C’era una volta un brigante, come tutti i briganti non era affatto bello, ma solo a vederlo metteva un po’ paura. Un brigante non è storia che si incontra solo nelle fiabe, un brigante è un personaggio all’ordine del giorno, e questo si sa. Generalmente il brigante è grosso, con la pancia altrettanto grossa e, se facessimo un salto nel tempo, tipo carpiato e acrobatico, il brigante ha le fattezze e i modi di un gerarca, quelli che siamo abituati a vedere in certi filmati d’epoca. Con le mani strette sui fianchi e il mento sollevato, l’occhio stretto e lo sguardo (simil) fiero. Pare chissà dove guardi e la vista che caspita vada a parare.
A farla breve, il brigante non è che mettesse soggezione al popolo, perché si sa che il popolo al suo usurpatore fa presto ad affezionarsi, anche a suon di botte da orbi. Un po’ come certi cani devoti, a prescindere, anche se vengono bastonati dalla mattina alla sera. Tutto sommato, per il popolo, il brigante era sì un asssassino e un malfattore, ma infondo non diceva tutte cose sbagliate. Eppoi, diciamocela tutta, il brigante e il popolo avevano gli stessi gusti, tant’è che cominciarono a credere che il brigante, sotto sotto facesse i loro interessi e che senza darlo troppo a vedere (poiché era uno di loro) li tutelasse da quegli altri briganti, i signori, che dicevano e pontificavano e, soprattutto tassavano a più non posso. Il brigante era la voce del popolo, il brigante imboccava il popolo e ci si immedesimava così bene che, a forza di farlo, il popolo non aveva più una voce sua, ma suonava esattamente, tale e quale a quella del brigante, che nel frattempo s’era arricchito e non poco. Perché ad essere precisi e filologi, il brigante se la faceva pure con i signori. Davanti al popolo sfoderava il fucile, davanti ai signori calava le brache (e a dirla tutta non era proprio un bel vedere). Ma come ogni fiaba insegna, il popolo non s’accorgeva di niente, anzi lo ammirava e in lui vedeva la promessa di un riscatto. Il brigante poi s’era adoperato per gli svaghi del popolo e se l’era fatto amico, visto che ogni domenica nella piazza del paese si svolgevano magnifici tornei di palla corda, con relativi premi e sane scazzottate sugli spalti. Il brigante non stava più nella pelle, tant’è che s’era messo a fare i resoconti post partita e a seguire da vicino tutta la faccenda. Sta certo che per il brigante non contavano né colori né maglie né contrade, perché lui stava appresso solo a quello che oggi chiameremmo “mazzetta”, poi il resto poco conta. La gente lo portava in gloria e a lui credeva come a un fratello.
Aveva smesso quei panni stracci e ora vestiva di lino e seta e alla domenica girava con una carrozza trainata da cavalli bianchi.
Un giorno, come solo nelle fiabe accade, gli si avvicinò una donna, piuttosto piccola. Era una donna stanca si vedeva dallo sguardo ma aveva un cipiglio determinato e non ebbe paura nemmeno per un istante del brigante grande e grosso più di lei due volte. Gli disse, senza ovviamente dargli del tu, come lui amava: “Brigante, anni orsono venne ucciso qui mio figlio”, “Lei che è brigante potrebbe aiutarmi a trovare quel farabutto d’assassino”. Il brigante in lieve e ipocrita imbarazzo fece una smorfia e finse nella risposta, com’era abituato a fare, che si sarebbe adoperato per risolvere anche un’incresciosa vicenda come quella. Sì la chiamò effettivamente incresciosa! La donna stizzita ma non rinunciataria, si allontanò col suo solito passetto lento. Sapeva che aveva parlato con l'omicida di suo figlio e che nessuno se ne curava.
Il brigante aveva allacciato rapporti di ogni tipo, intrallazzi e lazzi di ogni genere fino ad arrivare a sfere altissime che lo avevano trasformato in un intoccabile. Eppure rimaneva un brigante.
E tutti lo sapevano!
Un giorno due ragazzini, di quelli che ogni domenica assistevano allo spettacolo della pallacorda, proprio in virtù del fatto che del brigante non gli interessavano i perché e i percome, si alzarono e gridarono forte al brigante e davanti a tutti gli astanti: “Sei tu il colpevole brigante!” , “Lo sanno tutti!”. La gente cominciò a guardarsi in faccia un po’ spaventata e disorientata. Perché era proprio così, lo sapevano chi era e che faceva il brigante di professione. Davanti a tanta evidenza era difficile continuare a mentire ancora a lungo perché il segreto finto non era più segreto custodito.
Arrivarono i gendarmi e per non sapere né leggere né scrivere gli legarono le mani dietro la schiena per portarlo via. Il brigante più sorpreso di tutti, anche se era grande e grosso, il doppio di loro, s’incamminò senza opporre resistenza alcuna e la donnina che lo guardava da lontano con gli occhi lucidi, senza sapere se ridere o piangere.
