesti dal sostituto procuratore e convalidati dal giudice per le indagini preliminari sono di ieri mattina presto. E c' è chi giura che se mai ci sarà un processo la Roma si costituirà parte civile. I sette ultrà sono tutti maggiorenni, le età variano dai diciannove ai trentasei anni. Sono Mario Corsi, Giuseppe De Vivo, Fabio Mazzei, Daniele De Santis, Guglielmo Crisera, Giuliano Castellino e Fabrizio Carroccia.


mercoledì, 04 giugno 2008

Di case la coscienza ne aveva cambiate tante e senza dubbio avrebbe ammesso con quell’aria svagata che, tutto sommato, le erano piaciute tutte, in misura più o meno uguale. Non era tipo da stare a fare sottigliezze in questo; andava dove la missione e il destino la portavano e soprattutto, quello che piaceva di più al principale era che non faceva mai domande, non come quella spocchiosa della psiche. Una sua collega con cui di tanto in tanto si spartiva il lavoro. Entrambe, si capisce, erano delle vere nomadi, ma d’altronde è difficile stabilire diversamente le regole, per la coscienza le coordinate non contano molto. Si direbbe che altre priorità sono le sue.

A volte si sentiva stretta, come reclusa o imprigionata, spesso spintonava come se tramite la sua sola forza di volontà potesse dilatare gli spazi dell’animo. Ma si rendeva conto che era impresa vana quella. Capitava che a malincuore rinunciasse, che si sedesse all’angolo a contemplare quello spazio buio ed angusto e le venisse da piangere, ma piano, che nemmeno il cuore potesse avere il sospetto d’averla udita singhiozzare. Va da sé che più volte il cuore non c’era ed era stato rimosso. Oppure aveva un udito finissimo ed arrivasse a sentire in più flebile singulto, così come il rumore che le lacrime facevano cadendo sul pavimento, come un rubinetto che chiude male. Solo che non c’era verso di consolarla quella sciocca di coscienza. In quei casi era inamovibile, o si faceva sentire dal padrone di casa o niente. Vero è che lui stesso avvertendo un piccolo fastidio infondo allo stomaco, provvedeva subito con un digestivo di giorno o fiumi d’alcol alla sera. Così lei per prima che gli alcolici non li ha mai ben sopportati cominciava a sopirsi e a dormire d’un sonno ottuso. Solo per qualche ora e basta. Si risvegliava chiaramente col malditesta e rintontita. Ma tornava poi all’attacco, malgrado il locatore fosse sempre sordo al suo richiamo.

Le erano capitati ladri, truffatori, uomini violenti ed assassini, capi di stato e uomini di fede. Ma difficilmente la coscienza pronuncerà un verdetto o una sentenza. Cercherà solo di non starsene troppo in disparte e di non smettere di gridare. Guarderà il cielo e lo maledirà d’essere tanto azzurro. Altre volte le capiterà di abitare in uomini giusti, che di lei faranno tesoro, tanto da portarla sull’altare come una sposa. Saranno fieri d’averla al braccio e lei non farà nulla per nascondere un po’ d’imbarazzo, quello delle grandi occasioni, ma niente affatto solenne perché a tutti sembrerà una cosa naturale. Tanto da non meritare troppo clamore.      


 


 

Meglio addormentare che uccidere. Meglio drogare dolcemente che seviziare. Ma la tentazione autoritaria resta, ed è meno resistibile.
Questo fascismo, a parole non più fascista, questa democrazia universale, dove è sparita la lotta di classe, e dove il limbo dei call center permette a tutti di immaginarsi ricchi e sazi, i problemi li lascia irrisolti. Con il fascismo buono, democratico, liberale, l'antifascismo non ha più senso, è una retorica fastidiosa, che Berlusconi e i suoi sorvolano, cambiando registro. A qualcuno pare che basti.
Ma guardiamoci attorno, guardiamo cos'è quest'Italia pacificata dai benpensanti, e vedremo che questa pacificazione è in realtà l'accettazione del peggio.

