domenica, 31 dicembre 2006

Sono un puntino: un insetto nascosto dietro a una tenda, senti solo il ronzio al buio, quando rimane lo spazio di nulla pervaso. Sono un puntino, nell’arcobaleno, nella cromatica multitudine, mimetizzato. La luce assale lo sguardo: abbacinato. Sono un puntino, ascolto il silenzio. Nell’insieme di suoni, sirene, grida, parole sottovoce; trafitto d’ultrasuoni. Sono un puntino: e viaggio nell’iperspazio, conosco la Terra, veleggio la volta celeste, volo su monti e radure. La vista si bea di tanta moltitudine e variazione.

Sono un puntino di colore primario, mi mescolo sulla tavolozza in punta di pennello, campeggio la tela. Ed è il mio dominio.

E il mio reame.

X

Felice 2007

La diffusione della scrittura elettronica ha dilatato a dismisura la produzione di testi, di testi non libri vale a dire. Quelli che un tempo erano appunti di lavoro depositati nei cassetti sono ora files residenti stabilmente nella memoria dei personal computers, che possono essere ripresi e  riscritti. Testi aperti, dunque. È questa l’innovazione di maggiore portata, e potenzialmente dirompente, con cui le discipline storiche e umanistiche saranno costrette a fare i conti nei prossimi anni. Il testo elettronico, e particolarmente quello pubblicato sul web, è, prima ancora che ipertestuale, una struttura aperta, mutevole.

 Si intende, perciò, come una tradizione fondata sulla comunicazione del sapere attraverso testi su libro – testi autoriali, compiuti, unici, protetti dal metodo filologico e interpretativo – si trovi spiazzata da una testualità non più destinata al libro chiuso, ma a confini fluidi che integrano l’interpolazione e il contesto tra gli elementi caratterizzanti. La scrittura sul web dà tecnologicamente luogo a testi non finiti, continuamente aggiornabili: a versioni, dunque – a infinite varianti d’autore, potremmo anche dire.

I linguaggi, pertanto, non possono non risultarne profondamente mutati. Il mutamento, per altro, sta già investendo le pratiche della ricerca. Lo studioso che lavori in rete si trova di fronte a oggetti nuovi, che si usa chiamare genericamente “risorse”, per la loro mutevolezza e ibridismo rispetto alle tipologie tradizionali. Gli e-journals, per esempio, non costituiscono l’equivalente digitale di riviste cartacee, ma qualcosa di più complesso: archivi di fonti e di studi, repertori, luoghi di discussione, bollettini interattivi. Crescono di numero anche i siti tematici complessi – veri e propri ircocervi editoriali – che mescolano e sintetizzano generi e tipologie che su carta sono distinte, o che non esistono affatto: archivi sonori e di immagini, banche dati testuali, motori di ricerca ‘semantici’, pagine che si generano a richiesta, etc.

 

E si correrà davvero il rischio di dare adito a una delle potenziali mistificazioni sull’uso della rete: vale a dire, che essa finisca col sostituire di per sé stessa le pratiche della ricerca, costituendo un mero campo di archivi e di memorie autoreferenziali, in un generale processo di “irretimento” destinato a condurre all’oblio di ogni dimensione analogica, di ogni tradizione disciplinare.

 

 

da Linguaggi in mutamento, di Andrea Zorzi.

