Sono un puntino: un insetto nascosto dietro a una tenda, senti solo il ronzio al buio, quando rimane lo spazio di nulla pervaso. Sono un puntino, nell’arcobaleno, nella cromatica multitudine, mimetizzato. La luce assale lo sguardo: abbacinato. Sono un puntino, ascolto il silenzio. Nell’insieme di suoni, sirene, grida, parole sottovoce; trafitto d’ultrasuoni. Sono un puntino: e viaggio nell’iperspazio, conosco la Terra, veleggio la volta celeste, volo su monti e radure. La vista si bea di tanta moltitudine e variazione.
Sono un puntino di colore primario, mi mescolo sulla tavolozza in punta di pennello, campeggio la tela. Ed è il mio dominio.
E il mio reame.
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Felice 2007

La diffusione della scrittura elettronica ha dilatato a dismisura la produzione di testi, di testi non libri vale a dire. Quelli che un tempo erano appunti di lavoro depositati nei cassetti sono ora files residenti stabilmente nella memoria dei personal computers, che possono essere ripresi e riscritti. Testi aperti, dunque. È questa l’innovazione di maggiore portata, e potenzialmente dirompente, con cui le discipline storiche e umanistiche saranno costrette a fare i conti nei prossimi anni. Il testo elettronico, e particolarmente quello pubblicato sul web, è, prima ancora che ipertestuale, una struttura aperta, mutevole.
Si intende, perciò, come una tradizione fondata sulla comunicazione del sapere attraverso testi su libro – testi autoriali, compiuti, unici, protetti dal metodo filologico e interpretativo – si trovi spiazzata da una testualità non più destinata al libro chiuso, ma a confini fluidi che integrano l’interpolazione e il contesto tra gli elementi caratterizzanti. La scrittura sul web dà tecnologicamente luogo a testi non finiti, continuamente aggiornabili: a versioni, dunque – a infinite varianti d’autore, potremmo anche dire.
I linguaggi, pertanto, non possono non risultarne profondamente mutati. Il mutamento, per altro, sta già investendo le pratiche della ricerca. Lo studioso che lavori in rete si trova di fronte a oggetti nuovi, che si usa chiamare genericamente “risorse”, per la loro mutevolezza e ibridismo rispetto alle tipologie tradizionali. Gli e-journals, per esempio, non costituiscono l’equivalente digitale di riviste cartacee, ma qualcosa di più complesso: archivi di fonti e di studi, repertori, luoghi di discussione, bollettini interattivi. Crescono di numero anche i siti tematici complessi – veri e propri ircocervi editoriali – che mescolano e sintetizzano generi e tipologie che su carta sono distinte, o che non esistono affatto: archivi sonori e di immagini, banche dati testuali, motori di ricerca ‘semantici’, pagine che si generano a richiesta, etc.
E si correrà davvero il rischio di dare adito a una delle potenziali mistificazioni sull’uso della rete: vale a dire, che essa finisca col sostituire di per sé stessa le pratiche della ricerca, costituendo un mero campo di archivi e di memorie autoreferenziali, in un generale processo di “irretimento” destinato a condurre all’oblio di ogni dimensione analogica, di ogni tradizione disciplinare.
da Linguaggi in mutamento, di Andrea Zorzi.

