(Giorgio Bocca, “Se Silvio canta la ninna nanna”, “L’Antitaliano” 30 maggio 2008)

 

ADOLF HITLER ORA È STATUA DI CERA

Dopo l'Hitler in preghiera di Maurizio Cattelan, il Führer torna in versione di cera. Sarà infatti inserito fra i 70 personaggi del nuovo museo delle cere di Berlino, che verrà inaugurato il 9 luglio. Per non dare l'impressione di volerlo esaltare, il dittatore è raffigurato al termine della sua vita, rinchiuso nel bunker, prima del suicidio. A chi ha chiesto spiegazioni sulla necessità di inserire Hitler fra i «vip» tedeschi, i curatori del museo hanno spiegato che sono stati spinti da alcune interviste a cittadini: nelle risposte sarebbe emerso che Hitler faceva parte dei personaggi «che la gente voleva vedere».

 
Raid

di Vincenzo Cerami

Raid, questa la parola di oggi: irruzione improvvisa, con sovrabbondanza di manette e urlacci. La mano forte non ci piace. È vile, incivile, è violenza. Per un delinquente devono pagare tanti innocenti. Ma cos’è epurazione, repressione poliziesca, persecuzione, razzismo, odio, vendetta? Quando le vittime sono inermi, indifese, spaventate, l’aggressività diventa sadismo. Contro quella povera gente si scarica una frustrazione accumulata altrove. Forse dell’erotismo andato a male. Possibile, tra l’altro, che appena arriva la destra compaiano i manganelli? È troppo scontato, è pietosamente caricaturale, è un brutto film già visto. Tutte le destre d’Europa non sono così rozze e brutali come la nostra. Naturalmente la canea va appresso al cane che ringhia di più. A Napoli c’è uno spettacolo alla Gomorra: un leghista può anche andare in visibilio, in orgasmo.
Raid: un po’ sinonimo di scorreria, ovvero incursione armata in territorio nemico, in questo caso nei miserevoli campi rom. Caschi e giubbetti antiproiettile, con in pugno la spada dello spaccamontagne della Commedia dell’Arte. Eppure negli annali della polizia non esiste un solo episodio di bambini rapiti dagli zingari. È una leggenda metropolitana che dura da un paio di secoli.
Quale modo meschino di mostrare i muscoli! È come sparare alle zanzare con un bazooka. Ma tutti quelli che fanno la guerra ai rom sono più spiantati dei rom, guadagnano perfino di meno. Poveracci questi, poveracci quelli. I mandanti se ne stanno tranquilli alla finestra, a guardare i raid da dietro gli occhiali dalla montatura all’ultimo grido, piuttosto cafoni. Dall’estero ci guardano, e non sanno se ridere o piangere. Dicono che siamo xenofobi, invece no, ce l’abbiamo semplicemente duro.

l'Unità 18.5.08


 

«Attacco ai pentiti, ma temo l’escalation terrorista»

Romina Velchi

L’ultima relazione conclusiva della commissione parlamentare d’inchiesta sulla mafia porta la data del 20 febbraio  2008, relatore Francesco Forgiane (Prc). In essa si legge, tra l’altro, che «secondo quanto emerso dall’audizione dei sostituti della Procura distrettuale di Napoli (...) potrebbero scaturire anche gravi fatti di sangue contro esponenti delle istituzioni, per la necessità dei nuovi vertici del gruppo (dei Casalesi, ndr) sia di dimostrare la capacità di imporsi sul territorio sia di dare “soddisfazione” ai numerosi detenuti condannati con pene pesantissime sia, infine, di impedire nuove scelte collaborative. (...) L’esito del processo (“Spartacus” 1, ndr), assai negativo per il clan, potrebbe dare la stura ad una ripresa di azioni violente anche eclatanti». Neanche quattro mesi dopo queste “previsioni” sono già fatti di cronaca a dimostrazione che «il lavoro del parlamento è utile e importante, naturalmente per chi voglia ascoltare e capire» commenta Francesco Forgione, che nella legislatura appena conclusa della commissione era presidente oltre che deputato del Prc. Manca solo la «strategia terrorista», cioè l’attacco alle istituzioni; ma anche quello è uno «scenario che abbiamo prefigurato». Così come «abbiamo previsto una strategia che per altro si è già manifestata in queste ultime settimane » aggiunge Forgione, facendo riferimento a Domenico Noviello, l’imprenditore ucciso il 16 maggio scorso per essersi ribellato al racket, e a Francesca Carrino, nipote di una pentita, ferita in un agguato quattro giorni fa.
Domenica l’assassinio dell’imprenditore (“ramo” rifiuti) di Casal di Principe, pieno territorio dei Casalesi.

