Questo è un momento qualunque della vita, chissà quanti ne avrò contati e di certo altrettanti dimenticati come l’ora sull’orologio o una data guardata di sfuggita, che con la stessa facilità dimenticherò. Non perché qualcosa di importante, o diocenescampi di grave, sia accaduto. No, perché è arrivato il momento, come di tanto in tanto arriva da sé, di fare un omaggio alla vita e magari fare due chiacchiere con qualcuno che mi sta molto a cuore. Ma andiamo con ordine.Oggi ringrazio il vento, perché invece di stare in una metropoli che non è ma fa tutti gli sforzi per volerlo apparire, e malamente ci riesce a stento, mi sembra di essere in un luogo lontano, anche se mio e non mi sposto di un metro.
Ringrazio questo refolo leggero che è così fresco da ricordarmi un paese remoto, dall’altra parte degli oceani, visitato anni e anni orsono. Dove l’aria era tersa e la sua carezza era a tutti gli effetti una brezza leggera fatta di vetro e neve sui picchi che potevi già immaginare da lontano.
Ringrazio queste sere d’estate che solo qui sono dotate di magia e amore, in nessun’altra parte al mondo potrò mai sperimentare, e quando mi trovo altrove è a questo posto che penso e dico sì, mi pare di essere a XYZW, esattamente la stessa aria. Credo che niente amerò di più nella vita come questa città. E oggi fuori dal coro, ringrazio fino alla genuflessione d’esserci.
Ringrazio l’amicizia quella vera, la parola giusta nel momento di sconforto, il coraggio passato come un bigliettino sotto la porta. Ogni ti amo che scappa al controllo, forse così per caso, o detto per sbaglio, in un piccolo momento d’enfasi.
Ringrazio gli sprazzi che la felicità regala, in virtù dei quali ci si sente vivi e appesi con le grinfie alla vita, che senza ricorrere ai luoghi comuni, delude e illude e disillude. E niente di peggio c’è di un sogno tradito con l’inganno. Ma sono batoste da mettere in preventivo.
Ringrazio di vivere questo giorno, questa sera d’estate anche se maledico quest’afa e mi chiedo se la prossima sarà come questa. E non solo climaticamente, si capisce.
Chissà tu dove sarai.
Chissà dove saranno gli altri. Ed io.
Ma niente è tanto banale quanto le domande serie. Per fortuna queste non lo sono e vivono nella loro danza fluttuante del poco o niente, galleggiando come farebbe un cucciolo che di nuotare non ha affatto bisogno d’imparare. Perché lo sa già.
E un po’ come tutti vorrei un’istantanea di ogni attimo che non è importante, come questo, che non è il mio compleanno, né Capodanno.
Perché infondo la vita non è altro che questo.
Allora ci metto anche i ringraziamenti per quell’aereo, auto, bici o tacchi e suole che ogni volta mi riportano qui, a respirare tutto questo.
E ogni volta mi lasci senza parole.
[….]
“Eccomi”, “E’ da tempo che mi cercavi, ora eccomi qui ma fai in fretta perché ho mille chiamate in linea e, a dirla tutta sono un po’ stanco alla fine di una giornata”
“Cosa vuoi sapere e cercherò di chiarire i tuoi dubbi, sii preciso e coinciso perché non so quando ci rincontreremo.” “Fare il Sogno è dura, amico mio, perciocché ti consiglio di sbrigarti. Mi dici che mi hai inseguito da tempo e mi hai spesso scambiato con mio fratello gemello l’Ideale; lui ti sarà più difficile accalappiarlo, è che è abituato a starsene per suo conto e non ha tempo da perdere. Sai che io, in quanto figlio della poesia mi faccio prendere dalla compassione, ho il cuore tenero. Lui invece ha i piedi per terra ma non si rende conto che ogni tanto va in orbita, come, più e peggio di me”. “Tanti sono stati in grado di morire per lui, per me niente affatto. Difatti hai mai sentito parlare di <<un ideale chiuso nel cassetto?>>, no, ecco. Invece così s’usa dire di me. E spesso sotto chiave mi ci si dimentica, intenti a fare tutt’altro. Sopraffatti da quel quotidiano che non m’è nemmeno parente alla lontana poi. Che ci troverete nel senso pratico?”, “ Ma no, sei tu a dover fare le domande qui, non io.”
“Ordunque dicevi?” (il sogno ha un vocabolario un po' vetusto, n.d.r.), “ Hai sì ragione, mi scambiate spesso per quel becero denaro che vi da l’illusione (lo sai che l’illusione è mia sorella, però che non si sappia in giro! E’ una poco di buono..) di potermi avere in quattro e quattr’otto. Poveri grulli. Per avermi bisogna lavorare sodo… e come sai non è detto che mi si abbia con tanta facilità, non sono disposto a scendere a compromessi”.
“Poi io sono sotto contratto, non lo sai?” “Anch’io ho un padrone, anzi una sorta di padrino (eh! Eh!) e lui è come immaginerai il destino che all’inzio del mese m'illustra per filo e per segno ogni più piccolo incarico e incombenza da svolgere” “a volte ci provo, ma sgarrare è difficile anche, soprattutto per me, che sono il Sogno. A cui tutto sembrerebbe lecito e possibile. E non sono il tuo, ma di tanti”.
“Sai? A volte mi capita d’incontrare uomini senza sogni e quello è uno spettacolo gramo; quando li sfioro nemmeno mi vedono. Quanto sono tristi”.
