Quel giorno si ritrovarono, tutti insieme, che non era l'alba né il tramonto.
Ma di certo l'aurora di un altro giorno, non dissimile dagli altri. Non c'era troppo sole a disturbare la vista, né la pioggia a infangare le scarpe fin sulle caviglie. Si lasciarono a casa le giacche e ci si rimboccò le maniche, perché il cuore tutto intento a palpitare scaldava le spalle, che si prevedeva avrebbero portato il consueto peso, forse un pochino di più. S'imbracciarono le parole, e si improvvisarono nuovi slogan. Si svecchiarono quelli più abusati e si portarono a rinfrescare le bandiere, al vento di rugiada, pronto ad arrossare le guance. Si incontrarono e non stabilirono un orario come si fa negli appuntamenti d'ordinanza. E si riconobbero, guardarono negli occhi chi destò sospetto, e lo tennero in disparte. Calcarono le orme di chi tempo addietro aveva già regalato tutto di sé, dal sorriso alla vita colorata di verde e boccioli. Di tanto in tanto rischiarono passi falsi, per troppa ingenuità o per la buona fede che li aveva sempre distinti. E se ne fecero una colpa che difficilmente riuscirono a rimuovere dalla propria coscienza. Eppure potevano ancora guardarla a testa alta, contro luce, ad osservarne cicatrici e venature, l'aria stanca e le rughe fra le palpebre socchiuse. I raggi di sole si appollaiarono tra le ciglia e quasi si assopirono. Si trovarono tutti insieme in piazza, donne, vecchi e bambini e nessuno ebbe paura di nulla. I gendarmi li guardarono marciare come un esercito disarmato ma pronto ad espugnare la rocca più in cima alla vetta. Si tolsero i berretti e li tennero sotto il gomito. La fondina era piena. Stavolta ne sentirono il peso a tenerla allacciata in vita. La folla crebbe di stazione in stazione, i ragazzi morti uscirono dai loro sorrisi in fotografia e dalle pagine di storia cancellate. Li videro sfilare insieme alla folla. Li guardarono dolcemente e non diedero affatto nell'occhio. L'avrebbero preso, sì, e portato giù in piazza. E nessuno ebbe più paura.
X
L'ingiustizia oggi cammina con passo sicuro.
Gli oppressori si fondano su diecimila anni.
La violenza garantisce: Com'è, così resterà.
Nessuna voce risuona tranne la voce di chi comanda
e sui mercati lo sfruttamento dice alto: solo ora io comincio.
Ma fra gli oppressi molti dicono ora:
quel che vogliamo, non verrà mai.
Chi ancora è vivo non dica: mai!
Quel che è sicuro non è sicuro.
Com'è, così non resterà.
Quando chi comanda avrà parlato,
parleranno i comandati.
Chi osa dire: mai?
A chi si deve, se dura l'oppressione? A noi.
A chi si deve, se sarà spezzata? Sempre a noi.
Chi viene abbattuto, si alzi!
Chi è perduto, combatta!
Chi ha conosciuto la sua condizione, come lo si potrà fermare?
Perché i vinti di oggi sono i vincitori di domani
e il mai diventa: oggi!
Brecht, Lode della dialettica
Quando l’estrema destra ammette stragi e golpe
"Il sangue e la celtica" di Nicola Rao
Saverio Ferrari
21/11/2008
L’ultimo libro di Nicola Rao, "Il sangue e la celtica", offre più di un aspetto interessante. Mentre il precedente "La fiamma e la celtica" (in realtà la ristampa, uscita un paio di anni fa sempre per la Sperling & Kupfer, con alcuni aggiornamenti e l’aggiunta di un capitolo iniziale, di "Neofascisti!", edito per la prima volta da Settimo Sigillo), ripercorreva dall'"interno" le vicende del neofascismo italiano, ponendosi ancora in un ambito di condivisione di quel mondo, in questo secondo volume si prende invece obiettivamente atto delle responsabilità della destra radicale in ordine allo stragismo degli anni Sessanta e Settanta. Un fatto non da poco.
Nicola Rao, che non ha mai nascosto le proprie simpatie di destra, oggi giornalista parlamentare del Tg2, nel riannodare la storia della "Strategia della tensione", ha raccolto innumerevoli confidenze e testimonianze direttamente dai protagonisti di quella stagione. Il filo conduttore è l’anticomunismo. Spesso ai ricordi si sovrappongono ricostruzioni palesemente di comodo o autoassolutorie.