Ma si sa, questa è una fiaba e va presa per quel che è.
X

“ […] Nel 1954 viene fondata la rivista «Carattere», redatta da alcuni missini che intendevano spostare l'asse culturale del Msi su posizioni filo-cattoliche. La rivista nasce per volontà del veronese Primo Siena ed è un po' la palestra dell'intellighenzia filocattolica e filomonarchica con tendenze nostalgiche. La rivista ha contatti con il mondo del cattolicesimo reazionario, in primis con Baget Bozzo, per cui ci saranno delle collaborazioni tra la sua rivista «L'Ordine Civile» e, appunto, «Carattere». E' il cattolicesimo di destra cosiddetto «ghibellino», che presta una certa attenzione al pensiero di Julius Evola. Il primo contatto tra il mondo della destra radicale e dell'ultracattolicesimo porta firme di prestigio, tra cui lo stesso Evola, Baget Bozzo, il filosofo Augusto Del Noce ma anche Guido Giannettini, Giano Accame e Giovanni Cantoni, che poi darà vita e sarà reggente nazionale di Alleanza Cattolica. Ci scriveranno anche Roberto De Mattei, prima di Alleanza Cattolica, poi del Centro culturale Lepanto e consulente della Casa delle Libertà, Piero Vassallo, per un periodo organico a Forza Nuova, già vicino ad Ordine Nuovo e collaboratore del cardinale Siri, e Attilio Mordini, ex francescano ed ex volontario delle SS italiane. E' stato lui il primo a cercare di coniugare il tradizionalismo cattolico al tradizionalismo pagano di Evola.”
Il leader dell'estrema destra Miglioranzi si dimette dall'Istituto storico per la Resistenza
Verona, lo skin non resiste
Paola Bonatelli
Finisce così la disavventura di uno skinhead fiero di essere fascista ma «istituzionalizzato» - è capogruppo della lista civica del sindaco Flavio Tosi - che cinque giorni fa era stato eletto dalla maggioranza di centrodestra a rappresentare il comune all'assemblea dei soci dell'Istituto veronese per la storia della Resistenza.
Il destinatario dei suoi ringraziamenti, Maurizio Zangarini, presidente dell'Istituto storico, se da una parte tira un sospiro di sollievo: «Ringrazio - dice - il consigliere Miglioranzi per la scelta di dimettersi, decisione che sicuramente aiuterà a svelenire il clima che si era creato intorno all'Istituto», dall'altra ci tiene a dimostrare una certa elasticità e ribadisce «che l'Istituto è sempre disponibile a valutare proposte di ricerca, purché formulate su basi storiografiche e non di polemica politica, da qualsiasi parte esse vengano. In realtà - confessa - prima d'ora non conoscevo Miglioranzi né le sue attività».
Resta però come socia all'assemblea dell'Istituto la sua collega Lucia Cametti (An), sempre designata dalla maggioranza, che, appena eletta, aveva manifestato il desiderio di riscrivere la storia e commemorare, magari il 25 aprile, anche i ragazzi di Salò. A lei ha pensato Alberto Giorgetti, deputato e coordinatore regionale di An per il Veneto, che in una nota l'ha invitata a rientrare nello spirito di Fiuggi: «La posizione della Cametti - puntualizza Graziano Perini, capogruppo del Pdci in consiglio comunale, terzo socio eletto dalla minoranza all'assemblea dell'Istituto storico - non sta nelle logiche di An ma in quella di Massimo Mariotti (capogruppo del partito di Fini in consiglio comunale, fu assessore nella giunta Sironi e promotore dei concerti nazirock, ndr) che fa riferimento all'area sociale del partito».
L'elezione dei due esponenti della destra - Miglioranzi della Fiamma, ex Veneto Front Skinhead e membro della naziband Gesta Bellica, e Cametti, nota in città per la sua maglietta «Dio, Patria, Famiglia, Onore» - aveva scatenato un putiferio, fino all'intervento di Oscar Luigi Scalfaro, presidente nazionale degli Istituti storici per la Resistenza, pronto a chiedere all'Anpi di organizzare a Verona una manifestazione nazionale antifascista. Che forse non si farà ma intanto giovedì prossimo si riunirà il direttivo dell'Istituto veronese: «Lo statuto parla chiaro - afferma la senatrice del Prc Tiziana Valpiana, che fa parte del direttivo - all'articolo 3 c'è scritto che chiunque può diventare socio dell'Istituto purché condivida i principi fondativi della Resistenza e faccia proprio l'antifascismo. Chiederemo al comune di Verona di sottoscriverlo oppure di andarsene. Anche con l'amministrazione Sironi - ricorda - avevamo un socio di An in rappresentanza del Comune. E' venuto una volta, poi non s'è più fatto vedere».