Chi era Michele Orsi? Davvero si può parlare di lui come del Salvo Lima della camorra?

Mi sembra un paragone eccessivo, se non altro per il ruolo che Lima aveva nella Dc siciliana (e nella corrente andreottiana). Né i Casalesi possono essere assimilati a Cosa Nostra per quanto riguarda il rapporto tra la politica e la criminalità organizzata. E’ vero, però, che Orsi era un punto di contatto importante nel sistema di relazioni tra la politica e le imprese legate alla camorra. Vale la pena di sottolineare che la gestione dei rifiuti diventa così il collante tra affari, politica e mafia e chiunque abbia avuto a che fare con l’emergenza rifiuti e con i commissariamenti, sia nel centrodestra che nel centrosinistra, ha avuto come interlocutori i camorristi.

Che significato dare a questo nuovo omicidio?

Ci sono inchieste importanti e processi in corso, per i quali Michele Orsi stava dando testimonianze centrali. Sicuramente si può dire che i Casalesi hanno deciso di alzare il livello della loro reazione per due motivi. Il primo riguarda proprio il lavoro straordinario che stanno compiendo i magistrati; il secondo riguarda i nuovi collaboratori, come per esempio Domenico Bidognetti, che hanno cominciato a incrinare il muro di omertà. Ma, credo, in questa escalation c’entra anche l’informazione. La denuncia di Roberto Saviano e gli articoli di Rosaria Capacchione sul Mattino hanno contribuito ad accendere i riflettori sui Casalesi, che sono la camorra più pericolosa.

Ma se Orsi era così importante, perché non era protetto?

Questo bisognerebbe chiederlo alle autorità preposte di Caserta. I magistrati, infatti, avevano già segnalato la delicatezza del suo ruolo nel dibattimento processuale.

E la superprocura voluta dal governo per l’emergenza rifiuti non rischia di vanificare il lavoro svolto fin qui?

Assolutamente sì. Peppino Di Lello ha spiegato molto bene domenica su Liberazione quanto sia sbagliata questa decisione. Non si capisce proprio il motivo di aggiungere una superprocura alla procura distrettuale antimafia di Napoli, che sta facendo così bene il proprio lavoro, che ha svelato così bene il sistema di relazioni tra imprese, politica e criminalità organizzata. Se oggi sappiamo che l’emergenza rifiuti è intessuta di legami con la camorra; che la camorra è il soggetto privilegiato dei traffici illeciti; che il vero oro per la camorra sono i rifiuti; se sappiamo ciò è grazie all’antimafia. A che serve, allora, una nuova superprocura, se non a sottrargli competenze? E attenzione, perché quello delle deroghe alle normative esistenti è, da sempre, un sistema criminogeno, il canale attraverso il quale più facilmente si infiltra la criminalità organizzata.

 

 

mercoledì, 07 maggio 2008

L’uomo nella teca di cristallo dove era nato e cresciuto, si affacciò per guardare il sole sorgere. Vide un disco arancio, che si aggrappava dietro alla collina. L’uomo nella teca gli fece un cenno come un saluto, e lo guardò fisso finché gli occhi non gli bruciarono e all’improvviso cominciarono a lacrimare. L’uomo della teca pensò che quello fosse pianto. Qualcosa gli diceva che così sarebbe stato la prima volta, quando lo sentì percorrere come in un sentiero sterrato le guance fino ad arrivare al collo e a cadere come goccia di pioggia. L’uomo non sentiva la voglia di uscire da quella scatola, costruita apposta sulle sue misure, tanto che da bambino erano costretti, come si faceva di norma, a fargliene sempre una nuova, su misura, che seguisse l’andamento della sua crescita corporea. Si dà il caso che nessuno mai si domandò invece che cosa ne fosse di quella psichica. Ma va da sé che questi in una società siffatta non sono poi gravi problemi, a maggior ragione che dalla teca non è poi obbligatorio uscire a fare quattro passi. Che l’uomo fosse in cattività non c’è da dubitare, che lui poi ne fosse consapevole questo era tutto un altro paio di maniche.