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categoria:scomunicando, er poker
sabato, 30 dicembre 2006
«Parmi un assurdo che le leggi, che sono l´espressione della pubblica volontà, che detestano e puniscono l´omicidio, ne commettano uno esse medesime, e, per allontanare i cittadini dall´assassinio, ordinino un pubblico assassinio»

da «Dei delitti e delle pene» di Cesare Beccaria

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categoria:er potere
venerdì, 29 dicembre 2006

Osservazioni sulla rete e l'irretimento

 

Uno dei fattori che ha contribuito a far crescere in maniera esponenziale negli ultimi tre anni Internet e' stato l'uso di programmi come Mosaic e Netscape, i quali hanno messo gli utenti nelle condizioni di leggere le informazioni distribuite sulla rete come fossero un ipertesto, una serie cioe' di testi consultabili senza soluzione di continuita'. In ogni sito della rete, sia che si prenda in esame il contenuto di un particolare server, sia che si prenda in esame una particolare area di sapere, il principio di accesso all'informazione mediante browser e' lo stesso, ed e' tale che si passa da testo a testo mediante la sollecitazione col mouse delle parole marcate con una sottolineatura indicante un ancoraggio ad un altro testo.

Il testo e l'ipertesto

L'ipertestualita' e' una relazione intertestuale che si stabilisce tra un testo B (ipertestuale) e un testo A (ipotestuale) tale, che il testo B si aggancia al testo precedente A - in un modo, tra l'altro, che non rende nient'affatto inadeguata la metafora dell'«ancoraggio» usata quando si scrivono dei documenti HTML. Quello che vien stabilendosi non e' un rapporto subalterno tra testi di importanza diversa, bensì un rapporto di derivazione non dissimile dal rapporto ipertestuale che si stabilisce tra la le pagine della Poetica di Aristotele in cui si parla dell'Edipo Re, e l'opera di Sofocle (tanto per citare l'esempio fatto da G. Genette in Palimpsestes).

Se pero' questo paragone e' vero, allora cio' significa che l'ipertesto notoci attraverso l'uso del computer non e' affatto un'acquisizione recente, non e' una modalita' di produrre e acquisire informazione peculiare all'informatica, ma si tratta invece di un modo di scrivere e di leggere gia' noti, di cui si faceva esperienza ancor prima dell'invenzione del computer. La differenza sta nel fatto che, finora, l'ipertestualita' era un fatto mentale, una relazione testuale che si compiva nell'atto della lettura, nell'ordine delle associazioni del lettore, mentre oggi e' possibile renderla evidente in un testo che, come il WWW, segnala con chiarezza la presenza degli agganci testuali, delle relazioni tra testo e testo.

Ogni testo, dunque, e' sempre stato virtualmente un ipertesto; stava pero' alle competenze del lettore, alla qualita' della sua personale enciclopedia, istituire le giuste relazioni ipertestuali tra i testi che leggeva, così da realizzare nell'esperienza cognitiva cio' che era latente nel testo cartaceo.

Testo e tessuto

E' curioso che si sia pensato a consultare le informazioni disponibili su Internet come fossero parte di un solo, grande ipertesto nello stesso momento in cui si e' metaforizzata Internet come una grande ragnatela, una rete in grado di unire una miriade di nodi disseminati su tutto il mondo. Ed e' curioso perché nella parola stessa «testo» (testo viene dal latino textus) e' presente l'idea di «tessuto»; tanto che i retori antichi parlavano di trama e ordito di una narrazione, così come di tela per l'insieme di un ragionamento o di un racconto. L'elaborazione di un testo - che in una prospettiva semiotica puo' essere un enunciato orale, un enunciato scritto, oppure un'immagine, un filmato, un suono: purché abbia un'unita' minima di senso decodificabile - e' quindi sempre stato pensato come lavoro di tessitura, un contessere segni per fare emergere significati. E il World Wide Web appare come un macrotesto, un enorme tessuto di discorsi che avvolge l'intero pianeta; una rete di testi unita da collegamenti ipertestuali.