C’è chi rilascia dichiarazioni per negare l’evidenza storica (patetica in questo senso l’intervista rilasciata da Gabriele Adinolfi, fondatore di Terza Posizione), ma anche chi tenta di trarre un bilancio piu’ serio e meditato della propria esperienza. Un’aneddotica di parte, certo, con tasselli però utili nel loro insieme a comporre una verità più grande, che alla fine del libro emerge prepotentemente: il neofascismo italiano, non solo fu animato da progetti golpisti ed eversivi, anche nelle sue parti più moderato come l’Msi, ma alcune sue componenti organizzate si prestarono allo stragismo, da piazza Fontana a piazza della Loggia. Un dato di fatto, come gli intrecci acclarati (e raccontati) con gli apparati di polizia e dei servizi di sicurezza anche statunitensi. Una conclusione che Nicola Rao rende esplicita accompagnando le parole dei tanti testimoni, con la pubblicazione di numerosi stralci di atti giudiziari, inequivocabili nei loro riscontri sulle responsabilita’ dell’estrema destra, Ordine Nuovo in testa, acquisiti dalla magistratura.
Che l’autore non sia indifferente al percorso che abbia intrapreso e che quasi lo trascini verso esiti non desiderati, lo dimostrano i tentativi di depotenziamento di pagine del passato, a riprova di precedenti inclinazioni bombarole, se non stragiste, del neofascismo italiano, come le imprese dei Far (Fasci di azione rivoluzionaria), attivi nell’immediato dopoguerra, non, come si afferma, con semplici petardi dimostrativi, ma in più di un’occasione con impressionanti cariche esplosive. A Milano si contò più di un morto negli assalti alle Casa del popolo e alle sezioni della sinistra. Ancora di più, quando si cerca di sminuire la portata eversiva del Movimento Politico Ordine Nuovo di Clemente Graziani, che assassinò il giudice Vittorio Occorsio nel 1976, o si vuole definire un "enigma" la strage dell’Italicus del 4 agosto 1974, quando questa si collocò in un crescendo di attentati ai treni, perseguito da terroristi neofascisti, alcuni dei quali commessi proprio dal Fronte Nazionale Rivoluzionario di Mario Tuti.
Nicola Rao tenta anche di dar credito a personaggi come Mario Merlino, la cui autorappresentazione di ragazzo confuso, in bilico negli anni Sessanta fra neonazismo e anarchismo, sfiora il grottesco. Lui, come altri di Avanguardia Nazionale, l’elenco non sarebbe breve, si infiltrarono scientemente in ambienti di sinistra come agenti provocatori. I dubbi sono stati, ormai, tutti spazzati via.
Ma al pettine arrivano, davvero clamorose, alcune testimonianze. La prima è quella di Fabrizio Zani, due ergastoli sulle spalle, prima in Avanguardia Nazionale, poi in Ordine Nero, quindi in Terza Posizione e nei Nar. Il racconto di come seppe in carcere da Nico Azzi, condannato per aver collocato una bomba sul treno Torino-Roma il 7 aprile 1973, della partecipazione del gruppo "La Fenice" di Milano, collegato a Ordine Nuovo, di cui lo stesso Azzi faceva parte, suona come conferma autorevolissima sugli esecutori del 12 dicembre 1969. Ancor più interessanti sono le parole di Stefano Delle Chiaie, il fondatore di Avanguardia Nazionale: ”Noi avevamo fatto delle indagini- questa la sua presa di posizione dopo tanti anni- gia’ la sera del 12 dicembre e nei giorni successivi. Perché cercammo di capire da dove proveniva la strage. E stranamente comprendemmo molto più di quello che non hanno voluto capire molti altri, anche oggi…Ma siccome decidemmo di non accusare nessuno, il risultato fu, che quasi vent’anni dopo i fatti, nel 1988 io risultavo ancora imputato della strage, insieme al signor Fachini che disistimavo. La mia, insomma, è stata una scelta cosciente, non un atto di debolezza. Possiamo aver sbagliato in un’altra cosa: quella di non essere intervenuti fisicamente su certe persone coinvolte in questi fatti…Ma in quel momento, parlo degli anni Settanta - ottanta, un chiarimento storico non era possibile, se non a prezzo di squalificare un intero mondo…Perché non feci o dissi nulla? Innanzitutto perché la verità spesso è un sottile limite che separa dall’infamia”. È certamente una dichiarazione di estraneità, ma è altrettanto vero, come sottolinea Nicola Rao, che, pur non dicendo ”nulla di esplicito”, Stefano Delle Chiaie ”chiarisce tante cose”. In primo luogo , la provenienza degli esecutori della strage, interni al mondo della destra eversiva. L’accenno a Massimiliano Fachini di On non risulta poi neanche così tanto casuale.