Pur tenendo conto che all’abbisogna l’uomo era fornito di mese in mese di libri e carta stampata attraverso una specifica fessura collocata allo spigolo inferiore della scatola, presso cui l’uomo a volte avvicinava naso e narici come a una presa d’aria, che gli conferisse a quel respiro un senso di libertà che lui appena percepiva d’avere desiderio. Che l’uomo della teca fosse triste, poi, non è dato proprio saperlo, perché nessuno lo avrebbe creduto. Che ci fosse un fuori sì l’uomo lo sospettava, la luna glielo aveva fatto credere nelle notti d’estate, quando si accompagnava vanitosa di stelle e brezza che addirittura giungeva dal mare. Però non se ne fece mai una colpa, nel tentativo assente di un’evasione che so di una repentina fuga. A ben pensarci l’uomo non aveva bisogno nemmeno di scassinarla quella teca, il soffitto che era una debole superficie vitrea non sarebbe stato difficile con un colpo farlo saltare via. Eppure se ne stava lì, accendeva il camino, fumava la sua pipa e leggeva i giornali che riportavano fedelmente le cronache della teca. L’uomo si accorgeva a malapena che si parlava di lui e del suo tappeto, di lui e della legna appena terminata da ardere che se avesse esagerato nella combustione l’inverno successivo sarebbe scarseggiata. L’uomo della teca dormiva su un guanciale fatto di sogni dove la teca non aveva chiusura circostante ma distese senza fine di verde e fiori rossi che stavolta potevano sprigionare tutto il loro profumo benché immaginava fosse difficile apprezzarne l’odore intenso proprio per via dell’aria aperta, a cui lui stesso no non era abituato a conti fatti. Un giorno che fuori tirava vento e nuvole come palazzi incombevano l’uomo si spaventò molto e si mise a dormire, in attesa che la tempesta passasse in fretta e furia.

L’uomo quando si risvegliò si trovò senza esserne accorto dato il sonno profondo, come sbalzato dal suo letto che aveva i peducci, di regola, fissati al pavimento trasparente della teca. Si trovò davanti la parete cioè il soffitto della teca in mille pezzi, o meglio in frantumi minutissimi, sparpagliato su quello che a detta sua, e non solo sua, doveva essere il fuori. A passi lenti ed incerti l’uomo della teca s’avviò piano verso l’esterno, aveva la testa che gli doleva, aveva preso nella caduta una gran botta. L’uomo della teca scoprì quello che aveva visto nei suoi sogni più belli, cavalli bianchi al galoppo, orchidee giganti come cammelli, cielo azzurro e soprattutto spazi d’acqua senza limite: quello doveva essere il mare. L’uomo della teca (o ex della teca che dir si voglia) giunse a un contenitore, anche quello che gli ricordava qualcosa: vide un’altra teca ma lui in uno stato di completa amnesia non lo riconobbe come familiare. Ci vide dentro un altro uomo al punto che si sorprese di vederne, proprio come lui, intento ad attizzare il fuoco. L’uomo della teca bussò per farsi vedere, ma quello che si trovava dentro non sentì né poté vedere. Sconsolato l’uomo della teca cercò di ricordare da dove fosse partito la mattina e ci si ricondusse con aria titubante.

Vide la sua teca nuova di zecca con il letto fresco di bucato e la porta aperta a dargli il benvenuto, inoltre c’era un buonissimo odore di arrosto a cuocere allo spiedo. L’uomo vide anche un vaso di fiori sul tavolo e una sfera di cristallo con un pesciolino rosso dentro. Tutte cose che prima non c’erano e fino a poco tempo fa lo avrebbero fatto impazzire dalla gioia. Ma il pesciolino a ben guardare continuava a girare in tondo nella sua palla e gli sembrò che boccheggiasse.