Il mondo come libro

La concezione del mondo come una sorta di macrotesto, come un estesissimo tessuto da leggere non e' affatto nuova, poiché nel medioevo si vedeva appunto il mondo e l'universo intero come un grande libro, un grande testo di cui occorreva decifrare il senso per intendere le leggi ultime. Si trattava di una visione del cosmo profondamente unitaria, che stabiliva relazioni precise tra cosa e cosa, tra evento ed evento, sicura della segreta interdipendenza di tutto con tutto. Tuttavia quest'idea del mondo come libro, come testo e' anche un'idea moderna, che troviamo per esempio nella semiotica, e in particolare quella dei russi Jurij Lotman e Boris Uspenskij, per i quali il mondo e' come un grande testo, e la semiosfera e' l'ordine testuale degli eventi umani. Per un verso, quindi, il World Wide Web sembra essere una proiezione del mondo medievale, per l'altro verso e' invece l'espressione concreta dell'idea semiotica di mondo come testo.

Lo schermo proteiforme

L'ipertesto così come ci viene offerto dal World Wide Web da un canto - quindi - fa emergere alla coscienza di tutti la natura «tessile» di ogni testo, dall'altro tende a distendersi sul mondo in modo tale da trasformalo in libro, in grande testo.

Cio' che ha consentito all'ipertesto del World Wide Web di realizzare un principio di intertestualita', che e' da sempre stato implicito nei testi cartacei ma che il medium della carta non consentiva di realizzare se non nella sfera cognitiva di lettori dotati delle competenze adatte per stabilire le corrette relazioni tra testo e testo, e' stata la peculiare natura dei computer. Se infatti ogni testo e' sempre stato ipertestuale perché non ce n'e' mai stato uno che non fosse collegato ad altri in virtu' di citazioni, riferimenti, commenti, dimostrazioni, illustrazioni, ecc. tuttavia il medium della carta - medium statico - non ha mai potuto documentare tangibilmente l'ipertestualita', poiché la relazione tra il testo A al testo B avveniva solo nella mente del lettore. La velocita' e la versatilita' del computer, rendendo possibile un fulmineo avvicendarsi di testi sullo schermo, hanno permesso di oggettivare l'avvicendarsi di associazioni mentali che finora si compivano solo nella mente del. In sé non c'e' nulla di nuovo nel fatto che, facendo clic col mouse sulla parola «Gioconda», si veda sullo schermo apparire l'opera di Leonardo: cio' e' sempre accaduto nella mente di chi associava alla parola «Gioconda» il quadro di Leonardo. Tuttavia solo ora che il mezzo di trasmissione e' veloce e uniforme e' possibile oggettivare il rapido passaggio dall'uno altro.

postato da: misiek alle ore 08:36 | Permalink | commenti
categoria:er codice
giovedì, 28 dicembre 2006

 