Ora si attendono gli esiti della prossima mossa dei «fascisti sociali», che giovedì prossimo in consiglio proporranno di intitolare una via al camerata Nicola Pasetto, morto in un incidente stradale, arrestato nell'81 per aggressioni. Una cosa già fatta a suo tempo da Luca Bajona, compagno di merende (e di pestaggi) di Pasetto, poi collega di Mariotti nella giunta Sironi.
Ora Tosi se la prende con i rom
Il sindaco leghista di Verona ora vuole espellere i «comunitari nullafacenti». Appellandosi a una direttiva europea
Paola Bonatelli
Verona
Contro l'ultima sua idea, la schedatura e l'espulsione dei cittadini comunitari non in grado di mantenersi, si è pronunciato anche il segretario provinciale del sindacato di polizia Siulp Silvano Filippi, che l'ha definita «inapplicabile». Il sindaco di Verona, Flavio Tosi, con ispirazione meneghina, intende usare in questo modo un comma del decreto legislativo n. 30 del 6 febbraio di quest'anno che regola, riprendendo e attuando una norma europea del 2004, il soggiorno dei cittadini Ue negli stati membri. Oggi Tosi presenterà la proposta al comitato provinciale per la sicurezza presieduto dal prefetto. Secondo l'Anci, l'associazione dei comuni italiani, la sua è «una forzatura». Ma a lui gli unici comuni che interessano sono quelli del coordinamento delle «città sicure», a cui hanno già aderito Treviso (guarda caso), Monza e Novara. Qualche giorno fa, mosso dall'empito guerriero che lo contraddistingue, ha revocato la delibera con cui il comune di Verona aderiva alla Marcia della pace Perugia-Assisi e cancellato quel «municipio dei popoli» - istituito dalla precedente amministrazione - che si occupava di promozione della pace e cooperazione. Come si vede, non dorme sugli allori. E alla im/popolarità mediatica c'è abituato. Quando propose, nel marzo del 2000, l'entrata separata sugli autobus per gli extracomunitari, il suo nome e la sua faccia rimbalzarono sulla stampa internazionale, conquistando il terzo posto, dopo Giulietta e Romeo e le opere liriche in Arena, nella classifica della notorietà di Verona nel mondo. A suo modo è un ambientalista. Sono famose le sue «passeggiatine» a latere delle manifestazioni antifasciste e antirazziste - come ricorda chi partecipò alla contestazione del convegno «Europa-Islam scontro di fede e civiltà» (contributo e patrocinio della Provincia) il 27 maggio 2000, e al corteo antirazzista «Verona città aperta» del 25 novembre 2000. Salvo poi presentarsi come «vittima». Del resto, già nel 1996 appoggia il Comitato Vittime dell'Ingiustizia, fondato per difendere dalle persecuzioni delle «toghe rosse» i gentiluomini protagonisti dell'assalto al campanile di S. Marco, mentre nel 2001 si presenta in consiglio comunale con una maglietta con la scritta «Papalia non ti temiamo» e una falce e martello sbarrati. Era stato l'unico politico, tra l'altro, ad assistere al processo contro il Veneto Front Skinhead, di cui il capogruppo della sua lista civica, Andrea Miglioranzi, era un leader. Per restare in tema, il primo punto all'ordine del giorno del prossimo consiglio comunale (giovedì 26 p.v.) sarà la proposta di intitolare una via a Nicola Pasetto, picchiatore e deputato fascista morto in un incidente stradale.
Tosi ha un forte interesse anche per la società multietnica. Il suo pallino sono gli zingari: non pago di essere indagato (poi condannato, aspetta la Cassazione) per la campagna della Lega del 2001, il 12 giugno 2004 marcia con un manipolo dei suoi, tra cui il deputato Federico Bricolo, sul campo rom di Boscomantico uno (l'attuale è il due, ancora più isolato). Solo la pronta reazione dei gruppi antirazzisti salva i rom dalla sgradita visita. Il soggetto non cambia quando diventa sindaco. Fa «pulizia», accompagnando personalmente i vigili nei controlli dei locali commerciali, con una spiccata predilezione per phone center e spacci multietnici, appioppa multe a chi mangia panini in luoghi storici (quasi tutti a Verona), bivacca, imbratta i muri (poveri innamorati senza casa di Giulietta), intralcia il traffico contrattando prestazioni sessuali, in un crescendo wagneriano fino all'ideona di segnalare e, possibilmente, rimpatriare i cittadini comunitari inoccupati. Poiché non è ancora riuscito a sgomberare il campo rom - seguito dagli anni dell' amministrazione di centrosinistra dall'Opera don Calabria, colosso della solidarietà e dell'assistenza, e dalla cooperativa Azalea - quale migliore soluzione per cacciare i rom rumeni?

categoria:co sto popolo, er gioco della piazza, cera na vorta



