L’uomo osservò il cielo, che s’era fatto buio, e freddo. Non ebbe paura e con un gesto lento mise insieme le foglie per farne un giaciglio. Quella notte, la prima di mille e mille altre l’uomo dormì fuori e infondo gli sembrò una cosa niente male. Niente affatto male, pensò mentre gli si chiudevano gli occhi pesanti di stanchezza. 

 

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Un'analisi dal regista del documentario "Nazirock" C'è un collegamento
tra questi gruppi
e politica istituzionale

Claudio Lazzaro
In qualche modo Nazirock, il film che ha raccontato i riti e le violenze della destra radicale, nasce proprio a Verona. Stavo viaggiando in terra di Padania per realizzare Camicie Verdi, un documentario sulla Lega Nord, quando mi sono imbattuto nel Veneto Fronte Skinheads. Il leader era Piero Puschiavo, leader di una band di rock. Un tipo di rock che ha molti nomi, identitario, nazional socialista, non conforme, ma che in Europa e negli stati Uniti viene sbrigativamente chiamato nazirock. I testi di solito hanno a che fare con l'odio per gli immigrati, con la difesa delle radici e dell'identità nazionale. Abbondano le istigazioni alla violenza, non mancano le nostalgie della Repubblica di Salò. Piero Puschiavo adesso non fa più la rockstar identitaria, ma è il coordinatore per il Veneto del Movimento Sociale Fiamma Tricolore. E nel film vediamo che il leader della Fiamma Tricolore, Luca Romagnoli, viene accolto sul palco degli oratori da Silvio Berlusconi, alla manifestazione del 2 dicembre 2006, quella dei due milioni. I due si stringono la mano, Berlusconi accarezza la bandiera della Fiamma.
C'è quindi un collegamento tra il Veneto Fronte Skinheads e la politica con la A maiuscola, quella parlamentare e istituzionale. Un collegamento allarmante, perché se andiamo a vedere chi era l'ispiratore del Veneto Fronte Skinhead scopriamo che si tratta di un certo Jan Stuart Donaldson, famoso per le sue canzoni razziste e per le sue dichiarazioni su Hitler: «Di lui ammiro tutto, tranne una cosa: avere perso». Allora forse ci rendiamo conto che certi movimenti dovrebbero stare fuori dalla politica istituzionale. Perché quando la base di questi movimenti si sente sdoganata e legittimata dal sistema politico, allora, con ogni probabilità, diventa più aggressiva, tende a recuperare lo spazio che per anni si era vista negare.
Non voglio dire che la colpa della tragedia di Verona debba ricadere in modo diretto e inequivocabile sui movimenti politici della destra radicale. Ci sono forme di tribalismo giovanile in tutto il mondo. Le bande che difendono il territorio e aggrediscono il diverso si trovano anche nei paesi a democrazia più avanzata. Eppure se la violenza di destra aumenta e si propaga (i dati sono impressionanti, anche se stampa e televisione nella maggior parte dei casi tendono a ignorarli) una ragione ci deve essere. Se restiamo alle cause di natura di natura culturale, non dimentichiamo che il Veneto è la terra del sindaco leghista Gentilini, che a Treviso - scherzando, bontà sua - incitava i cacciatori a sparare agli immigrati, dopo averli infilati, per non spargere troppo sangue, in un costume da leprotto. Il Veneto è terra di Lega. Ma quando in Camicie Verdi intervisto Mario Borghezio, nel suo letto d'ospedale (gli autonomi lo hanno picchiato) e gli chiedo se qualche politico gli abbia fatto visita, lui mogio mogio risponde: «No, nessuno. Mi hanno chiamato solo la Mussolini e Roberto Fiore». Quindi Borghezio, il leghista più amato dal popolo padano dopo Bossi, ha un filo diretto con il leader di Forza Nuova e con la nipote del Duce, che fino a due anni fa coordinava il cartello della destra estrema, assieme al già citato Romagnoli (quello che non è sicuro che le camere a gas siano veramente esistite), a Tilgher (condannato per ricostruzione del Partito fascista), e a Fiore (condannato a più di cinque anni per banda armata). C'è un terreno comune, ci sono in Veneto iniziative comuni tra la Lega Nord e questa destra radicale. E infatti Borghezio ha salutato con entusiasmo l'elezione di Alemanno a sindaco di Roma: «Da patriota padano - ha scandito - onore al merito ai romani. Un sindaco con una faccia onesta e simpatica e al collo il simbolo dei nostri antenati Celti». Poco male se la croce celtica è anche il simbolo di una divisione delle SS. Del resto Marcello De Angelis, l'intellettuale più vicino ad Alemanno, quello che ha organizzato il seminario sul Ritorno delle élite, quando era leader di Terza Posizione si è aggiudicato una condanna a cinque anni.
Può anche darsi che i "ragazzi dal cuore nero" responsabili dell'omicidio di Verona siano solo degli sprovveduti con scarsissime nozioni di politica, ma è certo che l'esempio dato dalla classe dirigente, o più in generale il clima politico di questa nuova stagione, certamente non li ha dissuasi, non li ha fatti sentire fuori, estranei alle regole di una democrazia. Detto questo, credo che con questi giovani si debba dialogare. Se li guardate, nelle sequenze di Nazirock, non vedete ragazzi cattivi. Nei loro occhi, più che odio c'è paura. Sono ragazzi spaventati dalla globalizzazione. Sono i nuovi proletari che potrebbero fare gli idraulici, se non ci fosse un extracomunitario che lo fa a metà prezzo. Credo che il linguaggio per parlare con loro vada trovato, e subito, prima che sia troppo tardi. Ho avuto una conferma di questa urgenza (che Pasolini aveva già avvertito nel 1974) presentando Nazirock in un centro sociale a Perugia. Eravamo nell'ex mattatoio (...). Quella sera all'ex mattatoio c'erano molti giovani skin, che assomigliavano in tutto e per tutto ai giovani che avevo filmato al raduno di Forza Nuova. Stesso abbigliamento, stesso tipo di rock. Ma le parole erano diverse (...) erano lì attenti ad ascoltare il nostro dibattito sul nazifascismo e intervenivano, da cittadini democratici. Chi, cosa aveva fatto la differenza? Evidentemente il radicamento che i centri sociali riescono ancora a realizzare tra i giovani e nella società civile. Mentre la sinistra dei salotti televisivi non ricorda più nemmeno cosa sia.