Tutt’altro che secondaria, infine, la ricostruzione da parte di Adriano Tilgher, vicepresidente di Avanguardia Nazionale, del golpe Borghese, tentato nella notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970. ”Se ne parlava da mesi”, così dice, chiarendo come nel progetto fossero coinvolti ”tutti i gruppi della destra radicale” dal Fronte Nazionale ad Avanguardia Nazionale, a Lotta di Popolo, a Ordine Nuovo, con l’Msi in posizione di attesa.”Diciamo che il Msi era della partita- precisa Tilgher- anche se poi Almirante ha sempre negato”.In quella notte i congiurati penetrarono effettivamente all’interno del Viminale ”con l’aiuto dei poliziotti del corpo di guardia”, impossessandosi di ”circa 200 Mab custoditi dalla polizia”. Il nostro gruppo- è sempre Tilgher a parlare- avrebbe dovuto presidiare il Ministero degli Esteri, che sarebbe dovuto essere assaltato dalla colonna di Forestali che veniva da Cittaducale. Anche l’occupazione della Rai, in via Teulada, avrebbe dovuto essere portata a termine da un nucleo di Avanguardia. C’erano poi sparsi per Roma diversi gruppi operativi, che avevano l’ordine di occuparsi di alcune personalità politiche e istituzionali”. Poi arrivò il contrordine: ”Purtroppo molti reparti militari, indispensabili per la riuscita del golpe, dopo un’iniziale adesione, quella sera, all’ultimo momento, si tirarono indietro”. ”So per certo- questa una delle sorprese- che il socialdemocratico Tanassi era inserito nel golpe”.
Nel libro c’è anche molto altro: dal reclutamento dei sanbabilini, tra il 1973 e il 1974, all’interno del "golpe bianco" di Carlo Fumagalli, a una possibile diversa interpretazione della strage di Brescia del 1974, comunque attribuita a Ordine Nuovo, alle vicende di Ordine Nero e ai suoi "strani" rapporti con la Nato, fino a qualche appunto sulle relazioni tra Almirante ed alcuni esponenti dei servizi segreti. Tra le pagine, anche una testimonianza divertente circa le pratiche erotico-sessuali di Julius Evola, il principale riferimento teorico dei neofascisti italiani, forse un po’ troppo intraprendente con le ragazze del Msi.
Un libro tanto contraddittorio quanto utile per le sue ammissioni, che sta scatenando forti contrasti nell’ambito della destra radicale. Tomaso Staiti di Cuddia, storico dirigente milanese, in una lettera aperta a Pierluigi Battista, vicedirettore del Corriere della Sera, che aveva lanciato un "appello" al "chi sa parli", a proposito di stragi e dintorni, ha invitato i camerati ad ”assumersi le loro responsabilità”’ e a raccontare ”quel poco o tanto che certamente sanno”. Magari facendo ”i nomi di coloro” che agivano ”per conto di apparati di ogni tipo”. Siamo solo forse agli inizi. Già preannunciata per il prossimo anno l’uscita del terzo capitolo di questa trilogia: "Il piombo e la celtica", sul neofascismo armato degli anni Settanta e Ottanta. Lo leggeremo con curiosità.


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Piazza Loggia: si cerca ancora la verità
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Rossella Prestini
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Verità e giustizia. Sono queste le prime parole che vengono in mente pensando alla strage di piazza della Loggia, un delitto terribile, ancora impunito, indimenticabile. Oggi, dopo trent'anni, il 28 maggio del 1974 è una ferita aperta per Brescia, è un pugno nello stomaco per tutti quelli che hanno vissuto quegli anni.
In piazza Loggia, durante una manifestazione antifascista, l'esplosione di una bomba uccise Giulietta Banzi Bazoli, Livia Bottardi, Clementina Calzari Trebeschi, Euplo Natali, Luigi Pinto, Bartolomeo Talenti, Alberto Trebeschi e Vittorio Zambarda, ferendo anche 103 persone. Da allora i parenti delle vittime hanno costantemente cercato la verità, i presunti colpevoli hanno sempre proclamato la propria innocenza o tentato di limitare il proprio coinvolgimento. Da allora si è sempre cercato di mantenere viva la memoria di quanto accaduto, ma le indagini complesse, i tanti risvolti politici e sociali, il tempo che è comunque trascorso, fanno sì che a volte sia difficile fare un bilancio della situazione, ricostruire i fatti, le date. Noi di quiBrescia.it ci abbiamo provato (basandoci anche sui giornali dell'epoca e sul libro "Imputazione strage" di Corrado Ponzanelli), ovviamente semplificando una storia giudiziaria che dura da 30 anni (e non è ancora finita) e raccogliendo le testimonianze di chi ha vissuto quella terribile esperienza.