E’ col sapore amaro fra i denti e sulla punta della lingua che si arriva a capire certi processi ora più di prima destinati a cambiare il modo di vedere e percepire la realtà. Come ombre cinesi dietro la tenda ci si muove: tutto quel che porta a sentirci gratificati è l’idea che una sorta di pubblico sia comunque presente. Risa o battimani, fischi o gridolini di soddisfazione che mostrano il potere della messinscena venuta bene, con tutti i crismi di un reale apparente che è di cartapesta, dal mattone al pensiero di polistirolo. Come posso permettermi di credere alla simulazione del vero, identico ma fittizio, zucchero surrogato come saccarina dietetica, aspartame, insulina per diabetici, caffè di cicoria. Ho avuto bisogno di parole di conforto in un’esistenza che lasciava spazio eccessivo al sogno, alla necessità di evasione per staccare i piedi da terra. E invece ho incontrato un fantoccio di stoffa, capace ed abile a farmi la morale e a indicarmi la giusta via. Io non mi ero perso, con la mappa in tasca e un foglietto d’appunti gualcito, scribacchiato, pieno di cancellature e frasi riscritte; ero solo bisognoso di confronto, di uno scambio, di una verifica. Tutto quel potere concentrato in un paio di mani e in un cervello troppo piccolo, stretto, come in una tenaglia. Mi viene da ridere a ripensarci. Col cuore che mi palpitava forte e l’attesa mia e di tanti altri di parole banali in cui potermi riconoscere, telepatico, come un narciso nello specchio d’acqua seguivo il destino certo di sprofondare e annegare in uno stagno poco profondo. Ho poggiato i piedi sul fondale e l’acqua fangosa mi arrivava appena alle ginocchia. Ma se non mi fossi messo diritto e avessi lasciato che mi sfiorasse le labbra fino ad appena sotto le narici. Tanto da sentirne quell’odore di terra bagnata ed erba marcia. L’essenza di ciò che giudichi e critichi a spada tratta ti somiglia, copia carbone riuscita male. E l’origine svela anche la destinazione e il tragitto della strada che hai prefissata da seguire. Non basta essere ascoltati da un interlocutore imbambolato, consenziente, e poco fiero di distinguersi dal gregge e da una moltitudine piatta e omogenea, irretita da un labirinto verboso, senza capacità né scelta.  Mi chiedo dove sia la meritata conquista dunque. Per sedurre una persona devo mettere via le armi di stratega e sarebbe infondo niente affatto opinabile che fosse rispettata essa stessa per quel che è, persino coi suoi tic emozionali, i suoi limiti minuscoli, le debolezze di cui non mi devo far forte, su cui far leva sarebbe da vili, consapevoli della propria impudicizia morale. Ma che fa? Niente; qualche scarnificata carcassa di anima sulla strada maestra, un residuo impercettibile di psiche, condannata al patibolo mediatico perché vulnerabile e facile da soggiogare, manipolabile, duttile  come palla di pongo fra le dita, stritoli la consistenza ed imprimi l’idea su quello che è tabula rasa, fino a cancellarne il punto di vista originale, già inciso da un’identità flebile. Non c’è niente di astuto, solo il malefico credo di insinuarsi nelle membra abbandonate, senza volontà di reazione, dove ogni riflesso è condizionato dal di fuori, esterno al proprio volere. Affermando come diritto il ribaltamento dei ruoli  è possibile smantellare pretese di dominio, tentativi subdoli o palesi da espugnare coscienza e intelletto. Fruitori di se stessi, capaci di ristabilire un equilibrio vitale, necessario a ricreare un’identità d’opinione, utenti di sogni e utopie possibili, isolando ogni via d’accesso a quello sterminato archivio interiore, serbatoio collocato in profondità ma di facile localizzazione a chi vuole arrivare a sottrarre decisioni e l’autorità, il diritto di scelta, più che la valenza critica vera e propria. Ma sono io a conferire a te il titolo, io ad attribuirtene la facoltà, pur in assenza di un umano valore reale.   

X

 

 

Occorre rendersi conto che il linguaggio non è solo denotativo ma anche connotativo, in altre parole oltre a trasmettere un’informazione noi comunichiamo anche una direttiva nascosta (comando) che specifica la natura della relazione e che quindi fa da cornice alla informazione presentata.

Qualsiasi atto linguistico costa di una componente sintattica, semantica e pragmatica. In tal senso dire qualcosa corrisponde sempre a fare qualcosa, poiché un messaggio non è esente da effetti pragmatici sull’interlocutore. Ogni parola porta con sé un’immagine e quindi anche una emozione, chi mi ascolta, per poter capire cosa dico non può fare a meno di richiamare alla mente l’immagine corrispondente. Addirittura, quando una parola si riferisce a sensazioni fisiche, ci sono persone che provano le sensazioni fisiche di cui si sta parlando. Questo è il fenomeno noto come risposta ideosensoria poiché il nostro cervello fa confusione fra livelli di astrazione differenti e confonde facilmente la mappa con il territorio.Secondo Pavlov la parola può diventare uno stimolo che produce/evoca un riflesso condizionato: "Per gli esseri umani la parola è uno stimolo completamente reale - è un segnale che può sostituire qualsiasi altro stimolo e che può provocare ogni e qualsiasi reazione provocata da qualsiasi altro stimolo."