06/05/2008

selfporpen

In meno di due anni il «branco» ha colpito almeno 13 volte

Gli estremisti di destra: la vita è guerra
Però mai in tanti contro uno solo

Cantava la band di Miglioranzi, ora in politica con Tosi: «Tu rosso compagno di negri e immigrati, vigliacco»

DA UNO DEI NOSTRI INVIATI

VERONA - La canzone sugli ebrei maledetti, giudei senza patria, quella no, quella è un falso, è stata disconosciuta, è un apocrifo frutto della propaganda di sinistra. «Io son camicia nera, la patria è la mia bandiera», «Tu rosso compagno di negri e immigrati, vigliacco senza onore », invece fanno parte del repertorio, ma era tanto tempo fa, adesso i Gesta bellica suonano altro, testi più sfumati, «Nessuna pietà», «Falciando e martellando», cose così. «Per favore, le persone cambiano, giudicatemi per quello che vedete adesso». Andrea Miglioranzi ha ragione. C'è qualcosa di crudele in tutto questo, sbattergli il suo passato recente in faccia. Non sono interviste, somigliano più a posticci esami di democrazia. Toccano a lui, ai suoi camerati, si dice ancora così, all'estrema destra veronese accusata di aver creato il brodo nel quale hanno nuotato i 5 ragazzi che sabato scorso a forza di pugni e calci si sono presi la vita di Nicola Tommasoli, nel centro di Verona.