“Mi piace l’idea che di me ci si cibi, tutti i giorni”. “Ma sono più le volte che mi abbandonano, molto prima che sia io a farlo. Per stanchezza e mancanza di perseveranza. E muoio per inedia”.
“Ovviamente guardo con tenerezza, un po’ per egoismo, un po’ per deformazione professionale, un po’ per l’ego smisurato che mi ritrovo, quelli che mi coltivano giorno per giorno, come una piantina appena germogliata. Se dipendesse da me, io, quelli li premierei tutti, uno ad uno. E li farei baciare dalla fortuna che è mia cugina. Ma lei corre così veloce che nemmeno io riesco a starle appresso, con quella chioma al contrario!”.
“E ora s’è fatto tardi, mi hai parlato poco di te ma non ce n’è stato bisogno, perché io i sognatori li vedo dagli occhi e li riconosco. Hanno il sole sotto le palpebre anche d’inverno, quando le nuvole non lo fanno vedere, lo nascondono sadiche loro, tanto sono fitte e il cielo di piombo minaccia neve come zucchero filato.”
“Ah! Dì ai tuoi compari di sventura che per quanto cerchino, io non sono una facile refurtiva”.
“Il sogno è roba per i deboli di cuore e di chi lo pedina senza sosta e lo chiama a voce bassa, sussurrata in una notte d’estate”.
“Proprio come questa”.
X
Sulla sua tomba il vento sarà un bacio
l'erba la carezza di un amante
quando l'agnello belerà più forte
e il mare sarà un po' meno distante.
E il vecchio in fondo al porto sarà un santo
che si ubriaca con la sua virtù
ricordando che il mare era diverso
quando ha navigato in gioventù.
(Francesco De Gregori)

Non solo anni di piombo, non solo Genova
Davide "Dax" Cesare
Nella notte fra il 16 e il 17 marzo 2003 moriva Davide “Dax” Cesare, militante del Centro Sociale O.R.So (“Officina di Resistenza Sociale”) di Milano. Era da poco uscito, assieme ad alcuni compagni, da un bar del quartiere ticinese. Fuori, ad aspettare i ragazzi, un paio di neofascisti armati di coltelli, spalleggiati da un terzo elemento più anziano. Si scoprirà solo in seguito che i due giovani sono fratelli e che l’uomo è il loro padre; si tratta rispettivamente di Federico, Mattia e Giorgio Morbi (28,17 e 54 anni all’epoca del fatto). L’aggressione dei neofascisti è rapida e particolarmente violenta. Numerose coltellate vengono inferte in punti vitali: Davide non giungerà vivo all’ospedale; altri due ragazzi sono feriti (uno in modo grave, ma si salverà).
Alla tragedia di Dax seguono altri fatti a dir poco inquietanti. Prima il ritardo nei soccorsi; sul luogo del delitto arrivano per prime numerose pattuglie di polizia e carabinieri, che rendono ancora più difficoltoso l’arrivo del personale medico. Poi al pronto soccorso dell’ospedale San Paolo, gli amici dei feriti (sconvolti dalla notizia che per Davide non c’è più nulla da fare) vengono brutalmente picchiati dalle forze dell’ordine. Uno scenario che ricorda tristemente le cronache di Genova e Napoli 2001; con la differenza che, stavolta, la brutalità della polizia non ha neppure la debole scusa delle tensioni di piazza. Una brutalità che finirà col coinvolgere anche personale di assistenza medica e pazienti dell’ospedale: in seguito alle cariche il pronto soccorso dovrà cessare il servizio fino alle sette del mattino seguente, e numerosi pazienti finiranno con l’essere trasferiti in altre strutture.
Infine giunge l’ultima vergogna, quasi un marchio di fabbrica delle vicende di cui abbiamo parlato finora: le menzogne degli apparati dello Stato, assecondati da organi di stampa sempre compiacenti e aiutati a posteriori dalla copertura morale prontamente offerta da certi politici. L’omicidio viene spiegato con il degenerare di una “rissa tra balordi”. Il pestaggio dei giovani al San Paolo viene giustificato con la reazione delle forze dell’ordine alle intemperanze dei compagni di Dax, ed in special modo alla loro richiesta di “trafugare” dall’ospedale la salma. Per fortuna le testimonianze dei giovani presenti all’ospedale, assieme alle dichiarazioni coraggiose di elementi del personale medico del San Paolo, hanno in seguito smentito quelle prime ricostruzioni (senza che, purtroppo, la stampa nazionale si sia affannata troppo nel concedere a tali smentite uno spazio uguale a quello che ebbero le prime, false versioni).
Dal punto di vista processuale la vicenda è tuttora aperta su più fronti: per la morte di Davide, Giorgio Morbi è stato già prosciolto (non ci sarebbero prove della sua partecipazione diretta all’agguato mortale); al giovane Mattia è stata riconosciuta quella che giuridicamente si chiama “messa in prova” (tre anni sotto il controllo di una comunità, al termine dei quali sarà valutato il suo “percorso di recupero”); a rispondere dell’omicidio resta dunque il solo Federico Morbi. Per quanto concerne i fatti del San Paolo, sono ancora aperte le indagini; presto si dovrebbe arrivare ai processi, sia a carico di alcuni giovani, sia a carico di alcuni fra gli agenti colpevoli dei pestaggi.