postato da: misiek alle ore 19:30 | Permalink | commenti
categoria:er codice, er potere
lunedì, 25 dicembre 2006

Buon Natale Spawn!

postato da: misiek alle ore 08:27 | Permalink | commenti
categoria:a roma, co sto popolo, ar mitrajere, pe quelli che, er messaggio, lapparenza e la sostanza
domenica, 24 dicembre 2006
Aspettanno .. come ogni anno ....
che drento na' grotta nasce eR Re
e come niente lo' accojemo
.... ner letto Comodo
de na' Mangiatora de Paja ...
con Bue e N'asinello che je fanno
da Stufetta ... perche' de legno
nun se po' spreca' manco n'pezzeto
pe brucia' e fallo scalla' .....
pero' .... lo festeggiamo compranno li' regali
pe noi e facenno contenti li Mercanti che je
stanno gia' a prepara' ....la Colomba de Pasqua ...
De Gesu' Cristi ne so' nati parecchi ....
e forse ce so' pure attorno a noi e
nun se ne semo manco accorti
troppo presi per senso ....de arangiasse...
e pure io lo' ammetto a vorte VEDO ortre ...
Ma stavòrta Gesu' Bambino portace n'dono ......

Che nun se vedeno.... piu' MESSAGGI de odio ......

Che quanno guardi pe r'aria nun devi
ave' paura che te casca addosso na' Bomba
o te se scuaja n'Palazzo

Che quanno giri la Tera nun se vede
la paura nell'occhi de na' Guera ...

Che quanno er Politico cia' n'mente
de fa' na' Missione de Pace nun votasse
a nome mio!...perche' vojo decide IO!

Che quanno se fa' no' Sbajo
se potesse fa' rotà er Monno ar contrario
cosi' pe coregge l'erore de ORto Grafia

 Felice Natale Misiek ..



Verità su McDonald's e i bambini

a cura di Nuovi Mondi Media
di Morgan Spurlock


Le responsabilità di McDonald's nella diffusione dell'epidemia consumistica tra i bambini americani e ....non solo

Ogni giorno, dal momento in cui ci alziamo al momento in cui andiamo a dormire, nuotiamo in un mare di annunci pubblicitari che ci comunicano tutti la stessa cosa: consumate. E dopo aver consumato, continuate a consumare. L'epidemia consumistica inizia a diffondersi dal momento in cui mettiamo qualcosa sotto i denti. Gli Stati Uniti d'America sono la nazione più grassa del mondo. Il 65% degli americani adulti è sovrappeso, il 30% è obeso. Nei dieci anni tra il 1991 e il 2001, il numero delle persone che soffrono di obesità si è quasi duplicato.

Ma l'aspetto più scioccante è che siamo riusciti a insegnare ai nostri bambini come diventare grassi. Se la percentuale dei bambini americani obesi è rimasta stabile durante gli anni sessanta, negli anni settanta è aumentata. Negli ultimi vent’anni poi, tale percentuale è raddoppiata nei bambini e si è triplicata negli adolescenti. I bambini, oggi, iniziano a diventare obesi dai due anni in poi.

Per quanto preoccupante, tutto ciò non sorprende.

Mentre giravo 'Super Size Me' ho mangiato tre volte al giorno, per trenta giorni (il 'McMonth'), solo cibo di McDonald's. Durante quel periodo, ogni volta che entravo nei ristoranti McDonald’s non mi capacitavo dei tanti bambini che vi incontravo, accompagnati dai loro genitori. Molti bambini si fermavano per colazione o per un pasto veloce prima di cena, nelle loro piccole e graziose uniformi scolastiche. Bambini in ogni play area a loro riservata. Bambini di tre o quattro anni in festa per gli 'Happy Meal McBirthday'. O, come mi è capitato di vedere in un McDonald's di Houston alle 9 del mattino, bambini accompagnati dalle loro madri che, un attimo dopo aver terminato le loro mega-colazioni, consumavano i dolci caramellati alla cioccolata, con frutta e nocciole.