Miglioranzi è un armadio di quasi due metri, ha ancora la testa rasata, ma è l'unico orpello esteriore della sua vita da skinhead, di quando faceva il frontman dei Gesta bellica, vestiva maglietta nera, jeans neri, bomber, anfibi Doctor Martens ai piedi. Adesso che è il capogruppo della Lista Tosi al Comune veste un bel completo grigio, porta orologio e occhiali alla moda. Il cambiamento non riguarda solo il vestiario. Oggi Miglioranzi è un signore che insegue il mutuo sociale, il reddito minimo, sta preparando un evento di ippoterapia per i disabili. «Non mi sento in imbarazzo, non mi devo discolpare di nulla. Quei ragazzi non fanno parte della mia storia. Sono degli stupidi esaltati. Magari avessero fatto parte del nostro gruppo, avrebbero imparato a vivere in modo etico, rigoroso, secondo la filosofia skin. Suonavo in un gruppo che era una specie di 99 Posse di destra, quel che è stato è stato». Si irrita, rivendica con legittimo orgoglio il fatto di avere un figlio, una madre ammalata alla quale badare, di essere incensurato.

La cose cambiano, è vero. La posta in gioco è alta, e questi ragazzi assassini senza passato e senza storia rischiano di far saltare il banco. Non possono entrare nell'album di famiglia della destra cittadina, non devono. A Verona è in corso una scommessa, un esperimento politico che ha in Flavio Tosi il suo demiurgo. Fin da quando era segretario cittadino della Lega Nord, l'attuale sindaco ha lavorato per portare nella sua sfera di influenza le due anime della destra cittadina, alle quali ha adeguato linguaggio e contenuti. Le associazioni cattoliche tradizionaliste, di ispirazione lefevriana, una realtà molto presente sul territorio, e gli «indesiderabili» filofascisti. L'alleanza elettorale e l'ingresso nel governo cittadino di questi ultimi ha rappresentato il punto di arrivo. «La fine della nostra traversata nel deserto» sospira invece Alessandro Castorina, federale locale del Msi-Fiamma tricolore, attuale bassista dei Gesta bellica, titolare di un negozio di abbigliamento che si chiama Camelot, coerenza commerciale e ideologica pagata con un paio di attentati. La legittimazione.

«Anche se noi non ci siamo mai sentiti nelle fogne» aggiunge Giordano Caracino, viso molto più giovane dei suoi 29 anni, abbigliamento da perfetto skin, jeans e maglietta Fred Perry attillata su muscoli da pugile. È lui l'attuale presidente del Fronte Veneto Skinheads. Quei ragazzi sono figli di nessuno, mai visti e sentiti, nonostante almeno tre di loro lambissero gli ambienti della destra estrema, in una città dove Forza Nuova e Msi-Fiamma tricolore si detestano, ma le facce ai rispettivi cortei sono sempre le stesse. «Skinhead è un modo di vivere la vita, secondo uno spirito nazionalista», spiega Giordano. «Noi concepiamo il combattimento, fa parte della vita. Ma tanti contro uno solo, mai». Il fondatore è una brava persona, dicono tutti, da Miglioranzi a Caracino. Lo «zio» che ebbe la visione.

A soli 39 anni, Piero Puschiavo è una leggenda, nera. Imprenditore, padre di famiglia, nel 1985 fondò il Fronte, portò gli skinhead a Verona, decisamente in anticipo sui tempi rispetto a Milano o Roma. Scelse come bacino di proselitismo la curva dell'Hellas Verona, avviò imprese musicali e editoriali, come le fanzine Blitzkrieg, Groaar, La Fenice, la rivista skin Azione Patavium, nella quale indicava come principale nemico «l'imbastardimento della nostra razza». Nessuna responsabilità, dice, nessun album di famiglia. «Il mio unico rimpianto è aver fatto troppo poco per elevare i valori ideali della nostra tradizione, nella quale si inserisce la nostra lotta ai gay, che sono dei falliti, la loro patologia è incurabile». Forse non sembra, ma Puschiavo è uomo colto, probabilmente non sbaglia quando dice che i giovani estremisti d'oggi non leggono Evola e Maurras, nulla sanno del pensiero di Alain De Benoist. Ma il suo linguaggio è questo: «Sono tutti figli dell'America, dei suoi film corruttori e violenti, dell'ossequio continuo a Israele». E così via. I visionari, si sa, non tengono in gran conto le terrene vicende del politicamente corretto.

Marco Imarisio
06 maggio 2008

 

 pinocchio

postato da: misiek alle ore 07:13 | Permalink | commenti (1)
categoria:contro, a te, a roma, er cane nero, er burattinaio