Ray Kroc, l'uomo alla guida dell'impero McDonald's, comprese dai tempi di 'DayMcOne' come i bambini fossero il target su cui puntare. Kroc non aveva ancora rivelato il gruppo dai fratelli McDonald's che già il clown Ronald McDonald si stava già occupando di sedurre i bambini con hamburger e frullati.

La prima interpretazione del pagliaccio Ronald vedeva come protagonista l'uomo delle previsioni del tempo della NBC, Willard Scott, ai tempi sua giovinezza. Scott si rese celebre per il personaggio di Bozo il Clown, presente sulle reti televisive locali negli anni sessanta. Quando lo show venne cancellato dai palinsesti, un'impresa di McDonald's in franchising chiese a Scott di riproporsi come un clown che diventasse un’attrazione per i bambini nei ristoranti. Krock ne apprezzò l'interpretazione e decise di estendere l'iniziativa a tutti i ristoranti del paese.

Ma, prima di fare ciò, Krock licenziò Scott, avendo intuito le implicazioni negative che un messaggio pubblicitario con protagonista un clown che ingrassa mangiando panini avrebbe portato. Da quel giorno, infatti, non si è mai visto Ronald McDonald abbuffarsi dei panini di McDonald's, per lo meno non in veste di icona pubblicitaria. Ronald canta, balla, ridacchia, sorride ai bambini che gli si rimpinzano davanti, ma non tocca mai cibo. Perché ? Probabilmente perché le cose stanno come il rapper Eazy–E canta nel suo ultimo pezzo “The Dopeman”: “Non ‘strafarti’ di quello che il tuo fisico non può sopportare”.
postato da: SpawN72 alle ore 13:17 | Permalink | commenti
categoria:er messaggio, er pianto der rigazzino, er natale
domenica, 24 dicembre 2006

 

Ce la metto tutta, ce la metto tutta per capire quest’angolo di mondo, metto la testa a partito e rifletto anche quando non mi sembra di pensare, nei momenti più banali della giornata, peggio se di festa. La mia mente in quei casi è popolata di fantasmi, folletti ed ombre di persone che di lì sono passate, inavvertitamente, coi piedi di piombo, sulle punte o sono scivolate lievi su un tappeto di velluto, lasciando così un sentore di buono o una lacerazione che non rimargina, nemmeno adesso. Farei l’impossibile per riaverle qui quelle persone a cui ho fatto male oppure ne hanno fatto a me, solo per riparare quel poco, per andare avanti, dalla mia angolazione egoistica e dalla mia pretesa scenografica di altruistico benessere che io chiamo teatralmente performance. Vivo a braccio, che me ne faccio. Abbandono progetti e nello stesso tempo coltivo ambizioni altissime. La mia mente che è il mio mondo macroscopico, è un arcobaleno, un vero caleidoscopio di milioni di pezzi colorati, dove controluce vedi le emozioni più contraddittorie darsi dei bei pugni. Ce la metto tutta per fare ordine, appongo le etichette che la società civile mi ha fornito generosamente da subito, poi invece quelle si scollano, pendono ai lembi e agli angoli, al calore della vita reale, sotto il fiato e l’umido di una parola sottovoce. Oppure è il vento che le spazza via, forte e deciso. Insomma ce la metto tutta e mi accorgo che non serve a niente. C’è sempre un passo falso, una distorsione alla caviglia quando poggi dopo il salto il piede a terra, fitta dolorosa, acutissima. E’ la legge di gravità la vera fregatura. L’idea che ti innalza e infrange la regola, così voli leggero e ti libri in qualcosa che è più impalpabile dell’aria. Come nei sogni ti basta una corsetta e sulla pista di rullaggio che è un prato verde spicchi il decollo e non senti più niente, nemmeno con uno scossone alle spalle. Avviene poi che di punto in bianco arriva la mazzata alla nuca, precisissima non tanto nei tempi quanto nella modalità, è facile dire “lo sapevo”, o “me l’aspettavo”. No, si preannuncia come la leggenda di al lupo - al lupo. Non puoi esserne mai abbastanza preparato. La stangata che ti butta a terra e tu che ti risollevi sui polsi fragili, dai che ce la fai. Oppure c’è la botta di nausea che ti prende inaspettatamente in qualsiasi momento della giornata, all’improvviso. E’ ironico tutto questo. Come la gravità, io che sono un astronauta provetto, ti frega la vita perché ti piace, e tanto. A volte il piacere è direttamente proporzionale all’odio che ti provoca. Quelle sono le serate passate a terra, a occhi socchiusi. Prendere o lasciare, con tutte le controindicazioni del caso. Poi ci sei tu, raggio di luce dopo la galleria, sole sulla neve, crepuscolo sulle onde che abbacina, alba ed eclissi, più di ogni altro guastafeste del piano perfetto. Aspetta che inforco gli occhiali, lasciati vedere. Mettercela tutta con la certezza che il risultato sarà comunque un’incognita che irretisce e ipnotizza fin quando decide, dispotica.        

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postato da: misiek alle ore 11:14 | Permalink | commenti
categoria:er caso
sabato, 23 dicembre 2006
Difenni pe partito preso e fai
la figura dell'ottuso....
...fa' sta' battaja da solo...
senza che li' fatti li' sai solo pe
esse diverso dall'artri ....
Piu' voi fa' er garantista e piu'
te stànno a rubba' dietro la porta
te servi ar Negozio e poi nun sai
aprì la sarcinesca e te n'digni
do' nun ciai la chiave pe apri' la
finestra ...sei radical schicche
nato pe difenne le cause Perse
e confonne n'intercala' romanesco
co' nà questione de Rispetto ...
che pe te nun cia' differenza ....
visto che l'orgojo te lo' sei
disciorto ...appresso alla direttiva
sindacale e ar Posto n'Prestito
che chiameno determinato ma solo n'surrogato
de quello che te sei sudato ...


So' cose che nun se m'pareno
..... de scorettezze se vive
ogni giorno e solo chi e' ar di
sopra delle parti vede do' se
sta' a scava' la fossa e chi guarda
la mollica sulla minestra ...
se volemo distinguese dalla feccia
che ce circònna e che ce m'broja
dovemo da esse diversi e gestisse
li Propri n'Teressi pe metteli ar servizio dell'artri








“Da tempo abbiamo operato la rottura, sciolto la banda armata, smontato l'armamentario politico e ideologico. Esaurita la spinta propulsiva della rivoluzione, non siamo rimasti ad aspettare in mezzo al guado tempi migliori, calamitati ancora dai sedimenti della tradizione comunista. Pur non essendo attratti dallo spettacolo offerto dai partiti che occupano la scena politica, abbiamo scelto decisamente la democrazia, il rispetto delle regole del gioco, la libera competizione delle idee e delle opzioni, il metodo della tolleranza. E proprio per questo motivo non aderiamo acriticamente all'esistente, ma ci impegniamo - per quanto è possibile - affinché la democrazia si rifondi.” (“Sulla nobiltà dell'abiura”, Lettera inviata ai quotidiani Il Manifesto e Il Popolo, Rebibbia, 1° maggio 1987)



“Siamo ex terroristi, ma non ci sogniamo neanche di provocare un'analogia tra la nostra violenza e la vostra dissidenza. Eppure oggi ci piace considerarci come voi, approdati alla libertà, esuli dal terrore e dal comunismo.”



In una nota di commento, l'agenzia sovietica TASS critica il governo italiano che ha autorizzato l'incontro tra i “pericolosi criminali e i tre dissidenti rinnegati”. (Lettera ai dissidenti sovietici..., Rebibbia, aprile 1987)



“Siamo frater